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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Terremoto

Giu
01
2012
Scusate la franchezza, ma non se ne può più. Tutti i canali radio e televisivi sono concentrati sul terremoto dell’Emilia. è del tutto ovvio che siamo solidali con una tragedia che è capitata in quella ricca terra e concordiamo pienamente con le ferme parole del presidente Napolitano e con la tempestività del presidente Monti circa gli interventi urgenti, indispensabili e necessari.
Ancora, esprimiamo ammirazione per quelle laboriose popolazioni che, immediatamente dopo il primo terremoto, sono tornate al lavoro anche correndo rischi notevoli, che poi si sono concretizzati nella morte delle 17 persone del secondo terremoto, non collegato al primo.
Tuttavia, nonostante il gravissimo evento, non è possibile che servizio pubblico radiotelevisivo, televisioni commerciali e quotidiani concentrino la loro attenzione su di esso, dimenticando tutte le altre emergenze che ci sono nel Paese e, soprattutto, dimenticando l’incuria e l’incapacità previsionale delle istituzioni in questi 64 anni.  

Si sa che il territorio nazionale è più o meno soggetto al rischio sismico, in modo più probabile ed evidente tutta la fascia costiera tirrenica della Calabria e quella ionica della Sicilia.
Si parla da decenni di leggi che dovrebbero assicurare la ricostruzione post-terremoto, senza gravare interamente sulle casse dello Stato e con delle procedure semplici, tassativamente predisposte, in modo che, in caso di queste catastrofi, la macchina pubblica e privata si metta in moto automaticamente, ovviamente dopo che il fenomeno sia cessato.
Si è parlato di obbligare i proprietari ad un’assicurazione contro i terremoti, pagando una piccola cifra certamente inferiore all’Imu. Si è parlato di accantonare un fondo pubblico contro i terremoti. Si è parlato di far intervenire i Lloyd’s di Londra per assicurare le compagnie italiane che avrebbero dovuto provvedere alle assicurazioni degli immobili di imprese e privati.
Si è anche parlato di corrispondere contributi e prevedere facilitazioni fiscali nei confronti dei proprietari di immobili (imprese e cittadini) che avessero provveduto a metterli in sicurezza antisismica anche nel caso di terremoti fino a 7,5 gradi della scala Richter.
 
Com’è a tutti noto, il Giappone, distrutto dalla guerra, dal 1946 in poi ha ricostruito il Paese con stabili che resistono regolarmente ai terremoti fino al grado prima indicato. Quando si verificano questi eventi, i palazzi oscillano fino a sei metri ma senza danno e soprattutto senza vittime. È vero che il popolo giapponese è straordinario, e lo ha dimostrato nell’ultima vicenda dell’esplosione della centrale atomica di Fukushima, conseguente a terremoto, maremoto e tsunami.
Ma dopo poche settimane sono state ripristinate e ricostruite strade, sistemati palazzi e la vita ha ripreso a pieno ritmo senza quell’esteso pietismo che c’è in Italia. I giapponesi, infatti, hanno pudore, non manifestano le loro preoccupazioni e le loro paure, guardano avanti con ottimismo e positività. Un popolo da ammirare e soprattutto da emulare.
Ma noi siamo mediterranei, con tutti i relativi pregi e difetti.

Quasi ogni anno, in qualche parte del Paese si verifica un terremoto. Puntualmente, il Governo predispone la terapia per curare l’emergenza, accenna a soluzioni strutturali ma poi, preso dai problemi di tutti i giorni, dimentica questa via. Invece, proprio la ristrutturazione degli immobili in senso antisismico sarebbe un corretto modo per mettere in moto l’economia.
Se cittadini e imprese  avessero, come prima si scriveva, facilitazioni fiscali e finanziamenti, non a fondo perduto ma a interessi zero, il bilancio dello Stato avrebbe qualche onere finanziario, pienamente compensato dalle imposte sui redditi che si maturerebbero mettendo in moto un filone economico capillare di decine e decine di miliardi. Con ciò, si creerebbe occupazione conseguente, ricordando che per ogni miliardo investito si mettono in moto circa mille posti di lavoro.
Anziché dilapidare 725 miliardi di spesa pubblica e 84 miliardi di interessi sul debito (tanto è previsto per il 2012 dal Def) basterebbe economizzare il dieci per cento di spesa (cioè tagliare quella improduttiva, 75 miliardi) e vendere il patrimonio pubblico per diminuire il debito con relativo taglio degli interessi.
Buon senso e capacità: ecco cosa manca ai nostri governanti. Altro che lacrime di coccodrillo.
Mag
28
2011
Se una tragedia come quella giapponese fosse capitata in Italia, il Paese sarebbe rimasto scioccato per vent’anni. Da noi, la prima cosa cui pensa di fare ogni cittadino è protestare, fare teatro - anche con scene dolorose - e non di affrontare la situazione con coraggio e positività.
Intendiamoci, i comportamenti dei friulani non sono uguali a quelli dei siciliani. Nella regione del Nord il terremoto del 1976 ha spronato quella popolazione a ricostruire e a rinnovare tutti gli impianti: alla fine di cinque anni, dopo il terremoto, vi erano industrie nuove, funzionanti, che avevano ricominciato a macinare ricchezza e produrre posti di lavoro. Nel Belice i danni del terremoto del 1968 non sono stati ancora riparati completamente.
La posizione mentale con cui si affrontano le avversità è fondamentale per superarle. Chi si dispera, chi piange, chi si strappa i capelli, non fa altro che peggiorare la situazione mentre dovrebbe passare da un comportamento negativo a uno positivo.

