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Quotidiano di Sicilia

 
Bios kai ethos di Margherita Montalto
il blog sulla bioetica


Tag Riflessioni

Ago
10
2011
Ogni anima contempla il silenzio. Si allontana in punta di piedi dal rumore della vita, si apparta e cerca di comprendere cosa accade. Non tutti ne sono capaci. Gli arroganti per esempio non riesco a comprendere tali sofisticate dinamiche. Quelli che dalla vita hanno avuto tutto. E credetemi non è un eccesso. Ci sono persone che arrivano a settant¹anni e hanno dovuto sgobbare un esistenza intera tra stenti e soprusi, anche la salute precaria e senza possibilità di curarsi. Ci sono persone che in pochissimo tempo hanno vissuto da leoni.

Ogni anima contempla la gioia. La voglia di sorridere, di stare bene. Ci sono gli arroganti per esempio che pensano di carpire un sorriso attraverso il denaro, ma non sanno che il sorriso proviene da dentro e non si compra. Ogni anima deve essere umile. Non tutti lo sono. Per esempio gli arroganti. Ci sono quelli che pensano che con il potere dei soldi possano conquistare o acquistare la dignità degli altri. E mettono sotto i piedi, almeno credono e lasciamoglielo credere, il silenzio di chi non risponde non per timore, semplicemente perché il potere è espresso in maniera silenziosa, senza chiasso.

Ogni anima cerca la luce. Chi crede di eclissare si sente forte, ma non sa che il sole è più forte delle tenebre e delle ombre. Ogni anima piange. Tutti sanno che le lacrime dell¹anima fanno male. Solo gli arroganti non si genuflettono dinanzi al dolore. Anzi, battono i piedi, alzano i pugni contro i più deboli perché sanno che con i più deboli si vince. Il fatto è che non sanno che potrebbero imbattersi con qualcuno che con il suo silenzio, potrebbe stordirli. Ogni anima è in pena. Tutti sanno che se manca qualcosa all¹anima il corpo soffre. E non sono dolori controllabili, eppure gli arroganti non sanno che il dolore non ha status, età, sesso. Il dolore è di tutti e per tutti. Il silenzio dell¹anima non si calpesta, si rispetta.
Gen
25
2011
L'esortazione di Socrate a trovare la verità dentro di se stessi è stata mantenuta dall’Oracolo di Delfi con il detto greco “gnôthi seautón”, locuzione in latino “Nosce te ipsum”, in Italiano “Conosci te stesso”.

L'uomo ha la presunzione di conoscere gli altri, il mondo circostante, ma non si rende conto non conosce di se niente perché non sa ascoltarsi, capirsi, non sa cosa vuole. Il “si” riflessivo non è solo uso grammaticale; in questo caso assume una valenza intima, interiore e profonda. Ascoltarsi, capirsi appartiene ad un grande capacità di autocritica, di ricerca che oggi la nostra società, con i ritmi frenetici, superficiali - per paura, per individualismo, o per opportunismo - rinuncia a ricercare.

È facile affermare all’altro “ti conosco benissimo” ma è azzardato e fuorviante. Risponderei “e tu ti conosci tanto quanto conosci me?”. Cosa sai di te veramente? Come puoi fare a dire ti conosco se non sai cosa vuoi neppure da te?
 
Questo è l’uomo. Ecco perché la conoscenza è un grande virtù.  Non voglio fare accademia, ma se è utile la utilizzo per rendere al meglio il mio concetto di conoscenza.

Leggete il settimo libro della Repubblica di Platone. Il “Mito della caverna”. Ne avrete giovamento. La verità si trova nella conoscenza. Il Sole illumina e fa scoprire le cose nascoste dall’oscurità. Così deve essere per conoscere se stessi. Farsi illuminare dalla conoscenza, lo studio, la ricerca di argomenti nuovi, per approfondire quegli aspetti che ci permettono di superare i limiti.
 
L’uomo dentro di se conserva un tesoro preziosissimo. Misterioso e sconosciuto, o per lo meno, ne conosce solo una piccolissima parte. L’uomo in se conserva il divino, è imitazione del divino, e discendenza del divino. Se facessimo lo sforzo di fermarci un solo attimo per riflettere, credo che molte stupidaggini non si commetterebbero. Solo l’ignoranza non fa andare avanti. La paura impantana, la precauzione fa andare avanti.
Dic
21
2010
Abbiamo un modo arrogante di proporci agli altri. Giudichiamo e siamo a nostra volta giudicati.
 
Chi non ha peccato scagli la prima pietra”. “Prima di giudicare una persona cammina per tre lune nei suoi mocassini” recita un proverbio indiano.

Ostinati, ci lasciamo andare a commenti che non hanno l’intento di esprimere un’opinione su fatti, eventi, ma semplicemente puntare il dito sugli altri. L’altro è…

Cosa ne sappiamo della storia dell’altro? Le persone ci passano davanti, sguardi, sorrisi, volti amareggiati si incrociano tutti i momenti, e ogni gesto porta con se il carico di qualcosa a noi sconosciuto…eppure giudichiamo. Anche le persone che si mostrano ostili, cattive, hanno una loro storia. Piuttosto che giudicarle potremmo chiederci per favore “Chissà cosa è accaduto nella sua vita? Cosa lo ha reso così?”.

Il fatto è che manca il principio di empatia, di solidarietà e di sussidiarietà. Venirsi incontro, ascoltarsi, comprendersi…anche in silenzio. Ma senza giudicare.

