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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Tasse

Ago
30
2012
L’Imu (Imposta municipale propria) porterà nelle casse pubbliche oltre 20 miliardi di euro. Solo tre gravano sulla prima casa, il resto deriva dall’imposizione su immobili commerciali, terreni e seconde case.
Il vero gravame è derivato dall’aumento delle rendite catastali del 60 per cento. Ma non è finita qui. Infatti, nella prossima legge di bilancio sarà inserito, con tutta probabilità, il riordino delle rendite catastali. Oggi esse sono basate sul numero dei vani, mentre la nuova modalità di calcolo sarà basata sui metri quadrati. Questo comporterà inevitabilmente un ulteriore aumento dell’imposta e, quindi, del relativo gettito.
Da più parti si continua a sostenere che la pressione fiscale ha raggiunto un limite insopportabile ma, di riffa o di raffa, questo limite continua a essere spostato in alto.
Vi è un’altra novità prevista nella prossima legge di bilancio e, cioè, che tutto il gettito dell’Imu vada ai Comuni, ovviamente compensando quella parte che oggi va allo Stato con uguale riduzione dei trasferimenti.

In altre parole, lo Stato dice ai Comuni: l’imposta è vostra, incassatela e gestitela. L’evasione è la morosità sono vostre, chi ha più capacità organizzative e più efficienza avrà anche maggiori entrate.
Ci sembra una posizione ineccepibile nel quadro del precetto costituzionale sulla sussidiarietà (art. 118) secondo il quale “faccia la Regione quello che non può fare il Comune, faccia lo Stato quello che non può fare la Regione”.
Ogni livello istituzionale ha i propri compiti e non deve accadere, come oggi accade per esempio, che i Comuni paghino le spese di locazione e di manutenzione di centinaia di immobili che vengono utilizzati dal ministero della Giustizia per i propri tribunali.
Un Paese così disordinato non permette di mettere in evidenza le responsabilità istituzionali e burocratiche, per cui ognuno può sempre scaricare sugli altri le colpe di inefficienza e incapacità a produrre e gestire i servizi pubblici.
Qui ed ora, è necessario che ognuno abbia il proprio Piano aziendale, al quale adegui i conti che devono essere tassativamente in ordine e non più confusionari come sono oggi.
 
In questo quadro descrittivo dell’Imu vi sono due stonature. La prima riguarda gli immobili di proprietà di uno Stato estero qual è quello del Vaticano, tutti esentati da Imu. è vero, una legge prevede che quelli destinati ad attività commerciali debbano essere assoggettati all’imposta; tutti gli altri che svolgono attività religiose, culturali, formative, invece, no. Ma quest’elenco è lungo e prende la maggior parte degli immobili di quello Stato estero.
La seconda stonatura riguarda le fondazioni bancarie, istituite con la legge Amato (n. 218/90). Non si capisce perché codeste fondazioni non debbano pagare l’Imu, anche tenuto conto del fatto che sono ricchissime e i loro conti sono tutti attivi, perché l’attività filantropica non assorbe le entrate.
Questo è un punto molto debole del professor Monti, che ha voluto esimere la lobby delle fondazioni bancarie dalla giusta tassazione degli immobili posseduti in quantità copiosa, molti dei quali di pregio.

Il Consiglio dei ministri ha già ripreso l’attività per cominciare la fase calda, non quella meteorologica, che dovrà dare una svolta all’azione di governo nei prossimi quattro mesi. Il quadrimestre sarà determinante ai fini della crescita e dello sviluppo, perché farà capire se questo Governo avrà la forza di reperire le indispensabili risorse finanziarie alla bisogna, sottraendole ai parassiti, ai paraculo e tutti gli altri ‘para’ che assorbono risorse pubbliche senza nulla dare in cambio.
Il punto è questo: tagliare senza riserve gli apparati e potenziare i servizi; in altre parole, è necessario aumentare i tecnici e diminuire il numero degli amministrativi, molti fra i quali nullafacenti e fannulloni. Si capisce chiaramente che è molto più facile controllare un medico o un infermiere che non un impiegato che si nasconde dietro le scartoffie nelle proprie stanze.
Il cambio di gestione che dovrà esserci nella pubblica amministrazione nazionale, regionale e locale dirà  se ci stiamo muovendo verso la civiltà o restiamo in questa era barbarica nella quale molti non fanno il proprio dovere, ma consumano copiosamente.
Apr
17
2012
è passata una settimana e non si vede la quadratura del bilancio della Regione per l’anno 2012. Ci riferiamo a una quadratura inoppugnabile, in modo da evitare che esso venga impugnato dal commissario dello Stato, con il conseguente scioglimento dell’Assemblea regionale e la decadenza del presidente della Regione.
La quadratura non c’è stata e non ci potrà essere se i (ir)responsabili della Regione (Assemblea e Giunta) non entreranno nell’ordine di idee di ridurre il peso della struttura che grava sui siciliani, tagliando le uscite in modo chirurgico. Il che significa: lasciare in vita le spese indispensabili ed eliminare tutte quelle clientelari, destinate ai privilegiati, agli amici e ai propri parenti, effettivi o putativi.
Ma come si fa distinguere le spese indispensabili da tutte le altre? La risposta è semplice: occorre che la Regione rediga un Piano aziendale generale, suddiviso in sub-piani per ogni branca amministrativa, in modo da determinare con precisione quali siano i servizi indispensabili e quali le risorse umane e finanziarie necessarie per produrli.

