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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Unione Europea

Giu
19
2012
Venerdì scorso fummo facili profeti nel pronosticare che il popolo greco avrebbe votato per l’euro e per il suo ritorno alla normalità. Nel nuovo Parlamento vi sono 130 deputati di Nuova Dimokratia, 34 del Pasok e 16 di Sinistra democratica. Una solida maggioranza che sconfigge la sinistra radicale e protestataria di Syriza  (il Vendola greco) che ha riportato solo 70 deputati.
Così la situazione in Grecia si rimette nell’alveo europeo, avendo preso atto che negli ultimi vent’anni il popolo è vissuto nettamente al di sopra delle proprie possibilità, con privilegi di ogni genere goduti dalla classe partitocratica e dai dipendenti pubblici che hanno saccheggiato le casse dello Stato, diffondendo corruzione e squilibri.
Qualcuno obietterà giustamente che sono stati i due maggiori partiti (ND e Pasok) che hanno condotto la Grecia in queste condizioni disastrose. Giusto, ma ora gli stessi soggetti politici dovranno ricondurla in una condizione di normalità. Se ne saranno capaci lo vedremo prossimamente.

Il popolo greco ha mostrato giudizio e consenso, altrettanto dovranno fare l’Europa e la Germania, non tanto con l’allentamento dei controlli sul rigore indispensabile per rimettere i conti in ordine, quanto concedendo al Paese ellenico la possibilità di pagare più lentamente i propri debiti e fornendogli le risorse necessarie per gli investimenti e l’attivazione della macchina economica che crei nuovo lavoro.
Questo sarà un segnale positivo rivolto anche agli altri Paesi in difficoltà, assaliti dagli speculatori, che non sono alieni ma fanno il loro mestiere, in modo che si diffonda un processo di crescita generalizzato in tutto il territorio europeo.
Una manovra da adottare è, per esempio, quella di non calcolare nei parametri di Maastricht le somme destinate ad investimenti che cofinanziano i fondi europei. Su questo versante, soprattutto nei confronti dell’Italia, l’Unione deve stringere i controlli per punire la burocrazia, soprattutto quella meridionale, quando non fa il proprio dovere che è quello di spendere le risorse. Il che è un comportamento necessario per far capire a tutti che la festa è finita.
 
A Bruxelles, c’è l’abitudine di fare controlli formali più che sostanziali, causa, questa, che ha provocato il disastro in Grecia e ha messo sull’orlo del fallimento Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia. I controlli sui parametri dell’Uem devono essere effettivi, costanti, precisi e puntuali, in modo da sconsigliare a una classe politica inetta di finanziare col danaro pubblico iniziative ed attività clientelari e di parte che danneggiano la collettività.
La paura del crollo greco deve insegnare che è indispensabile ritornare ad un clima di normalità e di ordinaria amministrazione nel quale tutti rispettano le regole e, quando non lo fanno, sono penalizzati in maniera sostanziale.
Certo, perchè tutto funzioni meglio, occorre l’unione politica dell’Europa con l’elezione di un parlamento che abbia effettivi poteri nonchè del primo ministro e di un consiglio che deliberi, senza il potere di veto che oggi è nelle mani di ciascuno dei 27 capi di Stato e di Governo, che compongono l’Unione. Per questo obiettivo la strada è molto lunga, ma occorre perseguirlo con determinazione.

In Francia, il Partito socialista ha fatto l’en plein. Con i suoi alleati più stretti, Radicaux de gauche e Divers gauche, ha conquistato 314 seggi all’Assemblea nazionale su 577. Il presidente della Repubblica, Francois Hollande, avrà anche il sostegno del Senato, ove il Partito socialista è in maggioranza.
Vi è anche da ricordare che tutte le regioni di Francia sono governate dal Partito socialista, oltre a importanti città, fra cui Parigi.
Non sembri eccessiva l’assenza di alternative politiche nello scenario francese. Colà, il sistema elettorale nazionale, regionale e comunale consente di governare a chi prende un voto in più ( e questo è legittimamente riconosciuto da chi perde) e l’elezione dei deputati, col maggioritario a doppio turno, non sarà una rappresentazione capillare dei votanti, ma ha il pregio di eleggere maggioranze stabili e durature. Con l’effetto benefico che consente al popolo di giudicare chi ha lavorato bene e chi male, senza le perniciose zone grigie che ci ricordano la Democrazia cristiana.
Nov
26
2011
La questione degli Eurobond è semplicissima: la Bce dovrebbe emettere dei titoli europei che via via sostituiscano quelli dei 17 Paesi partner dell’Unione europea.
L’idea è buona ma manca delle gambe per camminare. Infatti è impensabile la realizzazione di questo progetto se prima non vi sia un’armonizzazione dei sistemi fiscali di tutti i Paesi che hanno refluenze finanziarie e delle regole che debbono governare in maniera tassativa i bilanci pubblici di ogni partner.
È vero che il trattato di Maastricht (7 febbraio 1992) ha stabilito tre parametri per l’adesione: l’inflazione di ogni Paese nella media europea, il debito non superiore al 60% del Pil; il disavanzo (o deficit) annuale non superiore al 3% tra entrate e uscite a condizione che esso non faccia sforare il parametro precedente.
Ma questi parametri non sono stati supportati da sanzioni, per cui i partner meno avveduti li hanno allegramente sforati fino ad arrivare a livelli incontrollabili del debito pubblico, in Grecia, Italia, Spagna, Portogallo e Irlanda.

La Grecia ha falsificato i bilanci inviati all’Unione e quest’ultima non ha mandato i suoi ispettori per verificarli alla fonte.
Ma anche l’Italia ha manipolato i propri bilanci facendo apparire disavanzi annuali inferiori a quelli veri e comunque facendo aumentare il debito pubblico da mille miliardi del 1992 a 1.900 miliardi di quest’anno, quasi il doppio.
Le regole che dovrebbero essere imposte coattivamente ai 17 partner sono già rispettate dalla Germania e, in parte, da altri Paesi. Ma il meccanismo del contenimento non può essere affidato alla buona volontà. Il rigore deve essere una regola applicata da tutti, vogliano o non vogliano.
È in atto in gestazione un provvedimento sanzionatorio, secondo il quale il Paese che non osserva il pareggio di bilancio perde tutti i finanziamenti europei. Non sappiamo quando esso diventerà una direttiva cogente.
Il proposito dell’ex governo Berlusconi d’inserire in Costituzione l’obbligo del pareggio di bilancio (la golden rule) è del tutto inutile: infatti, se vi fosse una direttiva in questo senso, l’Italia dovrebbe stare nei limiti senza bisogno di una norma costituzionale.
 