I giapponesi non trasmettono negatività, sono introspettivi, stanno in silenzio, si guardano negli occhi e si incoraggiano a vicenda. Si mettono a lavorare in silenzio e in modo facondo. Impiegano ogni minuto del loro tempo per venirsi incontro in un sentimento di solidarietà che non ha eguali al mondo. Man mano che leggo le origini, le attitudini e i comportamenti del popolo del Sol Levante la mia ammirazione aumenta, paragonandola ai comportamenti dei mediterranei, che hanno molti pregi ma sul piano istituzionale e sociale sono pieni di difetti.
Difetti che non si vogliono correggere e che, anzi, si giustificano, approfittando di una falsa morale cattolica, che dice: perdonare, settanta volte sette.
I giapponesi sono stati colpiti dal terremoto - per loro usuale - che però ha fatto lievi danni. Non un solo immobile è crollato perché dai tempi di Hiroshima e Nagasaki la ricostruzione degli stabili è stata fatta seguendo ferree logiche antisismiche, che consentono agli edifici giapponesi di resistere alle scosse fino al settimo grado della scala Richter, quale appunto è stato quello fatto registrare nello scorso 11 marzo.
 
Il maremoto, invece, ha fatto più di 15 mila vittime perché è quasi impossibile opporsi a onde alte oltre 10 metri, con una potenza d’urto contro cui l’uomo non può far nulla.
Il danno economico e umano è stato accentuato dal danneggiamento che ha subito la centrale nucleare di Fukushima, per il riversamento in mare delle acque di raffreddamento ormai contaminate e per le radiazioni nell’aria. I tecnici che hanno provato a riparare il guasto si sono sacrificati e molti di essi morranno a causa delle radiazioni che hanno assorbito. Ma nessuno si è lamentato, anzi i volontari erano più di quelli che occorrevano alla bisogna.
Il Giappone ha subìto questo grande disastro mentre la sua economia era piatta. Da molti anni, infatti, la macchina produttiva orientale non riesce a innestare la via dello sviluppo. Il Pil è più o meno uguale nonostante quel popolo di circa 127 milioni di abitanti produca una ricchezza di oltre 4 mila miliardi di dollari.

Sembra che la disgrazia possa essere uno stimolo alla crescita economica. Infatti, la poderosa macchina dello Stato orientale e del settore privato si è messa in moto per ricostruire in pochi anni quanto la natura ha distrutto. Un’autostrada dissestata è stata rifatta in soli sei (sei) giorni. Quel Paese è dotato di fonti energetiche notevoli per cui paga l’energia a un prezzo competitivo e la manodopera è in linea con i parametri mondiali. La produttività dei giapponesi è molto alta ed alto è anche lo spirito di sacrificio. Questi requisiti porteranno il Giappone in linea con la ripresa.
Tutto ciò in silenzio oppure manifestando ottimismo e fiducia in se stessi e nel proprio futuro, sapendo che la carica positiva è un elemento determinante per fare bene e per raggiungere quegli obiettivi di interesse generale che una Comunità deve porre al primo posto della propria attività.
Magari noi ci comportassimo alla stessa maniera. Con le grandi ricchezze archeologiche, culturali, paesaggistiche di cui disponiamo, se ci aggiungessimo le nostre capacità e una buona dose di positivismo, potremmo decollare. Invece, siamo ancorati al suolo.
Mar
22
2011
Il tragico terremoto che ha investito il Giappone è stato accompagnato da un maremoto con onde alte otto metri. L’energia liberata, misurata dalla scala Richter, ha fatto salire l’asticella al punto 9, ben di più dello sconquasso che colpì Messina nel 1908. Anche allora al terremoto seguì il maremoto, che fece più vittime del primo: in totale oltre 100 mila morti.
Se facciamo un paragone con i 5 mila morti più altrettanti dispersi del Paese del Sol Levante, possiamo dire che quel popolo è veramente straordinario perché ha saputo ricostruire, dopo Hiroshima e Nagasaki, tutto il Paese con strutture antisismiche che l’hanno salvato da una catastrofe immane.
A Tokyo, ogni anno, vi sono circa 2 mila scosse, di cui si avverte solo una minima parte. Eppure tutti hanno la sensazione di convivere col sisma, cui si sono abituati. L’ultimo disastro si era verificato il primo settembre del 1923, quando Tokyo fu rasa al suolo e patì 100 mila vittime, seppure l’intensità fu solo di 7,9 gradi della scala Richter.