Solo razionalizzando l’organizzazione della Regione si può determinare di quali risorse essa abbia effettivamente bisogno e, per conseguenza, possono essere tranquillamente tolte quelle superflue e clientelari.
Insomma, sarebbe un nuovo modo di fare politica, quella vera, quella alta, non la gestione partitocratica e privatistica dei soldi pubblici che noi siciliani continuiamo a versare mediante i tributi con molto sacrificio.
L’art. 40 della legge 122/2010 ha determinato la facoltà per tutte le Regioni, Sicilia compresa, di azzerare l’Irap, che com’è noto è un’imposta regionale. Non solo la Sicilia non ha provveduto al suo azzeramento, ma anzi l’ha mantenuta al suo massimo e cioè al 4,82%.
Dato che la Regione ha un debito di circa 5 miliardi, cioé mille euro per ogni siciliano, nel bilancio devono essere indicate le risorse necessarie a pagare tale debito, in modo da azzerarlo nel minor tempo possibile. Questo può avvenire se viene previsto un avanzo, il quale non solo va destinato a pagare il debito, ma, e soprattutto a co-finanziare le opere pubbliche insieme ai fondi europei.
 
In questi giorni è giunta la notizia che da Bruxelles sono stati sbloccati circa 200 milioni di euro per la costruzione di quasi 20 km dell’autostrada Siracusa-Gela nel tratto da Rosolini a Modica. Ma per appaltare l’opera ce ne vogliono circa il doppio. L’altra parte della somma deve essere co-finanziata dalla Regione e dai Fas.
Il rinvio dell’approvazione del bilancio dal 31 dicembre 2011 al 30 di aprile 2012 (avviene per la quarta volta consecutiva) è una iattura, perché di fatto blocca le erogazioni finanziarie anche agli Enti locali i quali possono spendere in base ai dodicesimi. è una iattura perché, di fatto, un terzo dell’anno è andato via senza possibilità di effettuare alcuna manovra per la crescita.
Tutto ciò provoca il crollo del Pil della Regione che indietreggia più di quello nazionale. Le gravissime colpe del ceto politico regionale, composto da soggetti che pensano più a se stessi che all’interesse generale, salvo importanti eccezioni, sono negative anche perché non si rendono conto (o forse non vogliono rendersi conto) che la situazione ha raggiunto un livello di gravità straordinario. Ma siccome del peggio c’è il peggiore, il baratro è a un passo.

Quella gente è sorda e ignava. Occorre che la società siciliana attivi gli anticorpi contro le metastasi di una partitocrazia che sta invadendo il corpo sociale. Attenzione, partitocrazia, non politica: quest’ultima è alta e si preoccupa di diffondere nella società equità, merito e responsabilità, cioè serve l’interesse generale. Mentre la partitocrazia segue solo l’interesse dei propri accoliti che si spartiscono vantaggi e denaro, lecitamente o illecitamente.
Il rischio che l’Assemblea approvi ancora una volta il bilancio della Regione falso è concreto. Il bilancio è falso perché propone poste attive non vere o non realizzabili, mentre le uscite sono certe. è falso perché riporta un Avanzo di amministrazione che ancora una volta è all’incirca il 40% del bilancio stesso. Un Avanzo misterioso che assessore e ragioniere generale non vogliono chiarire all’opinione pubblica perché intendono nascondere la realtà ai siciliani. Diversamente, avrebbero comunicato i dati, com’è loro dovere. Li attendiamo, comunque.
Apr
03
2012
Il reddito imponibile evaso viene stimato comunemente in circa 260 miliardi, da cui il Fisco preleverebbe fra i 120 e i 130 miliardi di imposte. A questo macigno bisogna aggiungere quello della corruzione, stimato dalla Corte dei Conti tra i 60 e i 70 miliardi, e il terzo della criminalità organizzata, stimato dall’Istat intorno ai 100 miliardi. I tre macigni fanno 300 miliardi, pari al 20 per cento del Pil.
Essi fanno da corona alla montagna del debito pubblico arrivato al 31 gennaio a 1.935 miliardi di euro. Ripartito per i 60 milioni di abitanti, significa che ognuno di noi ha un carico di 32.300 euro. Per i siciliani, va aggiunto un altro carico di 1.000 euro pro capite, relativo al debito della Regione, valutato in cinque miliardi.
In questo quadro si manifesta un ulteriore elemento negativo: la recessione, che farà diminuire il prodotto interno lordo, nel 2012, di circa 20 miliardi. Un quadro drammatico che va affrontato con coraggio.