La Germania è come la formica. Ha una spesa pubblica essenziale, non cede ai clientelismi e ai favoritismi, investe molto in attività produttive e in opere pubbliche con la conseguenza che non ha deficit e che il suo debito rispetta il parametro di Maastricht.
La conseguenza più vistosa di tutto ciò è che paga bassi interessi al proprio debito pubblico, addirittura inferiori al 2%. I 500 punti di differenza dei Bpt italiani fanno costare al nostro Erario interessi in misura del 7%, pari a oltre 80 miliardi l’anno, un peso insostenibile per le casse pubbliche.
La Germania, dunque, non intende approvare l’emissione degli Eurobond se tutti i Paesi non rispettano la regola del pareggio di bilancio e, per coloro che hanno un debito sproporzionato (in Italia è doppio rispetto al parametro di Maastricht), un piano per abbatterlo entro 20 anni. Così è stato stabilito nel patto di stabilità del 25 marzo 2011 che non contiene sanzioni molto pressanti. 

La Lega è un partito territoriale che si è espanso in diverse regioni denominate da esso Padania, una località inesistente che ha il solo scopo di generare in quegli abitanti una sorta di amor patrio. Ma anche egoismi e violazioni: per esempio, quel 10% di agricoltori che non vuole pagare le quote latte nonostante il 90% lo abbia pagato, o quel 65% di pensionandi di anzianità che non vogliono sottostare alle regole europee e cioè andare in quiescienza a 67 anni.
Ma su una questione ha perfettamente ragione: la spesa pubblica per abitante deve essere uguale in tutta Italia, in qualunque regione e in qualunque comune. Ancora ragione ha la Lega quando afferma che loro non sono disposti a praticare una politica di rigore quando le regioni del Sud praticano una politica della spesa inutile e improduttiva.
È tutto qua il nocciolo della questione: le regioni del Sud, e qualcuna del Centronord, devono mettersi le carte in regola, cioè spendere solo ciò che serve per produrre i servizi, abbandonando la strada delle assunzioni clientelari e di tutti quei costi che non servono ai cittadini, ma a coloro che non hanno senso di responsabilità e valori etici. Una volta si diceva: “Mandateli al confine”.
Ott
28
2011
Il decreto legislativo n. 68/2011 ha inserito i costi standard nella valutazione della spesa sanitaria secondo cui, a parità di servizio, ci dovrà essere parità della spesa in qualunque parte del territorio italiano. Ma il decreto ha escluso dall’applicazione dei costi standard le regioni a statuto speciale, e non se ne capisce la motivazione.
Alla crisi finanziaria è seguita la stretta rigorosa dell’Ue che si è riversata sui partners, con gravi riflessi per quelli viziosi e con poche conseguenze per quelli virtuosi. Ne è conseguita una serie di manovre che governo e maggioranza hanno fatto in questi tre anni per portare a tappe forzate alla golden rule nel 2013.
Questo significa che tra maggiori entrate e minori uscite, in quell’anno dovrà essere ricavato l’ammontare relativo agli interessi sul debito pubblico di circa 80 miliardi.
Mentre i tagli delle spese superflue non hanno alcun effetto negativo sui consumi e sull’economia, il maggior prelievo fiscale - fra cui l’aumento di un punto dell’Iva - che genera nuove entrate, ha un impatto negativo perché limita i consumi e impedisce i nuovi investimenti da parte del sistema delle imprese che, anziché essere aiutate, vengono imbrigliate. 

Giocoforza, lo Stato dovrà dimagrire e con esso Regioni e Comuni. Non sacrificando i servizi sociali ma gestendo in maniera virtuosa ciascuna amministrazione.
In questa direzione giocano un ruolo importante i costi standard, perché costituiscono al contempo una guida e un punto di riferimento al quale debbono attenersi i diversi soggetti che amministrano la Cosa pubblica. Si tratta quindi di inserire rigore, rigore e rigore, non più lassismo, menefreghismo, clientelismo e tutti gli altri ismo che ne conseguono.
L’attuale ceto politico locale e nazionale non è capace di usare questo rigore, ma il d.lgs citato è in vigore, si tratta di estenderlo il più rapidamente possibile alle Regioni a statuto speciale e tra esse alla Sicilia che continua a scialacquare le misere risorse pubbliche nonostante il coraggioso recupero posto in atto dall’assessore Massimo Russo. Ma non è sufficiente perché gli sprechi nella sanità siciliana sono ancora fuori dall’ordinario.
 
In particolare segnaliamo l’eccessivo consumo di farmaci, l’eccessivo costo per posto letto del servizio alberghiero, l’eccessivo costo per posto letto del servizio sanitario vero e proprio, l’utilizzo incompleto di moltissime apparecchiature elettromedicali usate poco, male o niente, l’eccesso di personale amministrativo e medico, la polverizzazione del servizio ospedaliero in tanti presidi che non hanno più ragione di esistere e via elencando.
Deputati regionali e sindaci che continuano a difendere l’ospedale locale o il tribunale locale lo fanno per pura demagogia e propaganda. Non sanno che la loro azione è perdente perché non ci sono più risorse per finanziare il clientelismo spicciolo.
Ora bisogna risparmiare aumentando l’organizzazione e l’efficienza, erogando quindi maggiori servizi con minori spese, il che significa una sola parola: efficientamento. Chi non sarà capace di capire immediatamente il nuovo stato di cose sarà travolto dalla vera indignazione popolare, quella che emerge genuinamente perché la crisi morde la carne dei cittadini più deboli.