Ricordo il caso Welby e il caso Englaro. Tutti hanno detto la loro, falsi moralismi, bigottismi, addirittura furono accusati di protagonismo mediatico. Chi? Un padre con una figlia in coma da 17 anni fa protagonismo? Un malato di sclerosi multipla che cerca di porre fine alle dannate sofferenze fa protagonismo?

Vogliamo finirla? Vogliamo porgerci in modo diverso con le persone di cui non sappiamo? Vogliamo cambiarci dentro per procedere ad un miglioramento della società che sta andando a pezzi di cui tutti denunciamo la criticità senza poi far niente di buono se non commentare a sproposito?

Vogliamo parlarne sul serio credendoci anziché augurarci falsi Buon Natale? Per quanto tempo dobbiamo ancora dare l’esempio negativo ai nostri ragazzi? Le persone anziane che portano in seno i rancori di una loro vita vissuta male, perché invece di essere acidi non danno esempio di umiltà e solidarietà? Opinioni, le mie, non giudizi.
Dic
14
2010
Se di qualità della vita si deve parlare, allora chiedo: "Quale qualità di vita è quella perpetrata ai danni altrui?". Consideriamo l’ostruzionismo sul lavoro, il mobbing cattiveria costruita, la violenza su donne, bambini e anziani, i danni alla società costituiti da frodi, evasioni fiscali, rapine, danni ambientali, etc.. Una lista lunghissima!
 
"L’umanità deve aprirsi al mondo", sembrano solo belle parole. I fatti si pronunciano in modo differente.

Se di qualità della vita si deve parlare, allora mi domando: "Quali sono gli obiettivi che realizzano la vita di queste persone? Ma possono essere considerate “persone”?”

Semmai “miseri” che sperano di sentirsi forti e potenti con simili comportamenti.

Vivere nel rispetto sembra una parola obsoleta, fuori da ogni forma di valori umani, oggi nella “moderna” società. I valori smarriti, i valori umiliati, i valori dimenticati ed abbandonati. L’umanità è sporca, è alienata dall’arrivismo e se per conquistare uno spazio – e ce n’è per tutti a questo mondo che è grande – occorre fare del male, confermo, l’umanità è sporca.

La qualità della vita è cardine su cui si basa la Bioetica, ma come si può parlare di qualità della vita se la dignità è mortificata, se l’onore è svilito?

Niente moralismi, niente giudizi senza prima aver capito a fondo. Bisogna conoscere, sapere, aver responsabilità e coscienza e da Hans Jonas ho tratto una frase che ho adattato al caso “non …sostituire la conoscenza… [e ]… La responsabilità di una decisione carica di valori è sostituita dall’automatismo di una routine priva di valori”.

Faccio un appello e sarebbe opportuno che ciascuno di noi lo facesse a se e agli altri di volta in volta.
Mobbing: perché? Fare perdere il lavoro è onesto, con quale coscienza?
Evasione fiscale: credete di arricchirvi, quale prezzo poi pagherete?
Danni ambientali: l’ambiente in cui viviamo appartiene a tutti, è la nostra grande casa.
Violenza: quale godimento trovate nella sopraffazione dei più deboli?
Precariato: dove vanno a finire quelli che perdono il lavoro o vivono nell’ansia di un futuro ignoto?

Meditate gente, meditate!
 
Gen
04
2010
Peggiore condizione umana è l'arrogante ignoranza. Tutti siamo ignoranti. Naturalmente l'arrogante ignorante balzerebbe i piedi e mi urlerebbe: “Come si permette”. Mi permetto eccome. Siamo tutti ignoranti. Delle cose possiamo avere una conoscenza generica, più o meno approfondita, almeno che non riguarda il nostro operato, il settore per cui “dobbiamo avere competenza, metodo, e sistematicità”.

La cultura è un patrimonio non solo personale, ma di tutti e affinché possa esserci confronto e crescita, essa deve essere comunicata; diversamente, tanto vale trasferirsi in un angolo appartato del mondo e predicarsi addosso “Ma quanta cultura ho, quanto ho letto, quanto sono bravo”.
 
Capirete che non dipende solo dal titolo di studio, anche se comunque, lo studio programmato educa al criterio di ricerca e di metodo. Programmare il proprio studio con date ed esami da rispettare, con l'impegno della scadenza, per chi ha senso di responsabilità, serve a darsi dei tempi ritmici che creano stabilità. Chi “studia” do it yourself, vaga senza impegno tra un testo e l’altro, acquisendo solo nozioni da ripetere senza senso critico e con modalità taglia, copia e incolla.

Inoltre, chi è abituato all’esercizio della mente, chi è abituato a gestire un linguaggio, perché del suo studio ne ha fatto una religione, non si perde con intercalare “dunque, allora, diciamo, praticamente, quindi, cioè” che denunciano la scarsa dimestichezza dell'uso del vocabolario.

Abituiamo i giovani a ripetere le materie e non solo limitarci ai test con risposte multiple. Perderanno nel tempo l'attitudine a dialogare l'esame universitario e non solo anche alle scuole medie e superiori. Freniamo la crescita dell'arrogante ignoranza.
 
Lo scambio dialogico è ricercato dagli umili che "sanno di non sapere”. L'arrogante ignorante non ascolta e se vi dà la sensazione che vi ascolta non credeteci, dirà sempre le stesse cose limitate e limitanti.
 
Provate a spiegarglielo anche dopo giorni la risposta sarà uguale.