Ma non basta. Infatti, l’accordo del 25 marzo 2011 denominato “Europlus” ha fissato in vent’anni, cioè entro il 2032, il termine entro cui i debiti dei partner debbono essere ridotti al 60 per cento del Pil. Tradotto per l’Italia, significa l’eliminazione di 45 miliardi l’anno.
Il dramma della disoccupazione è conseguente, anche se bisogna ricordare che a fronte di due milioni di disoccupati vi sono quattro milioni di  extracomunitari che hanno le carte in regola. Se i disoccupati italiani avessero avuto buona volontà e buon senso si sarebbero potuti occupare prima degli stranieri.
In ogni caso, per produrre lavoro (autonomo e dipendente, non posti di lavoro) occorre che l’economia si rimetta in moto, utilizzando tutte le innovazioni di processo e di prodotto nei vari settori economici.
Tre fra essi sono importanti: agricoltura e green economy, turismo e beni culturali, servizi avanzati. A questi tre va aggiunto il comparto delle opere pubbliche, i cui cantieri dovrebbero essere aperti a migliaia in Italia, utilizzando in pieno i fondi europei e i finanziamenti ottenuti mediante la finanza di progetto.
Le istituzioni (centrali e locali) dovrebbero intervenire solo sugli interessi.
 
Le entrate di Stato, Regioni e Comuni derivano dai pagatori di tasse e in massima misura dai dipendenti a qualunque livello. D’altra parte, vi sono i consumatori di tasse. Ma la questione non è equa, perché fra i consumatori di tasse vi sono gli evasori che non le hanno pagate, vi sono i pubblici dipendenti che non hanno contribuito a produrre ricchezza e quindi imposte, vi è un ceto politico di cui una buona parte formata da senza-mestiere, che non saprebbero cosa fare senza le indennità pagate col nostro danaro, anch’essi incapaci di produrre ricchezza.
Vi sono poi le sanguisughe corporative che divorano risorse, ma non producono ricchezza.
Il Paese è spaccato a metà, non in parti uguali: coloro che tirano il carro e gli altri che sono seduti comodamente sul carro. Sembra di ricordare la favoletta secondo la quale la mosca appollaiata sulla testa dell’asino, alla fine della giornata gli dice: “Oggi abbiamo molto faticato”.

Sì, perché la gran parte dei cittadini fatica molto e soffre per questa congiuntura negativa, mentre una minore parte non soffre, ma gode di benefici e servizi pubblici anche senza contribuire come dovrebbe alle spese dello Stato.
Che poi queste siano gestite male, non producano effetti positivi, non siano finalizzate a rendere ai cittadini servizi migliori possibili in base a piani aziendali, è l’altra faccia della medaglia che tiene tutto il Paese in una condizione di gravissime difficoltà e sempre in prossimità del baratro.
La riforma fiscale sul tavolo del Governo dovrà essere ancor più penetrante, per consentire l’introduzione di merito e responsabilità in una Comunità che oggi ne è quasi del tutto priva.
E occorre immettere efficienza in tutta la macchina pubblica per valorizzare le tasse pagate dai cittadini, che costituiscono le entrate, in modo da spendere sempre di meno e ottenere i migliori risultati possibili.
La guerra fra pagatori di tasse e consumatori di tasse dev’essere condotta senza respiro, fino al’ultimo euro.
Mar
17
2012
Ci sono evasori ed evasori: quelli che sfruttano conoscenze e competenze per non pagare le imposte e altri che cercano di svicolare in quanto pesci piccoli. Ci sono gli evasori del Nord, ove il Pil è quasi di livello della media europea; ci sono gli evasori del Sud, che si difendono come possono, in un’economia sgangherata.
Come è noto, nel dopoguerra, lo Stato ha dirottato due terzi delle risorse al Nord e un terzo al Sud. Inoltre, una classe dirigente meridionale (politica, burocratica, imprenditoriale, sindacale e professionale) ha depauperato le scarse risorse arrivate al territorio per divorarne una parte cospicua.
I gruppi imprenditoriali multinazionali hanno una certa facilità a evadere sfruttando l’elusione, cioè la puntigliosa applicazione delle norme, in modo da utilizzarne le feritoie e le finestre per sgattaiolare. I gruppi multinazionali hanno la possibilità di bilanciare le fatturazioni intragruppo ed extragruppo.