Dunque, i costi standard sono indispensabili e vanno usati senza por tempo in mezzo e, anche laddove non via sia l’obbligo di adoperarli, virtù amministrativa imporrebbe che si adoperassero ugualmente.
È inutile blaterare che le minori risorse tagliano i servizi. è una menzogna, perché se un servizio a Cuneo costa 100 non si vede perché a Caltanissetta debba costare 200.
L’efficienza deve essere un vanto e noi siciliani non siamo da meno dei lombardi e dei piemontesi in campo culturale. Non dobbiamo essere da meno neanche in quello della buona e sana amministrazione della Cosa pubblica. Noi dovremo avere il vanto di essere più bravi e competitivi dei nostri amici delle ricche regioni del Nord. Dovremo far vedere a loro che anche con minori mezzi otteniamo risultati piu brillanti.
Ho speso 53 anni della mia vita professionale in Sicilia e Lombardia. Ho un sogno: che le due regioni funzionino allo stesso modo.
Set
23
2011
La spesa pubblica in Italia, nel 2011, raggiungerà il 49,9 per cento del totale. Nella Grecia fallimentare raggiunge il 49,7 per cento, in Portogallo il 47,7 per cento, in Irlanda il 45,5, in Spagna il 42,9. Questi dati provengono dalla Commissione europea e indicano l’obesità delle istituzioni italiane che si mangiano la metà della spesa complessiva.
Questo è il nodo della questione. Fuggire dalla realtà, aumentando le imposte, come ha fatto questo Governo, significa portare la pressione  fiscale a 45,7 per cento, cioè quattro punti oltre la media europea.
Combinando i due dati si capisce perché la crescita del Pil italiano nel 2011 sarà inferiore allo 0,8 per cento e quella del 2012 intorno allo 0,2 per cento. Si tratta infatti di una manovra che sottrae risorse ai cittadini - i quali inevitabilmente spenderanno di meno nei consumi - e mantiene un livello di spesa corrente estremamente elevato, avendola sottratta a quella per gli investimenti. Anche in questo caso lo stallo è depressivo, perché genera assistenzialismo anziché produzione di ricchezza.

La prossima manovra che Governo e maggioranza attueranno nel mese di ottobre, per ottemperare alle indicazioni della Bce, la quale senza rigore non comprerebbe i titoli italiani, riguarderà esclusivamente il taglio della spesa pubblica, cioè la spesa corrente, non quella per investimenti.
Dovranno essere toccati i tabù delle pensioni di anzianità, dell’interesse sul debito pubblico, abbattendolo mediante la vendita di immobili, il taglio decisivo delle remunerazioni dei pubblici dipendenti, nonché l’eliminazione delle indennità a consiglieri comunali e circoscrizionali, e a deputati nazionali e regionali. Il Governo dovrà inoltre procedere allo smantellamento delle società pubbliche locali, le quali pagano fra amministratori e revisori oltre 40 mila persone del tutto inutili alla produzione dei servizi.
Se tali servizi fossero affidati a imprese, mediante bandi di gara di evidenza pubblica, costerebbero infinitamente di meno e sarebbero più efficienti. Certo, in questo caso, occorrerebbe attrezzare le istituzioni con opportuni organi di controllo, che dovrebbe essere tassativo.
 
Vi è poi un’altra questione, che non viene riportata sovente sul tavolo e, cioè, la qualità della spesa pubblica. E per qualità noi intendiamo la sua produttività. Ciò significa che a ogni euro speso deve corrispondere più di un euro di servizio prestato, per l’effetto moltiplicatore di una sana ed efficiente organizzazione. Questo meccanismo virtuoso diventerebbe la base per remunerare dipendenti e dirigenti pubblici, anche premiandoli per gli obiettivi che via via raggiungono. 
Nella remunerazione dei dipendenti pubblici, almeno in quelli siciliani, vi è un aspetto che ha del ridicolo. Una parte dei compensi annuali è subordinata al raggiungimento degli obiettivi. Il fatto è che anche quando essi non vengono raggiunti il cosiddetto premio viene erogato ugualmente. Si tratta di una palese iniquità, non giustificabile in alcun modo, che ha un ulteriore effetto negativo: quello di diseducare i cittadini, i quali si sentono presi in giro perché i loro quattrini vengono gettati al vento e anche perché si diffonde un principio antimeritocratico.

Vi sono molti metodi per valutare la produttività della spesa pubblica. L’organizzazione è una scienza che ne prevede tantissimi, trasferiti nel controllo di gestione, noto ai professionisti di questo ramo. Ricordo che il controllo di gestione obiettivo si fa nelle aziende private, in quelle pubbliche e nella pubblica amministrazione, solo che in quest’ultima il controllo è meramente formale e non riguarda il rigoroso rapporto fra obiettivi fissati e risultati raggiunti.
Mancando questo controllo, è impossibile valutare l’opera di chi ha prestato il proprio lavoro professionale, dal che ne consegue che tutti sono uguali, venendo meno la graduatoria che si sgrana fra il primo e l’ultimo di ogni situazione.
La questione è semplice ed è inutile girarci intorno. Chiunque apra la bocca per emettere fiato danneggia la collettività. Lo fa perché è in malafede o ignorante, ma il risultato è il medesimo. Cincischiare ancora sulla produttività della spesa pubblica è delinquenziale.
Set
16
2011
Vi sono direttive Ue che non sono state recepite dallo Stato italiano per indolenza o per convenienza. Nel primo caso, in quanto la burocrazia italiana è famosa al mondo per la sua inefficienza e disorganizzazione, per cui quello che si potrebbe fare in un giorno si fa in un anno. Nel secondo caso, perché l’inserimento nell’ordinamento legislativo nazionale di direttive europee comporta spesso l’abolizione di privilegi, di Caste e corporazioni, per cui queste ultime fanno in modo di rinviare l’amaro calice.
In un modo o nell’altro, l’Italia annaspa perché non modernizza il suo sistema legislativo e non si adegua alle norme dell’Unione, di solito più progredite di quelle nazionali. In questi casi il governo nazionale e le sue strutture costituiscono uno scudo negativo per chi volesse da subito applicare quelle norme.
Tuttavia, vi sono due possibili correttivi: il primo riguarda la magistratura, alla quale si possono rivolgere i cittadini italiani chiedendo che vengano applicate le norme europee quand’anche non ancora recepite dall’Italia. Di solito tribunali e corti accettano le istanze e le applicano.
Il secondo riguarda la facoltà per le Regioni di recepire direttamente le norme europee con proprie leggi regionali anche se in contrasto con quelle nazionali. Sono frequenti le sentenze della corte Costituzionale che danno ragione a quelle regioni che applicano le normative europee sovranazionali e non quelle nazionali.

