Per accedere al QdS ed all'archivio utente password registrati e abbonatipassword dimenticata
facebook qdsIl Quotidiano di Sicilia � su Twitterrss qds

Quotidiano di Sicilia

Lettere al QdS
Autore:Giuseppe (Pino) Verbari
Email:giuseppeverbari@libero.it 
Oggetto:La storia occulta 

Un capostazione agrigentino del quale non ricordo bene il nome ma,
se non vado errato, tale Arancio, appassionato di storia, proprio
quella che interessa le nostre città in cui viviamo e della quale ne
sappiamo poco e niente, sosteneva in un corso sull’alfabeto morse in
telegrafia (anno 1968), che sono gli stranieri a saperne di più. E
questo per quanto riguardava quella città piena di storia alla quale,
prima di intraprendere un viaggio che li avrebbe portati a tastare la
realtà attuale di riflesso a quello che fu, si aggiornavano, bene o
male come tutti i turisti virtuosi, sulla storia del luogo. Io, al pari dello
straniero, uniformandomi al loro modo di avvicinarsi al luogo, ebbi la
fortuna di avvertirne l’emozione nel momento in cui ciò che avevo
letto lo rapportavo alla realtà. Tutto calzava a pennello. La stessa
cosa l’avverto a Catanzaro, dove abito tutt’oggi quando leggo di
eventi rievocativi a cura dei soliti appassionati che, in linea di
massima, poterebbero contarsi sulle dita di una mano. La cronaca
giudiziaria, di cui siamo invasi, ci rende sterili di spirito e l’indole ne
soffre. Non bisogna illudersi sulla quantità dei nomi a convegni ed
presentazioni perché, come al solito vengono nominati invitati e
intervenuti. Quelli che fanno tutto, dalla ricerca storica alla
presentazione dell’evento, e per citarne alcuni come Castagna e Di
Lieto, di solito, ho l’impressione che preferiscano, nonostante il loro
impegno e ruolo all’interno delle associazioni che rappresentano,
lasciare agli altri il piacere di descrivere fatti, persone e luoghi che
danno vita ad episodi storici solitamente dimenticati. Uno dei fatti,
portato alla luce in questi giorni, riguarda “il martire De Jesse” che
nel marzo del 1823, assieme ad altri due compagni di lotta, Pascali e
Monaco, venne condannato a morte e impiccato a Porta di Terra
assieme a Pascali. A Monaco, essendo figlio di nobili, venne
riservato un trattamento, per così dire, di favore, ghigliottinandolo per
evitargli ulteriori sofferenze. Ebbene, io, non ne sapevo nulla e,
come me, sicuramente tanti altri. Sicuramente, i due catanzaresi, ed
i loro compagni, possono essere considerati i precursori di eventi
storici che portarono all’unità d’Italia, al pari di coloro citati nei libri di
storia come i fratelli Bandiera, Morelli e Silvati. Chissà quanti come
costoro, fino a ieri, resteranno, ancora, degli illustri sconosciuti.Un
pubblicista nostrano, del quale per quel senso di riservatezza intesa
ad evitare una pubblicità spicciola e non dare adito a pettegolezzi e
critiche non faccio nome, alla presentazione della sua rivista
culturale mensile, volutamente, coprì di un lenzuolo la Calabria, “che
non volle essere funebre, ma che funga da stimolo e ci inviti a
riscoprire la nostra bellissima terra”. Facendo ciò ci riapproprieremo
di quei valori che ci hanno strutturato e consolidato nello spirito e
nella morale per essere definiti, addirittura, “testa dura”. Si, proprio
quello di cui, gelosi custodi, vediamo di giorno in giorno sparire,
grazie a quella forma di apatia mentale che lascia libero spazio a
cialtroni e venditori di fumo ormai in piena attività nel sociale. Io, cari
signori, se non mi sono spiegato abbastanza, sono calabrese e sono
sicuro che torneremo ad essere tutti calabresi quando ci
stancheremo di essere presi per i fondelli da ruffiani e pagliacci dai
curriculum altisonanti e dai modi che ci propinano teorie basate su
argomentazioni verosimili ma del tutto infondate su tutti e tutto. La
storia, la definisco il “palmares” dei popoli e guai a quei popoli che
non hanno storia o, quanto meno, addirittura poca, Noi siamo ricchi e
dobbiamo difenderla perché sarà tonificante per le generazioni
future. Oggi, a parte Nando e Angelo, sono in pochi coloro che
hanno capito che il bene sta nell’essenza delle cose e non in quello
che ci vogliono far credere. Giuseppe (Pino) Verbari
lettera inviata il 20 giugno 2015