Tale possibilità consente loro di sovrafatturare o sottofatturare in relazione all’andamento dei propri affari, in modo da ridurre al minimo la tassazione in ognuna delle nazioni ove lavorano. Ma anche all’interno del nostro Paese essi sono assistiti da studi professionali di primissimo livello, agguerriti, che sono in condizioni di ben fronteggiare le verifiche di Guardia di Finanza e Agenzia delle Entrate.
La legge Salva-Italia (la n. 214/2011), entrata in vigore il 1° gennaio di quest’anno, consente agli organi vigilanti di accedere a tutte le fonti finanziarie e di seguire la via del denaro, per accertare la corrispondenza fra i singoli movimenti e le variazioni economiche dell’attività. Però questi accertamenti non sono altrettanto semplici quando bisogna chiedere informazioni a Stati extraeuropei o a partner europei, anche se vi sono delle convenzioni bilaterali che facilitano l’interscambio di notizie.
Vi è, poi, l’evasione dei soggetti medi e piccoli. Risulta che, per esempio, nel Veneto vi è una rotazione veloce di iscrizione e cancellazione di imprese e società presso i registri delle Camere di commercio. Approfittando della lentezza e della farraginosità dei meccanismi di accertamento, tale sistema funziona per restare sconosciuti al fisco.
 
L’evasione fiscale e previdenziale ha mille facce. La rete degli enti accertatori e l’incrocio dei dati fra più reti stringono le maglie, ma i pesci piccoli possono sgusciare ugualmente. Ed è proprio l’evasione minuta che fa volume, perché portata da centinaia di migliaia di persone. La drastica riduzione di circolante monetario fino a mille euro costituirà una forte remora ai movimenti in nero, ma un vero rimedio sarebbe quello di applicare il conflitto di interessi fra le parti, ottenuto mediante la detrazione pro quota di spese sostenute a qualunque titolo, come avviene nei Paesi anglosassoni.
Nel caso delle spese mediche, la detrazione è di appena il 19 per cento, per cui il medico che fa uno sconto sulla parcella del 20 per cento cancella di fatto l’interesse a richiederla. Figuriamoci nei casi in cui non vi è alcuna detrazione.
Il minor gettito d’imposta sarebbe compensato dall’emersione di affari senza tassazione.

Lo spesometro sarà un utile strumento per determinare in via induttiva il reddito nascosto. Ma fino a quando il Governo non deciderà di pubblicare il reddito imponibile di ogni cittadino o società, non potrà essere attuato il meccanismo di controllo, porta a porta, commisurando il tenore di vita di ognuno con il proprio reddito dichiarato.
Vi è anche l’elemento sociale che incide sull’evasione. Fino a oggi chi evade viene considerato furbo, da domani dovrà essere considerato disonesto. Anche da noi ognuno dovrà avere l’orgoglio di dire quanto guadagna.
In questo scenario, va fatta un’annotazione sui salari degli italiani, che fonti cosiddette autorevoli dichiarano più bassi della media europea. Sbagliano, perchè esse hanno preso in esame i salari netti e non quelli lordi. Se così avessero fatto, sarebbe risultato evidente che i salari italiani sono allineati a quelli europei. Non è allineato, invece, il cuneo fiscale che falcidia gli stipendi dei dipendenti. Un’ultima annotazione riguarda i pensionati e i pubblici dipendenti che fanno il doppio lavoro in nero. Evasione!
Gen
31
2012
L’Assemblea regionale ha approvato l’esercizio provvisorio fino al 30 marzo 2012, seguendo un macabro rituale che è quello di vanificare l’azione politica per 3 dei 12 mesi, che potrebbero diventare 4 con la proroga al 30 aprile. Non solo, non è la prima volta che capita e, forse, non sarà l’ultima. Però in una regione che avrebbe bisogno di un colpo d’ala per invertire la rotta, cioè abbandonare la discesa e intraprendere la salita, continua col suo tran tran, in un immobilismo non degno di chi vuole la riscossa.
Per svoltare, è necessario avere risorse finanziarie disponibili. Per avere risorse finanziarie disponibili, è necessario sottrarle alla spesa improduttiva, in modo che, combinandosi con i fondi europei e con quelli statali, si possano mettere a disposizione di chi intenda investire e dei cantieri per le opere pubbliche.
L’assessore all’Economia, Armao, ha previsto un taglio di 1,4 miliardi nel bilancio 2012, noi lo abbiamo indicato in 3,6 miliardi, una cospicua differenza che servirebbe, appunto, ad investimenti ed aperture di cantieri.

Ma da questo orecchio la Giunta regionale non ci sente. Alcuni assessori venutici a trovare, per i rituali forum regionali, ci hanno comunicato un’idea bislacca. Siccome non possiamo mandare a casa l’enorme quantità di dipendenti regionali, cerchiamo un lavoro che essi possano fare. Alla mia domanda, relativa alla necessità di tagliare, certo non compatibile con quanto prima riportato, hanno allargato le braccia.
Li ho incalzati ricordando loro che non tagliando le spese, anche con la messa in disponibilità del personale a tempo indeterminato (con l’80 per cento dello stipendio) e non rinnovando i contratti a tempo determinato, il bilancio non potrà essere quadrato ed approvato entro la fatidica data massima del 30 aprile 2012. La conseguenza sarebbe lo scioglimento dell’Assemblea, ai sensi dell’articolo 8 dello Statuto, proposta dal Commissario dello Stato per persistente violazione del presente Statuto.
In questo caso l’ordinaria amministrazione della Regione è allora affidata a una commissione straordinaria di tre membri nominata dal governo nazionale su designazione delle stesse assemblee legislative.
 