La politica edilizia nipponica consente di subire tutte quelle scosse senza danni a cose e persone. Gli esperti non sanno se questo terremoto sia il Dai Jishin, cioè il superterremoto, o se in questo secolo se ne possa verificare uno più intenso.
La seconda questione è quella delle centrali atomiche. Quel Paese si è votato all’energia nucleare fin dal dopoguerra. L’impianto di Fukushima è vecchio di quarant’anni e doveva essere chiuso questo mese. Si tratta di un impianto di prima generazione che funziona con la tecnologia dei reattori ad acqua bollente mentre quelli di terza e prossima quarta generazione funzionano ad acqua pressurizzata, che dà una sicurezza sui problemi di raffreddamento del nocciolo.
Il Giappone dovrà lottare ancora una volta con le unghie e con i denti per ricostruire le parti distrutte, ma anche per fronteggiare i conseguenti problemi dovuti alla diminuzione di produzione industriale e di servizi e quindi a uno stallo probabile del Prodotto interno lordo. Ma i nipponici si sapranno risollevare ancora una volta, come fatto dal dopoguerra in avanti. Chapeau.
 
Terremoti ed energia nucleare sono due questioni cardine che i Governi della Repubblica italiana del dopoguerra non hanno affrontato con adeguata attenzione.
Per l’energia nucleare, la costruzione di centrali era iniziata a Caorso e a Montalto di Castro. Ma, poi, la debolezza dei Governi dell’epoca - presieduti da Bettino Craxi (agosto 1986-aprile 1987), Amintore Fanfani (aprile-luglio 1987) e Giovanni Goria (luglio 1987-aprile 1988) - portò a non comunicare bene all’opinione pubblica la necessità di avviare un processo di produzione di energia dall’atomo, come aveva già cominciato a fare Charles de Gaulle in Francia. Lo sciagurato referendum del novembre del 1987 bocciò un’attività che oggi avrebbe consentito al nostro Paese di avere energia con un costo inferiore di un terzo. Mentre qui si discettava del nulla, in Francia si sono costruite 58 centrali nucleari ed è in costruzione la 59^. Il che ha reso indipendente quella nazione dal petrolio.
In Europa vi sono 450 centrali nucleari. L’Italia è l’unica che non ne ha. Nel mondo muoiono 5 mila persone nelle miniere di carbone, mentre per l’energia nucleare ne sono morte qualche centinaio.

L’altra questione riguarda i terremoti. Si attende per questo secolo il Big One, che dovrebbe colpire la fascia tirrenico-ionica del Sud, da Vibo Valentia a Capo Passero. Quando questo evento si verificherà, speriamo in un’epoca lontana, vi saranno almeno due milioni di morti e la ripresa, per chi avrà la fortuna di rimanere vivo, sarà più difficile che se non fosse morto.
Qui, da noi, nessun Governo, nazionale o regionale ha mai pensato di fare una politica edilizia di difesa di fronte a possibili terremoti, anzi la corruzione nella Cosa pubblica ha spesso depotenziato il cemento in ponti, viadotti e immobili con la conseguenza che anche scosse di basso livello hanno fatto morti e danni.
è un altro elemento di una politica dissennata e clientelare che impedisce ai cittadini di difendersi e di proteggersi di fronte alle calamità naturali. Un’imprevidenza non ancora sanzionata da un’opinione pubblica spesso insensibile. Però grida quando capitano i guai. Imprevidente!