La questione non è di poco conto anche perché è importante che ciascuno di noi si senta cittadino europeo prim’ancora che indigeno. Ricordiamo che le 344 regioni europee sono diverse fra di loro per usi, etnie, costumi, abitudini, linguaggi e via enumerando. Però, lo spirito di Gaetano Martino, che nel giugno del 1955 portò a Messina i capi di Stato e di governo per porre le basi al mercato comune, è rimasto intatto per questi 56 anni. Il trattato di Roma istitutivo della Cee (25 marzo 1957) sostituì la Ceca (Comunità economica del carbone e dell’acciaio), che era stata a sua volta costituita nel 1951.
Il nostro futuro è in Europa, non a Tripoli o ad Algeri. Però dobbiamo avere la capacità di pensare che noi europei del Mediterraneo possiamo collaborare, sul piano sociale ed economico, con tutte le popolazioni della costa africana (Marocco, Tunisia, Algeria, Libia ed Egitto).
 
Essere europei nella mente deve portare a diventarlo anche nei propri comportamenti. Certo, è difficile pensare di uniformarci a una regione della Lettonia o della Lituania, ma non è questione di amalgamarsi, quanto di utilizzare al meglio le diversità per un obiettivo comune. La strada è molto lunga perché in mezzo secolo l’Unione ha fatto poco per darsi regole comuni, trovando resistenze in quasi tutti i propri membri.
Quando è entrato in circolazione l’euro (1 gennaio 2002) i Paesi dell’Unione monetaria hanno fatto un enorme passo avanti. Se oggi Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda e Italia stanno reggendo alla crisi internazionale che ha messo a nudo gli scellerati comportamenti dei propri governi degli ultimi 20 anni lo si deve proprio allo scudo monetario. Fra i Paesi deboli vogliamo citare l’Irlanda (70 mila kmq con appena 4,5 mln di abitanti) la quale, per rimettere a posto i propri conti, ha tagliato il 50% degli stipendi di tutti i dipendenti pubblici, azione per altro ripetuta dalla Grecia.

Quando qualcuno si lamenta che la Bce ha commissariato il governo italiano dovrebbe, invece, rallegrarsene, perché proprio il seguire le indicazioni del board della Banca europea, ha consentito all’Italia di salvarsi, almeno sembra. Ovviamente le indicazioni sono state fatte per macrosaldi, lasciando ovviamente alla facoltà del governo di ottenerli con tagli alla spesa pubblica corrente e nuove imposte o con una miscela fra le due possibilità.
Un governo assennato avrebbe dato prevalenza ai tagli per risparmiare, in modo da realizzare risorse utili ad abbattere l’enorme debito pubblico e fare nuovi investimenti. Il governo italiano ha, invece, optato per mettere pesantemente le mani nelle tasche degli italiani senza tagliare nessuno dei grandi privilegi delle Caste, soprattutto quella politica, senza pensare allo sviluppo.
Lo sviluppo poggia sulle gambe delle liberalizzazioni, dei nuovi investimenti, delle aperture dei cantieri delle opere pubbliche di interesse strategico nazionale ed europeo, sulla mobilità del mondo del lavoro e sulle convenienze per i gruppi internazionali di venire ad investire in Italia offrendo soprattutto rapidità nel rilascio di autorizzazioni e concessioni.
Ago
23
2011
E venne il momento in cui la Casta politica ha finito di scherzare. Esso parte dal Patto di stabilità del 25 marzo, chiamato Europlus, e continua con la speculazione che si è dimostrata un toccasana perchè ha provocato come effetto indiretto la formulazione della cosiddetta regola d’oro.
Essa consiste nell’obbligo, per i 17 Stati sovrani che aderiscono all’area Euro, di rispettare i parametri di Maastricht (del 7 febbraio 1992, entrato in vigore il 1° novembre 1993) e cioè il disavanzo annuale massimo del 3 % se il debito pubblico sul Pil non supera il 60 %.
Siccome così non è per quasi tutti gli appartenenti, ecco che si impone almeno il pareggio di bilancio, cioè la regola d’oro. L’Uem, scottata dalle inadempienze dei propri partners, ha inserito una sanzione fortissima: il Paese che non applica la regola d’oro non avrà trasferiti i fondi previsti per esso. Ovviamente questo cappio si riversa a valle all’interno di ogni stato.

E veniamo al Bel Paese. Tremonti non poteva tagliare il disavanzo annuale di colpo. Ha provato a fare il furbo con la prima manovra 2011 (legge 106 del 12 luglio), ha corretto il tiro con la seconda manovra (legge 111 del 15 luglio) e, infine, non essendo bastate le correzioni delle prime due ha calato il carico da 90 con il decreto legge 138 del 13 agosto, terza manovra correttiva. Si tratta di constatare, nel processo di conversione, se i saldi rimarranno invariati, come proclamano tutte le parti politiche di maggioranza e opposizione, restando da discutere e definire le variazioni all’interno di essi.
Mercoledì 17 agosto, ad accogliere il decreto legge in Senato, c’erano undici pellegrini i quali non sapevano se definirsi rispettosi del loro ruolo o poveri fessi che avevano lasciato le vacanze per onorare l’impegno e gli oltre 20 mila euro al mese che percepiscono, spesso indegnamente.
In ogni caso le Commissioni, oggi, hanno cominciato l’esame del Dl 138 che dovrebbero esitare in settimana, in modo da passarlo alla Camera con un testo blindato su cui, verosimilmente, il Governo porrà la fiducia. Se la conversione in legge si concluderà entro il 31 agosto, bisognerà dare merito al ceto politico nazionale ed in maggior misura alla maggioranza che ha superiori responsabilità.
 