Immaginate cosa accadrebbe se arrivassero i tre commissari straordinari indicati dal governo Monti, i quali, per fare quadrare i conti e rimettere in equilibrio le entrate (quelle vere) con le uscite, taglierebbero finalmente la mala erba che si annida dentro i capitoli di bilancio clientelari e dannosi. è questo il risultato che si vuole raggiungere? Ci auguriamo di no, ma per non arrivare a questo punto occorre tagliare, come prima si scriveva, da 1,4 a 3,6 miliardi nel bilancio 2012, quindi proprio la mala erba.
Ma, obiettavano gli assessori, questo farebbe nascere la rivoluzione. Anche in Grecia c’è stata la rivoluzione, ma alla fine ognuno ha dovuto fare un passo indietro, cosa che politici e burocrati regionali non vogliono fare. Chissà che con un’opportuna resipiscenza ci ripensino e procedano a fare quello che farebbero i tre commissari straordinari prima indicati.

Intanto, per non sapere leggere o scrivere, la Giunta regionale ha aumentato l’addizionale Irpef di ben il 24% spostandola dall’1,4 all’1,73%. Per non parlare dell’Irap che in atto è al massimo (3,7%) quando la legge 122/2010 prevede che la Regione possa diminuire o azzerare tale percentuale, qualora ovviamente non abbia bisogno dei relativi introiti fiscali.
Pochi mezzi di stampa hanno parlato di questo ulteriore dissennato aumento della pressione fiscale in Sicilia, a cui si dovrà aggiungere l’inevitabile aumento dell’addizionale Irpef di ogni Comune che non avesse la capacità di fare bilanciare i propri conti.
Tutto ciò per l’incapacità del governo regionale e delle amministrazioni comunali di comportarsi con la diligenza del pater familias, cioè di avere il numero dei dipendenti necessario alla produzione dei servizi e di effettuare le spese in modo essenziale senza concessione ad alcun clientelismo o favoritismo.
La Regione appesantisce i siciliani con nuove tasse e protegge politici e burocrati mantenendo i loro privilegi. Per questo comportamento inqualificabile i nostri figli pagheranno.
Dic
03
2011
è inutile girarci intorno, il problema della crescita della ricchezza si può risolvere solo dando supporto  alle imprese esistenti e creando le condizioni per la nascita di nuove. Il settore pubblico deve essere al servizio del sistema economico per aiutarlo nella sua funzione.
Le imprese hanno bisogno di un mercato interno che tiri e di grande competitività per poter esportare. In ambedue i casi il Governo deve mettere in atto le condizioni perché lo scenario sia favorevole a chi investe.
Vi è un terzo modo per agevolare la crescita: attrarre investimenti dall’estero, soprattutto nel settore delle opere pubbliche e dell’innovazione. In questo versante lo Stato dovrebbe raddoppiare le risorse alla ricerca passando dall’1 al 2% del Pil e con ciò uniformandosi alla media europea. Naturalmente la ricerca deve essere seria e abbisognare di risorse essenziali per l’attività propria, emarginando le spese degli apparati amministrativi inutili e le altre che alimentano privilegi che nulla hanno a che fare con la ricerca medesima.

L’Italia è il Paese europeo che deposita meno brevetti, il che significa che la ricerca pubblica e privata è modesta. Ma sono i brevetti che generano ricchezza. Ricordiamo, come esempio, quando la Magneti Marelli del gruppo Fiat scoprì un’innovazione nel sistema di iniezione per i motori diesel, chiamato common rail. La brevettò, ma gli parve di modesta importanza, tant’è che la vendette alla tedesca Bosch, la quale ha fatto fortuna ed oggi, lo stesso apparato, viene utilizzato dalla Fiat, che l’aveva inventato, pagando ricche royalties.
La ricerca ha bisogno di risorse perché non sempre produce innovazioni economicamente sfruttabili, ecco perché i finanziamenti dovrebbero essere dati con oculatezza e mirati ad obiettivi precisi.
Il Consiglio nazionale delle ricerche è un grande apparato, ma ha un basso rapporto tra risorse investite e brevetti depositati.
Non vi è poi uno stretto collegamento tra ricerca pubblica e privata, in modo da sfruttarne le sinergie, né un sistema organizzato di ricerca nelle Università dove ogni dipartimento, o facoltà, o materia va un po’ per i fatti propri. Il che è contrario alle regole dell’efficienza.
 
