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Direttore Carlo Alberto Tregua
L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Lug
07
2010
Trasformare i precari in lavoratori produttivi
Sul Giornale di Sicilia di sabato scorso leggo un interessante opinione del mio caro amico Michele Cimino, vice presidente della Regione. Non credo che il suo riferimento a notizie non rispondenti alla realtà ci riguardi. Tuttavia mi preme ritornare sull’argomento con le seguenti argomentazioni.

1. Il precariato è universalmente riconosciuto come un fenomeno meridionale, frutto di una politica clientelare del ceto politico. Lo dimostra il fatto che nessuno degli 81 mila precari elencati più volte, presenti nella nostra regione, ha mai contestato che si trova in quel posto perché raccomandato individualmente o collettivamente.

2. Convengo che i precari meritino il massimo rispetto e tutta la solidarietà perché si sono ingannati e sono stati ingannati. Non costituiscono una piaga. Ma è falso affermare che essi producano qualcosa di utile, perché non sono stati contrattualizzati in base a un Piano industriale, questo è l’unico strumento che dimostra l’utilità del personale. Né è stata validata la loro professionalità mediante concorsi pubblici.

3. Non possono essere considerati parassiti, ma nessuno può negare che compensi e indennità loro corrisposti, non essendo collegati al Piano industriale, costituiscano un vero e proprio ammortizzatore sociale.
Se questi cittadini siciliani non sono certamente di serie Zeta, come dovremmo definire gli altri cittadini siciliani che non hanno avuto la fortuna di essere stati raccomandati e pertanto sono rimasti disoccupati? Se i precari non sono reietti, ovviamente non lo possono essere neanche i 236 mila disoccupati, tanti secondo l’Istat.
Qui non si discute la scelta politica di pagare compensi ai precari. Si discute la gravissima discriminazione secondo la quale i primi sono tutelati ed i disoccupati restano nel lager della disoccupazione. Qui si discute un principio di legalità, in applicazione dell’art. 3 della Costituzione, secondo cui tutti i cittadini, precari e disoccupati, devono essere trattati allo stesso modo. Non è più possibile privilegiare i primi per danneggiare i secondi.
 
4. Questa Pubblica amministrazione regionale ha prodotto in quarant’anni solo danni alla Sicilia. Priva di organizzazione e di efficienza; priva di una selezione dei migliori e più preparati; incapace di realizzare procedure che prevedano provvedimenti in tempi brevi e certi; senza la forza professionale di modernizzarsi rapidamente, informatizzando tutte le strutture e le procedure, come hanno fatto le altre Regioni.
La burocrazia regionale, dentro la quale peraltro vi sono professionalità di notevole valore, è una grande nave che occupa ventimila persone senza un porto di destinazione e quindi, senza una rotta, in balia dei marosi. Essa si occupa solo della contingenza, non ha un disegno strategico, non riesce a comunicare che cosa prevedano concretamente il 2011, il 2012, il 2013 e il... 2020. Si dirà che la Pubblica amministrazione debba essere guidata da un ceto politico colto, intelligente, stratega. Tutto vero. Ma di suo deve metterci il massimo della competenza, come gli Enarchi.

5. Per ultimo, evidenzio la questione dell’utilità dei precari in Sicilia. Non servono certamente all’apparato, diversamente qualcuno dovrebbe spiegarci come la Regione Lombardia possa andare avanti con tremila dipendenti e la Regione siciliana con ventimila. Né si racconti la balla delle maggiori competenze che non giustificano un personale sei volte superiore.
Per i precari, abbiamo suggerito la soluzione che andrebbe analizzata e trasformata in progetto. La ribadiamo: creare opportunità di lavoro un forte piano di investimenti per infrastrutture e attività produttive di ricchezza, cui trasferire i precari meritevoli e competenti, dando opportunità ai disoccupati che non hanno avuto la fortuna di diventare precari.
Lungi da me l’idea di polemizzare, soprattutto con un amico, come Cimino. Ma ciascuno ha il dovere, in funzione del proprio ruolo, di esporre all’opinione pubblica siciliana la fotografia dei fatti. Lasciando ad essa l’ovvia facoltà di valutarli per formarsi la propria libera opinione, che poi si traduce in voto.
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