Vi è una considerazione sull’economia mondiale. Le nazioni che stanno crescendo velocemente (Brics, oltre alla Corea del Sud e Taiwan) stanno dando benessere a centinaia di milioni di persone creando posti di lavoro e ricchezza. La cosiddetta parte avanzata delle Nazioni, quella occidentale ed il Giappone, invece, non cresce, langue, non crea nuova ricchezza, nè nuova occupazione. Però sono questi Paesi che hanno in mano le leve dell’economia e della finanza mondiale. L’Fmi ai francesi con Christine Lagarde, la Banca mondiale agli americani con Robert Zoellick. Questo scenario fa vedere come i bravi sono sudditi e gli incapaci sono dirigenti. Lo stato di fatto non durerà a lungo perchè gli squilibri creeranno tensioni a livello mondiale.
Ritorniamo al nostro Paese per ricordare ancora una volta i cinque macigni sotto i quali gli italiani vivono malissimo.

Primo. L’evasione fiscale ha raggiunto i 275 miliardi di imponibile che comporta un’evasione di 60 miliardi di Iva e 60 miliardi di altre imposte. Secondo. La corruzione, in base alla Corte dei Conti, grava per 60 miliardi. Terzo. L’Istat ha appena pubblicato che l’economia sommersa è di 275 miliardi. Essa crea concorrenza distorta ed iniquità fra cittadini. Quarto. Criminalità organizzata: è stato stimato dal settimanale francesce L’Express che il volume d’affari in Italia sia di 120 miliardi. Anche in questo caso l’infiltrazione mafiosa nelle attività economiche comporta distorsione ed iniquità. Quinto. La burocrazia ha un costo di 60 miliardi per la sua lentezza e farraginosità, per la sua endemica disorganizzazione e per la sua incapacità di dare risposte in tempo reale a tutte le istanze di cittadini e imprese.
Come ben si vede il ceto politico, in 60 anni, ha accumulato, pietra su pietra, questi cinque macigni. Smontarli è estremamente difficile ma indispensabile. Ripetiamo che il nodo scorsoio dell’Europlus stringe irrimediabilmente.
Guai a pensare che si possa continuare a nicchiare come hanno fatto i politici in questi ultimi trent’anni.
Apr
13
2011
Giovedì 7 aprile è approdato in Sicilia il commissario per le Politiche regionali Johannes Hahn che, alla presenza del ministro per i Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto, ha bacchettato pesantemente Lombardo e il suo Governo perchè non spendono i fondi europei. Hahn ha dato un ultimo avvertimento: se non spendete 900 mln di euro nei prossimi otto mesi, cioè entro il 31 dicembre, cancelleremo tali risorse a favore della Sicilia.
C’è da vergognarsi, in una terra che ha bisogno di infrastrutture come l’aria che si respira, sentirsi redarguire in modo così pesante. Emerge tutta la responsabilità del Governo regionale, di tutto il ceto politico e dei dirigenti generali passati e presenti, colpevoli di ignavia, incompetenza e incapacità e forse anche di corruzione. Non si spiega in altro modo come sia possibile prolungare l’agonia economica della Sicilia quando i soldi ci sono e, per spenderli, basta attivare le procedure ed emettere i provvedimenti.

L’assessore all’Economia, Gaetano Armao, validissimo avvocato ma non altrettanto economista, continua a puntare il dito contro il federalismo fiscale che sarebbe un guaio per la Sicilia, argomentando le solite banalità in ordine alla carenza delle infrastrutture, al basso reddito pro capite ed al basso Pil rispetto al Nord.
Lo ringraziamo per questi dati che riteniamo abbia letto in questi ultimi trent’anni sul QdS, ma dobbiamo dolerci per il fatto che egli non sia conseguente. Infatti, non abbiamo visto nessun licenziamento in tronco di dirigenti regionali che non hanno speso. Quelli che sono stati allontanati percepiscono regolarmente lo stipendio, nonostante il danno che hanno fatto. Anzi, qualcuno di essi va in pensione a 51 anni, una vergogna tutta siciliana.
Armao non ha impedito il sacco delle ultime risorse siciliane regionali attraverso l’assunzione inutile e indiscriminata di 5 mila dipendenti quasi analfabeti (infatti il titolo di studio richiesto è la terza media) e non dice nulla sul fatto che i dirigenti in modo tracotante hanno il coraggio incivile di chiedere nuovo personale. L’assessore all’Economia ha le sue gatte da pelare, entro il 30 aprile deve farsi approvare dall’Ars il Bilancio 2011.
 
I quattro mesi di ritardo del bilancio hanno asfissiato l’economia siciliana. Chiediamo all’assessore Armao per quale motivo non abbia messo in mora i 390 sindaci chiedendo loro entro il 31 dicembre 2010 i rispettivi parchi progetto per le infrastrutture, di cui abbisognano le singole amministrazioni locali. Gli chiediamo ancora perchè non tagli gli sprechi che pubblichiamo quasi tutti i giorni su questo foglio e che ammontano a 3,4 miliardi. Gli chiediamo perchè non metta sotto torchio i quattro direttori generali dei relativi centri di spesa Ue (Programmazione, Formazione, Agricoltura e Pesca).
Ulteriore domanda: perchè non trasferisce a Sicilia e-servizi Spa personale regionale in esubero anziché farne assumere 250 ex novo? Ora è nelle sue mani la l.r. 5/2011 sulla trasparenza: sta a lui attuarla con immediatezza, tagliando lacci e lacciuoli a una burocrazia incapace di onorare il suo compito.
In questa opera di bonifica, Armao dovrebbe inserire l’abolizione di qualunque compenso per i consiglieri di amministrazione delle partecipate, l’obbligo di redigere il Piano aziendale per ogni branca dell’amministrazione regionale e locale e l’obbligo di far certificare i bilanci da parte di società iscritte alla Consob.