Basilea 3 ha stretto i criteri di affidamenti bancari alle imprese tanto che esse hanno maggiori difficoltà ad ottenerli. Questo accade in quanto non sempre le imprese hanno i conti in ordine, volontariamente o involontariamente. Lo dimostra il fatto che quelle piccole e medie, con il bilancio certificato da società quotate in Borsa, sono una stretta minoranza.
Se ogni azienda, piccola o media, certificasse il proprio bilancio, sicuramente avrebbe più facilità ad ottenere affidamenti bancari. Vi è poi la questione dell’errato uso di tali affidamenti. Quelli per il giro degli affari correnti non devono essere mai utilizzati per investimenti a medio e lungo termine per i quali vi sono altri strumenti.
Vi è poi la questione dolente dei ritardi notevoli dei pagamenti delle forniture di beni e servizi effettuati dalla pubblica amministrazione nazionale, regionale e locale. Vi è al riguardo una recente direttiva europea (7/2011) la quale stabilisce che i pagamenti debbano avvenire entro trenta giorni. Dopo tale termine scatta l’interesse dell’8% più il tasso Bce, attualmente dell’1,25%.

Il vicepresidente della Commissione europea, Antonio Tajani, ha invitato il governo italiano a recepire rapidamente tale direttiva, ma fino ad oggi ciò non è avvenuto. In ogni caso, l’impresa creditrice può chiedere l’applicazione degli interessi citati, perché come è giurisprudenza europea costante, anche in caso di non recepimento di una direttiva, essa vale ugualmente all’interno di ognuno dei Paesi partner.
L’altra questione per sollevare le imprese è il taglio delle imposte, non solo Ires e Irap. Se ciò avvenisse, si eviterebbe di depauperare la liquidità delle imprese le quali, anche quando hanno il bilancio civilistico in perdita, spesso, sono costrette a pagarle, perché emerge un reddito fiscale attraverso il perverso meccanismo delle riprese.
Il saldo dei crediti da parte della Pa e la diminuzione di erogazione finanziarie per minori imposte darebbero alle imprese la liquidità indispensabile per aumentare il giro d’affari con investimenti atti a conquistare nuovo mercato attraverso una maggiore competitività.
Giu
01
2010
Il Presidente della Repubblica ha firmato il decreto legge sulla manovra finanziaria 2011-2012, che entro 60 giorni dovrà essere convertito in legge dalle Camere. Abbiamo manifestato le nostre osservazioni sulla pochezza di detta manovra perché è più un’operazione di maquillage che non di tagli definitivi dell’enorme e inutile spesa pubblica.
Il Governo ha scelto di fare la muina perché, se volesse veramente scoprire gli evasori fiscali e contributivi che si annidano soprattutto nel Mezzogiorno, perderebbe una parte del consenso elettorale essenziale alla sua sopravvivenza. La lotta all’evasione, che fanno meritevolmente Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza, deve basarsi in via principale sulle strade del denaro, così come aveva intuitivamente cominciato a fare il prefetto Dalla Chiesa, quando iniziò le indagini vere sulla mafia a Palermo. Tremonti ha abbassato il livello della tracciabilità obbligatoria del denaro a 5.000 euro (dai 12.500), ma avrebbe dovuto ulteriormente portarlo a 1.000 euro perché non si vede quale persona onesta usi denaro liquido per operazioni superiori a tale soglia. Per tutte le altre, coloro che non hanno nulla da nascondere, lo fanno mediante bonifico telematico o carta di credito.

L’ex ministro Visco aveva emanato una disposizione, con la quale le dichiarazioni dei redditi dei cittadini italiani potessero essere regolarmente pubblicati sui giornali di modo, che si cominciasse ad esercitare quel controllo sociale democraticamente indispensabile affinché risulti evidente a tutta la collettività il rapporto tra tenore di vita e redditi dichiarati. A fronte di questa disposizione esiste la Legge 133/08 (art. 42, comma 1 bis) secondo la quale “la consultazione degli elenchi presso l’ufficio delle imposte e presso i Comuni... può avvenire anche mediante utilizzo delle reti di comunicazione elettronica”.
Ma nonostante tali norme il ministro dell’Economia ha di fatto bloccato illegittimamente tale forma di trasparenza con la conseguenza che noi abbiamo chiesto ripetutamente alla direzione regionale dell’Agenzia delle Entrate gli elenchi delle dichiarazioni dei redditi delle persone fisiche, con importi superiori a 100 mila euro per ogni provincia, ma ci sono stati negati ripetutamente.
 
Il dovere prima del diritto. Io ho il dovere di pagare le tasse. Dopo posso chiedere se anche tu le paghi. E siccome io le pago, ti chiedo, cortese cittadino, se anche tu compi parimenti il tuo dovere. Se non lo facessi, saresti un parassita della collettività, nel senso che usufruisci dei servizi pubblici (magari scadenti) ma non contribuisci al loro costo. E questo è molto male perché la moltitudine di evasori crea quell’enorme ammanco di entrate, ormai stimate universalmente in 120 miliardi di euro, che potrebbero raddrizzare la sfasciata barca della finanza pubblica.
L’evasione ha una sua precisa copertura politica perché c’è chi guadagna dal suffragio dei cattivi cittadini. Non ci riferiamo ovviamente alla criminalità organizzata perché è ovvio che da quella parte non ci possiamo aspettare introiti, ci riferiamo a quell’enorme massa di imprese, professionisti, artigiani e altri che dichiarano redditi spesso inferiori a quelli dei propri  dipendenti.

