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Lettere al QdS
Autore:Giuseppe (Pino) Verbari
Email:giuseppeverbari@libero.it 
Oggetto:La privatizzazione, gioie e dolori 

Potrebbe essere vista come una considerazione postuma, intrisa di perplessità dubbi e riflessioni, questa mia visione del sistema –privatizzazione- che da un po’ di tempo a questa parte, va prendendo sempre di più il largo.
Vengo al dunque per quei pochi che, che come il sottoscritto, ogni tanto approfondiscono le loro
conoscenze grazie al ricorso a sistemi mediatici – giornali, televisione, internet e, tant’altro…- che, con prontezza, ti danno almeno un’idea del fenomeno.
Ebbene, con il termine privatizzazione, nella sua accezione più ampia, si suole indicare quel
procedimento in virtù del quale un’impresa pubblica cambia il proprio regime giuridico. Ciò può avvenire mediante trasformazione in società per azioni e conseguente collocamento sul mercato delle azioni, oppure in seguito alla dismissione della partecipazione pubblica sul mercato, a seconda che si tratti di c.d. “aziende di Stato” o municipalizzate oppure di imprese ancora sotto il controllo pubblico ma già costituite in forma di spa.
La disciplina delle privatizzazioni distingue le varie forme e, in parole povere, senza entrare nel merito di procedure e regolamenti, cura e controlla la trasformazione di un ente pubblico in spa, al fine di cedere ai privati le azioni di questÂ’ultima, oltre ad esercitare azioni di controllo da parte di organi preposti al fine di evitare che la compartecipazione sia in misura superiore ad una certa percentuale dellÂ’azionariato che, nella maggior parte dei casi non deve superare il 49%.
Almeno questo mi sembra di aver capito per sommi capi ma, a questo punto, mi sorge un dubbio. Vista l’acclamata ferraginosità dello Stato, mi chiedo: nel decidere ad intraprendere azioni di governace e performance, all’interno di queste società, chi è che decide tra pubblico – lo Stato e il suo pragmatismo regolamentare-, oppure il privato, con le sue acclamate qualità in relazione a scelte capaci di superare gli ostacoli, senza tentennamenti e con immediatezza, nell’affrontare le conseguenze con determinazione sia sul versante delle misure di rilancio che della prevenzione, ponendo le cure e rimedi tipiche dei mercati azionari ?. Sicuramente, è riconosciuto che si devono evitare troppe regole per evitare il rischio di fermare la ripresa oltre
al dubbio sull'efficacia generale. Comunque, riconosco importante e, per questo, ritengo che, di questi tempi, è più che mai necessario controllare oltre che regolamentare con efficienza e tempestività, altrimenti le regole, anche giuste e legittime, ma senza adeguati controlli, avrebbero un potere limitato nell'evitare eventuali disastri.
Sia ben chiaro: privatizzare significa creare un' azionariato, chiunque può comprare le azioni e non è scritto che i fondi pensione americani non comprino le azioni, come i cinesi o i giapponesi, per le Poste nutro qualche timore, visto che, il peso dei risparmi degli italiani –compreso il mio- è in buona parte nelle poste e dare i nostri soldi agli stranieri, lo ritengo prodromico al fallimento dell'Italia. Per l’Enel, la cosa la vedo sotto un altro aspetto che, in un certo senso, mi da’ maggiore tranquillità nel senso che, non solo, non gestisce i miei risparmi e, questo basta e avanza per il mio azionariato domestico ma, indubbiamente, è alla ricerca di condizioni più favorevoli nell’approvvigionamento della materia prima per la produzione di energia abbassandone il costo per noi utenti.
Altro cosa sarebbe il sistema pensionistico privato che si basa su un principio molto semplice: chi più mette da parte “d’estate” più si ritrova “d’inverno”. Cioè, chi durante il periodo di lavoro destina una parte dei suoi redditi alla pensione, quando lo riterrà opportuno potrà andare in pensione e fruire del frutto dei suoi risparmi.
E qui, lo Stato, dovrebbe limitarsi semplicemente a controllare i fondi assicurativi privati ponendo attenzione a ché rispettino i contratti con i loro clienti ma, ancora una volta, vuole essere giocatore oltre che arbitro e quindi perde quella imparzialità nel momento in cui interviene e si sostituisce ai cittadini “ per spenderli meglio”. I cittadini italiani sono costretti a dare una parte del proprio reddito allo Stato sperando poi, in vecchiaia, di avere indietro la “loro” pensione.
L’ inefficienza nel gestire i soldi del cittadino consiste ne fatto che, lo Stato, tende discrezionalmente a privilegiare i suoi dipendenti come manager di Stato, parlamentari, magistrati che ottengono condizioni impossibili per chiunque (un parlamentare ha diritto all’altissima pensione pubblica dopo una sola legislatura, cioè dopo mezza legislatura più un giorno) a differenza dell’usciere della Prefettura.
Ancora una volta, lo Stato distingue tra figli e figliastri; non risponde a logiche di mercato e non deve rispondere ai singoli cittadini-risparmiatori ma, bensì, “alla comunità” nel suo complesso fatta, anche da insegnati, impiegati e tecnici che impiegano parte del loro tempo al servizio della società. Ci siamo chiesti se venisse privatizzato l’Inps con le sue variegate e “garantite” gestioni in cui prevale la figura del lavoratore privato?. Sarebbe come attingere “l’olio dalla fressura”. Immagino che, un po’ tutti, avremo provato qualche volta per apprezzarne la sua bontà ma, non tutti sanno che è potenzialmente pericoloso per la salute.

Giuseppe (Pino) Verbari
lettera inviata il 02 luglio 2015