Lamentarsi che il Pil della Sicilia è da 40 anni fermo al 5,6% di quello nazionale è semplicemente inutile, mentre è indispensabile tracciare un percorso attraverso cui farlo aumentare. Per far questo bisogna che il detto percorso sia virtuoso, col taglio della spesa corrente, clientelare, senza guardare in faccia a nessuno. Si libererebbero in tal modo risorse finanziarie con le quali cofinanziare i fondi Ue da spendere subito in cantieri aperti in tutta la Sicilia.
Nei prossimi giorni pubblicheremo un’inchiesta su tutte le più importanti infrastrutture da costruire, ora e subito, per le quali occorrono circa dieci miliardi di euro. Il bello della questione è che i dieci miliardi li abbiamo! Solo che gli inetti (politici e burocrati) li tengono in naftalina. Un vero crimine economico.
Gen
26
2011
Il guaio più grosso della Regione siciliana è il comune senso della irresponsabilità secondo il quale chi vi lavora percepisce regolarmente lo stipendio indipendentemente dal raggiungimento dei risultati.
Il compito dei dirigenti generali è quello di realizzare le direttive che la Giunta di governo dà loro, senza alcun controllo amministrativo da parte degli assessori. Infatti la L.r. 10/2000 ha separato il momento politico da quello esecutivo, per cui, da allora, i dirigenti generali hanno piena responsabilità.
Questa premessa è indispensabile per trattare il tema della inazione riguardo ai fondi europei del Po 2007/13 che mette a disposizione complessivamente, fra Stato, Regione e fondi Ue, ben 18 miliardi, come è stato più volte confermato da diversi dirigenti generali.
A distanza di quattro anni, dall’inizio del Piano, doveva essere spesa almeno la metà dei 18 mld programmati, cioè 9 mld. Chiedendo ai quattro centri di spesa (Programmazione, Agricoltura, Formazione e Pesca), le somme impegnate inserite in progetti raggiungono appena il  9,58% e quelle spese, la miseria del 2,5%.

Si tratta di un vero e proprio fallimento di un’azione amministrativa inesistente che non funziona e che è contraria agli interessi di tutti i siciliani, privati e imprese. La regola dei dirigenti è quella di dilazionare le risposte, allungando i tempi in modo smisurato, e le stesse risposte, quando arrivano, sono spesso negative. Insomma, vige la regola del no e quella del non fare. Con questo comportamento tutta la macchina si è bloccata con gravissimi danni per l’economia che perde importi rilevanti negli investimenti e nelle opere pubbliche e fa aumentare a dismisura la disoccupazione, soprattutto quella giovanile.
Nonostante il quadro che abbiamo appena disegnato e che nessuno ha il coraggio di smentire, perché è la pura e semplice verità, la macchina pubblica continua a pagare inutili stipendi a gente che non realizza nulla, che non fa il proprio dovere. è inutile fare discorsi di lana caprina. La sostanza verte sul raggiungimento o meno di risultati positivi. Sfidiamo assessori e dirigenti generali a comunicarci quali risultati abbiano raggiunto dall’insediamento di questo governo.
 
La situazione è fortemente aggravata dall’irresponsabile decisione di Lombardo di farsi approvare l’esercizio provvisorio, rinviando invece il varo della legge di bilancio 2011. Cosicché fino a marzo prossimo la spesa è bloccata, salvo l’erogazione di dodicesimi, come prevede la legge.
Una Regione che avrebbe bisogno di accorciare, seppure lentamente, il divario con le regioni del Nord, invece, fa di tutto per affossarsi col risultato tragico di aumentarlo. Non sappiamo quando arriverà il momento d’invertire la tendenza, ma sarebbe indispensabile che si cominciasse a pensare a tale inversione in tempi brevissimi, senza andare alla calende greche.
Avere 9 mld di euro disponibili e non spenderli, qualunque possa essere la motivazione, con la penuria di liquidità che vi è in Sicilia, è semplicemente un comportamento socialmente criminale. è vero che non vi sono sanzioni penali, ma è anche vero che la coscienza, per chi ce l’ha, dovrebbe intervenire per impedirlo.

Ci sarebbe un rimedio semplice, per sbloccare il sistema autorizzativo. Si tratta di una norma di legge regionale, da approvare, che consenta di fare tutto quanto previsto senza bisogno di alcuna autorizzazione, utilizzando eventualmente il meccanismo del silenzio assenso. In questo modo, chi volesse promuovere un’iniziativa, chi volesse costruire un’opera pubblica in project financing o chi volesse insediare un’impresa, potrebbe farlo senza bisogno di alcuna autorizzazione, salvo il dovere-potere della pubblica amministrazione di intervenire durante e dopo la realizzazione del progetto, con opportuni, severi e incontrovertibili controlli.
Qui ed ora bisogna investire attirando gruppi imprenditoriali internazionali i quali sono disposti a mettere capitali per realizzare opere e imprese. Se si adottasse questo mezzo, le risorse pubbliche aumenterebbero perché a parità di risorse finanziarie, si potrebbero realizzare più opere.
Le soluzioni ci sono, bisogna avere la volontà di metterle in atto. Quando questa volontà non c’è bisogna cacciare dalla porta coloro che non fanno quello per cui si sono impegnati.
Dic
08
2010
I giovani protestano contro i supposti tagli alle Università italiane, dimenticando che ognuno di essi costa alla collettività settemila euro l’anno. Ovviamente, per la loro ingenuità e incompetenza, non hanno la capacità di vedere il quadro generale. Se l’avessero, punterebbero gli occhi sull’enorme spreco di risorse che c’è nelle Università centro-meridionali, ove gli stipendi assorbono il 90 per cento delle disponibilità. Di essi, la maggior parte riguarda il personale amministrativo, che dovrebbe essere ridotto all’osso, mentre è esuberante, aggravando i costi di gestione (affitti, energia, telefonia, pulizie e via elencando) in maniera abnorme.
Pubblicheremo nei prossimi giorni un’inchiesta con i dati relativi a dipendenti amministrativi, corsi di laurea, professori e alle spese di gestione, raffrontando le Università siciliane statali con alcune virtuose del Nord.
Tuttavia, diciamo: viva i manifestanti, i quali esprimono vitalità e capacità di esercizio della democrazia, indipendentemente dalla correttezza della loro analisi.