Vi è poi un’altra categoria di cittadini che non paga le tasse, vale a dire coloro che ricevono indennità di ogni genere e tipo e che si guardano bene dal cumulare in un’unica dichiarazione. Ciascuna indennità spesso si trova nella cosiddetta no tax area ma se tali introiti si cumulassero dovrebbero scontare imposte.
L’elenco degli evasori non finisce qua. Vi è una categoria che evade per legge. Si tratta dei parlamentari nazionali e regionali per i quali è consentita una notevole evasione fiscale consistente nel non portare a reddito una parte dei loro proventi sotto forme diverse (rimborsi, indennità, vitalizi e altri).
Come può la classe politica fare la lotta all’evasione fiscale se per prima evade, seppure col timbro di una apposita legge da loro stessi votata? Si tratta di una vergogna nazionale che i giornali non mettono in evidenza. Chiunque percepisca redditi a qualunque titolo non può avere il privilegio di averne tassata solo una parte. I redditi sono redditi, qualunque ne sia la fonte e vanno assoggettati comunque a imposta secondo l’articolo 53 della Costituzione. Oppure, sono tutti uguali, ma c’è qualcuno più uguale degli altri.
Mar
05
2010
Dice il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che la spesa pubblica non si può tagliare, per evitare di fare macelleria sociale. La sua dichiarazione sottintende che, se fosse costretto a tagliare la spesa pubblica, dovrebbe partire da quella sociale. Il che è una pura e semplice menzogna. Infatti, il suo ammontare complessivo di oltre 800 miliardi di euro, più del 50 per cento del Pil, ha in pancia una serie di sprechi, di spese inutili, di compensi superflui che hanno il solo scopo di favorire i clientes.
Non solo, ma quello che si chiama il costo della politica, cioè compensi per consiglieri regionali, provinciali e comunali, rimborsi spese, diarie e altre voci costituiscono vere e proprie spese superflue, che dovrebbero essere tagliate senza alcuna esitazione.
Vi è poi tutto il comparto della sanità, la cui spesa supera un ottavo di quella pubblica, cioè 108 miliardi che, se tagliata del 3 per cento, porterebbe a un risparmio di oltre tre miliardi.

Nel bilancio dello Stato, sol che vi si guardi dentro con competenza e professionalità, le spese dannose da amputare sono tante, ma bisogna avere il prestigio morale e la forza politica per procedere a eliminare le spese clientelari e quelle parassitarie, che soddisfano solo la famelicità di politici e corporazioni.
Ritorniamo sul taglio della spesa pubblica, perché è da lì che bisogna partire, per procedere conseguentemente a due operazioni strategiche: investire in infrastrutture una parte dei risparmi  e portare a diminuzione del debito pubblico l’altra parte.
In qualunque bilancio, l’intervento tecnico-professionale, quando si vuole razionalizzare la spesa, è possibile, con accorta  manovra, che non tagli con una linea, bensì con una sinusoide: si può abbassare mediamente il totale di almeno il cinque per cento. Tradotto in cifre, significa un risparmio di 40 miliardi, quanto servirebbe, per altri versi, per abolire l’Irap.  Non si capisce perché questo Governo e Berlusconi in prima persona, che hanno promesso con il loro programma elettorale del 2008 di fare le riforme, non le stiano facendo. Fra le riforme, quella primaria riguarda il riordino della spesa che per alcuni versi può anche essere impopolare.
 
L’altra grande riforma è il riordino delle norme, dei diversi livelli. è stato creato apposta il ministero per la Semplificazione normativa, che però ancora ha partorito il classico topolino, perché la legge denominata taglia leggi di fatto ha operato solo su alcuni rami secchi ma non su norme che sono attive. Il ministero, a distanza di quasi due anni, non ha messo mano al riordino di norme per materia, in modo da evitare il caos, che consenta poi a enti, imprese e cittadini di rivolgersi al Tar, il quale ha la grande difficoltà di muoversi in meandri confusi, per cui le sentenze oscillano fra un punto e il suo opposto.
Non è chiaro per quale motivo il Governo non si muova decisamente nella direzione delle riforme strutturali, se non perché è vincolato e attanagliato dal democristianismo, cioè dalla pessima abitudine della cattiva politica di accontentare tutti per non perdere neanche un voto. L a buona politica, invece, disegna e realizza grandi progetti strategici e chiede il consenso sui risultati della propria attività. Risultati che arrivano.