Nella scuola, il 97 per cento delle risorse si spende in stipendi. Anche in questo versante vi è un’abnorme quantità di personale amministrativo. La questione è nota: il ceto politico, nel Sud, ha richiesto i voti scambiandoli con i favori, approfittando del bisogno della gente. I favori sono consistiti nel fare entrare gente inutile nella pubblica amministrazione.
Perché definiamo inutili queste persone? Giammai come fatto umano, perché ogni persona ha la propria dignità e dev’essere rispettata in quanto tale. Affermiamo che sono inutili alla produzione dei servizi. Perché sono inutili? Perché nessun ente pubblico, di qualunque livello e di qualunque natura, redige il Piano aziendale. Questo è uno strumento indispensabile per determinare quanto serva alla produzione dei servizi e in modo specifico di quanti dipendenti vi sia bisogno per figure professionali e per quantità.
Perché i dirigenti non redigono il Piano aziendale? Perché sono incapaci e inetti o perché questo strumento smaschererebbe il clientelismo? Provate a rispondere. Se tutti gli enti pubblici redigessero il Piano aziendale, risulterebbe chiaro che anziché 3,5 mln di dipendenti ne occorrerebbero non più di due milioni.
 
Il fenomeno è gravissimo al Sud e quasi inesistente al Nord. Perché? Perché al Nord c’è il lavoro e quei cittadini non sono attratti dalle pubbliche amministrazioni. Là si lavora seriamente e i compensi sono più bassi di quelli che offre il mercato. Tradotto, significa che l’assistenzialismo meridionale, gravissimo in Sicilia, è servito per elargire stipendi e non per produrre servizi.
La Regione Siciliana sta tentando di fare la più colossale operazione clientelare del dopoguerra, immettendo forse altre 50 mila unità negli organici della Pa a tempo indeterminato.
Questa è la strada della morte economica, perché impiegando tutte le risorse disponibili per pagare stipendi non si possono cofinanziare opere pubbliche e infrastrutture, per cui vi è già la disponibilità di fondi europei, di fondi statali e di gruppi imprenditoriali che volentieri sarebbero disponibili a costruirli mettendoci finanza privata col project financing.

Ma l’Unione europea ha stretto il laccio e lo stringerà ancora di più accendendo i fari sui debiti dei singoli Stati e sui comportamenti viziosi degli enti pubblici all’interno di essi. In altri termini, l’Unione costringerà il Sud alla virtù, cioè a spendere l’essenziale.
Le proteste delle corporazioni che si vedono tolte risorse per gli sperperi sono destinate ad aumentare, perché i tagli che si dovranno fare nel corso del 2011 e del 2012, per restare negli stretti limiti del Patto di stabilità, ammonteranno intorno a 40 miliardi di euro. Essi sono indispensabili per avere un avanzo primario che serva a diminuire il disavanzo annuale.
Gli 80 miliardi annuali di interessi sul debito pubblico sono una cifra non più sostenibile. Bisogna procedere con sapienza, realizzando cespiti e diminuendo le spese perché quel macigno cominci a diminuire. Alla diminuzione concorrerà anche la ripresa economica se lo Stato toglierà risorse ai parassiti e le destinerà alla costruzione di infrastrutture e di opere pubbliche di cui l’intero Paese ha bisogno ma, in modo preponderante, tutto il Mezzogiorno.
Mag
14
2010
Dieci ore di riunione notturna hanno portato il Consiglio dei ministri finanziari dell’Ue a stabilire un paracadute contro gli speculatori finanziari, da usarsi continuamente e, fin da ora, per la gravissima situazione della Grecia e le gravi situazioni di Portogallo, Spagna e Irlanda.
Un fondo di enormi dimensioni, quasi come quello approntato da Obama per fronteggiare la crisi degli Usa, che costituisce una barriera fortissima contro gli speculatori. Questi, che pur agiscono legittimamente dal loro punto di vista, guadagnano approfittando della situazione di debolezza della moneta di questo o quel Paese. Si tratta di spuntare le loro armi in modo da far distogliere l’attenzione dall’area Euro.
La protezione che il fondo darà ai 16 membri dell’Euro è composta sia da fondi europei dei singoli Stati che da fondi della Bce e da un altro del Fondo monetario internazionale. L’insieme delle risorse verrà utilizzato di volta in volta non appena si presentino le necessità.

La protezione che vi abbiamo descritto ha un risvolto piuttosto rigoroso e cioè quello di imporre a ciascun Stato membro dell’Uem regole più cogenti per controllare il deficit annuale e conseguentemente l’andamento del debito pubblico.
Ricordiamo che due dei tre parametri di Maastricht prevedono un massimo del 3% di disavanzo annuale e un massimo del 60% del debito sul Pil. L’italia ha chiuso il 2009 con un disavanzo di oltre il 5% e con il debito pubblico di oltre il 116%.
Da tenere presente che tale debito grava sul bilancio annuale con oltre 80 miliardi di interessi. Se fosse dimezzato libererebbe metà di tali interessi, cioè 40 mld, i quali potrebbero essere destinati allo sviluppo mediante infrastrutture e attività produttive.
Si tratta di un cappio vero e proprio, che ogni Stato non in regola con i conti dovrà mettere alla propria spesa, che dovrà essere tagliata nella parte corrente se, contemporaneamente ai sacrifici, si vuole innestare un processo virtuoso di sviluppo. Tale processo si mette in moto con appropriati investimenti e stimoli delle attività produttive.
 
Per venire al Belpaese, radiografando la spesa corrente da Nord a Sud, ci accorgiamo che proprio nel Meridione essa è quasi doppia di quella del Nord. Sarà dunque inevitabile che i tagli colpiranno tale spesa improduttiva e spesso clientelare per riportare i parametri a quelli del Nord. Bisognerà evitare che i tagli siano orizzontali. Per far ciò è necessario modulare l’operazione chirurgica in modo da eliminare le sacche di sprechi, gli inutili costi della politica (tagliando le province e numero di parlamentari, auto blu, consulenti e annessi).
La spesa corrente si è dilatata al Sud soprattutto per effetto di un metodo sbagliato di ricerca del consenso, basato sullo scambio tra voto e bisogno. Un processo a vite senza fine che ha avuto come effetto l’arretramento delle otto regioni meridionali rispetto a quelle settentrionali. Il divario non solo non diminuisce ma aumenta.

Ribadiamo ancora per l’ennesima volta che, per ogni miliardo destinato allo sviluppo, si mettono in moto 10 mila posti di lavoro. È perciò in questa direzione che si deve muovere la spesa pubblica qui in Sicilia. La Regione non deve dare contributi ma prendere a proprio carico interessi di finanziamenti a progetti imprenditoriali, lasciando al sistema bancario la valutazione degli stessi. Due comportamenti che, se attuati immediatamente, possono mettere nelle condizioni di invertire a “U” la linea sciagurata fin qui seguita da tutti i governi regionali del dopoguerra.
Bisogna mettere a reddito subito,  mediante progetti cantierabili, il ricchissimo patrimonio archeologico, ambientale, culturale, paesaggistico. Bisogna intervenire con stimoli e finanziamenti alla ricerca nel settore agricolo, in quello industriale e dei servizi avanzati. Bisogna spendere efficacemente le centinaia di milioni della formazione per insegnare ai partecipanti quelle competenze in modo da renderli idonei al mercato. Ecco alcune indicazioni sulle quali governo e maggioranza regionali dovrebbero prendere subito adeguate iniziative.
Mag
08
2010
Il Kosovo, con proprio autonomo provvedimento supportato da referendum, ha dichiarato il 17 febbraio 2008 l’indipendenza dalla Serbia. Questo atto non è stato riconosciuto dalla ex Casa madre, mentre ben 22 dei 27 paesi dell’Unione europea hanno validato l’iniziativa. Si tratta di una secessione vera e propria sulla quale non abbiamo titolo per esprimere una valutazione. Ma un dato emerge con chiarezza e, cioè, che quando un popolo si sente emarginato da una comunità molto più grande non deve essere costretto a convivervi e può prendere l’iniziativa di separarsi, per intraprendere in modo indipendente la strada dello sviluppo. Sviluppo che non ci sarebbe se, rimanendo unito a una comunità più grande, si dovessero seguire i suoi interessi piuttosto che i propri.
È ineluttabile che il pesce grosso mangi quello più piccolo, che il leone rincorra la gazzella per procurarsi il cibo e che quest’ultima corra per non diventare cibo.

Il rimedio a questi effetti è dato dalla comunità nazionale che deve valutare in maniera equa torti e ragioni per poi esprimersi al riguardo.
Com’è noto, la Serbia ha fatto domanda per essere affiliata prima e ammessa dopo all’Unione europea, la quale dopo avere inglobato la Slovenia, prima nazione balcana, ha messo in stand by le richieste della Croazia, della Bosnia, del Montenegro, oltre a quelle di Serbia e Kosovo cui prima si accennava.
Non è un caso che quel furbacchione di Sergio Marchionne abbia costituito una società mista a Kragujevac, acquistando lo stabilimento automobilistico della vecchia Zastava, per la produzione di 200 mila veicoli (dimensione minima che giustifica l’istituzione di uno stabilimento). Marchionne ha ottenuto finanziamenti dallo Stato serbo oltre che avere un costo del lavoro all’incirca 4 volte inferiore dello Stato italiano. Altro che Termini Imerese. Quello stabilimento ha anche il vantaggio di servire tutti i balcani.
La Serbia, di fronte al quasi totale riconoscimento del nuovo Stato kosovaro, ha fatto ricorso alla Corte internazionale di Giustizia europea per vedere riconosciuto il proprio diritto al controllo del piccolo nuovo Stato.
 
Non sappiamo chi abbia ragione o torto, però sappiamo che la predetta Corte è investita di una controversia che a seconda dei casi può essere nazionale o internazionale.
La presenza di un giudice europeo che metta le mani in una questione così delicata offre garanzia che qualunque questione, anche interna a una nazione, possa essere valutata per ottenere sentenze eque, anche se inevitabilmente influenzate dalla politica degli Stati.
La vicenda che vi raccontiamo può sembrare distante dai nostri problemi, cioè dai problemi della Sicilia. Invece, cade a fagiolo perché è in atto una controversia strisciante che non è esplosa e che invece governo e maggioranza siciliani hanno il dovere di portare all’attenzione della pubblica opinione europea.
Riguarda l’annosa questione dell’Alta corte, prevista dall’art. 24 dello Statuto siciliano, legge di rango costituzionale, che è stata illegittimamente sospesa dalla Corte costituzionale con sentenza n. 38 del 1957.

È vitale che l’Alta corte sia riavviata e in questo senso abbiamo chiesto che il presidente dell’Assemblea regionale, Francesco Cascio, personalità sensibile all’Autonomia e alla Giustizia, convochi lo stesso consesso affinché provveda a nominare i tre membri effettivi e uno supplente dell’Alta corte. Ciò fatto, l’Ars dovrà chiedere al Parlamento nazionale di adempiere al suo dovere consistente nel nominare altrettanti membri di sua competenza. Con quest’atto l’Alta corte, dopo 53 anni (1957/2010), riprenderebbe a funzionare.
Se il Parlamento non ottemperasse in tempi ragionevoli, Governo e Ars potrebbero accedere alla Corte internazionale di giustizia dell’Ue esattamente come hanno fatto gli Stati balcani di cui vi abbiamo raccontato la vicenda all’inizio.
La questione che proponiamo continuamente è di vitale importanza per la Sicilia, perché ripristina l’accordo iniziale fra il popolo siciliano e quello italiano in base al quale oggi l’Isola fa parte dell’Italia. Senza quel patto la Sicilia sarebbe uno Stato indipendente, padrone del proprio futuro. Bene o male? Ai posteri l’ardua sentenza.