Nel nostro Paese, vi è un sistema istituzionale complesso, per cui i progetti strategici del Governo debono essere confrontati con la conferenza delle Regioni, l’Anci (associazione dei Comuni) e l’Upi (associazione delle Province). Confronti che allungano in modo pernicioso i tempi e impediscono lo svolgimento di un’azione politica di interesse generale.
È giusto che il Governo ascolti  Regioni ed enti locali, ma alla fine ha il dovere di decidere con la prerogativa della legislazione esclusiva all’Esecutivo, seppur dando ascolto ai suggerimenti che arrivano dai territori. Per contro, poi, il Governo non intervenga in materie che invece sono di competenza di Regioni ed enti locali, creando problemi e rinviando le soluzioni.
Con l’attuazione del federalismo, se mai vedrà la luce, i limiti di intervento del Governo e quelli di Regioni ed enti locali dovrebbero essere marcati, secondo il noto principio della sussidiarietà, che è il fondamento dell’azione dell’Unione Europea.
Ott
31
2009
Le Gazzette regionali (Gurs) sono state riempite quest’anno di variazioni al Bilancio della Regione per l’esercizio finanziario 2009, cioè spostamenti di importi da un titolo all’altro, da una rubrica all’altra tra assessorati diversi o all’interno dello stesso assessorato. Si tratta di operazioni contabili che non cambiano la sostanza del più importante strumento finanziario di un ente pubblico che è il bilancio preventivo.
Apparentemente vi è una contraddizione tra un bilancio contabile che presenta un avanzo e un bilancio finanziario che presenta un deficit. Così non è perché nel primo caso si tratta solo di variazioni contabili, nel secondo si tiene conto delle entrate ed uscite effettive.
Ma tutti i marchingegni adottati non comportano sviluppo e crescita economica, tanto è vero che il Pil della Sicilia su quello nazionale rimane inchiodato a poco più del 5 per cento da oltre quarant’anni. Lo sviluppo si ottiene mediante investimenti diretti e indiretti, cioè promuovendo le attività economiche delle imprese qui insediate e attirando capitali di investitori internazionali, cui bisognerebbe stendere il tappeto rosso, cioè dare loro tutte le concessioni lecite in massimo trenta giorni.

Berlusconi ha fatto balenare l’ipotesi di ridurre l’Irap che è un’imposta regionale. Per la Sicilia, nel 2009 l’entrata prevista è di 1,6 mld il che significa che, se fosse eliminata, in cinque anni la Regione dovrebbe tagliare poco più di trecento milioni l’anno. Siccome non vi potrebbe essere un’entrata sostitutiva, ecco che il taglio dell’Irap dovrebbe essere accompagnato dal taglio di uscite. Fra queste ve ne sono tre che potrebbero essere eliminate fin da ora senza che i servizi regionali ne risentirebbero. La prima riguarda i raccomandati, cioè quei siciliani privilegiati che sono entrati nelle Pa regionali e locali senza concorso. Solo i raccomandati-precari della Regione in un anno costano circa 150 mln.
La seconda riguarda gli incompetenti (cioè i formatori che negli ultimi dieci anni si sono mangiati quasi tre miliardi senza avere apportato nessun beneficio ai giovani). La terza riguarda una particolare categoria di fannulloni che sono i 29 mila forestali di cui nessuno sa cosa facciano, a che servano, tenuto conto che in Lombardia lo Stato per tutti i servizi forestali ne mantiene circa un migliaio in un territorio uguale a quello della Sicilia.
 
Da anni chiediamo ai precari di smentirci che siano entrati nelle amministrazioni pubbliche mediante la raccomandazione di questo o di quel politico. Parecchi hanno scritto lamentandosi del loro stato ma nessuno ha negato la circostanza prima indicata. È il momento di dire basta a questa situazione. È da stabilire, anche in base al decreto legislativo approvato dal CdM il 9 ottobre, il numero e le figure professionali occorrenti per la produzione dei servizi pubblici, che confrontato con il numero dei dipendenti in organico può determinare deficienza o esubero per ciascuna figura professionale. In caso di deficienza bandire i concorsi, in caso di esubero non rinnovare i contratti in scadenza.

Perché definiamo incompetenti i formatori? La risposta è nei fatti. Con migliaia e migliaia di offerte di lavoro in Sicilia per attività professionali, non vi sono risposte da parte degli enti di formazione. Risulta evidente che essi hanno solo bruciato risorse e rilasciato attestazioni fasulle, ma non hanno fornito preparazione per quelle competenze indispensabili per abilitarli al mondo del lavoro produttivo.
La Regione è nei guai, i Comuni sono nei guai, ma i relativi responsabili i guai se li sono cercati con la loro incapacità e con un comportamento moralmente e politicamente corrotto, che ha impedito di fare primeggiare i meritevoli e di mandare a casa i fannulloni.
I dissennati comportamenti di tanti governi e maggioranze regionali, basati più sul clientelismo che non sulla politica di alto profilo, hanno danneggiato la Sicilia perché hanno contribuito a diffondere una mentalità parassitaria e lassista.