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Lettere al QdS
Autore:Giuseppe (Pino) Verbari
Email:giuseppeverbari@libero.it 
Oggetto:Caporalato 

Gentilissimo Direttore: non saprei come iniziare e per questo vorrei che Lei mi dia conforto in questa mia “discrasia patologica per un rapido mutamento sociale”, come scrive Giudo Lazzarini.
Vengo al dunque per dire che mi sento confuso ed allo stesso tempo, come in tutti gli stati confusionali, rischio di perdermi per strada. Per non rischiare di perdermi nel discorso, faccio il punto della situazione e succube di un bombardamento mediatico, in cui ognuno dice la sua e tutti pensano di prendermi in giro, ritengo di essere arrivato alla rottura con la medianicità attuale. Mi chiedo: società e politica, sono un tutt’uno con la realtà che ci circonda oppure le due facce di una stessa medaglia?, in cui la medaglia è lo Stato e le due facce non si vedono?. Sono del parere che la seconda sia più pertinente il mio modo di vedere le cose in questa situazione piena di confronti mirati al nulla. Vi siete chiesti come mai si parla tanto di caporalato. Quella triste realtà incarnata nel nostro tessuto sociale, dalle alpi a Capo Passero, è sempre esistita e solo adesso facciamo finta di accorgercene, dico facciamo finta. Nulla ci hanno insegnato i tanti film del neorealismo italiano che hanno dettato la realtà di quei tempi senza rendercene conto che è ancora attuale. Ancora vedo la scena in cui all’alba, nella piazza del paese, veniva reclutata la manodopera. Vedo la delusione di restava fuori ma, guarda caso, in quei film, non ho mai visto un rappresentante dello Stato che andasse a rendersi conto se tutto ciò fosse nel giusto o meno. Ho visto soltanto sindacalisti ammazzati. Erano altri tempi in cui lo sfruttamento generò la grande emigrazione al pari di quei fratelli che oggi calcano i nostri siti per fuggire da luoghi di disperazione. Oggi esistono controlli mirati, incrociati e programmati ma, tutto è ancora attuale perché manca una precisa volontà nel riconoscere ciò che si è incarnato, la consuetudine contra legem, nel nostro tessuto sociale, assurgendo alla dignità di “leva”. Allora! A chi vorremmo fare ridere in questa nicchia di mercato, che mi sa di virtuale. In altri stati viene garantito il salario minimo ed è già una sicurezza. Vergogna, vergogna e vergognatevi tutti voi che trovate terreno fertile nel pilotare le responsabilità. Tutto si muove e nulla cambia.
Tutti voi che da decenni vi alternate al governo di uno stato labile e sprecone per rendervi artefici di vuoti manageriali con risultati velleitari grazie a menzognere balle ed a promesse evaniscenti. Siete semplicemente gli artefici di incongruità decisionali. Siete dei pagliacci senza simpatia. E, non solo questo, ma anche il business dell'accoglienza immigrati per "servizi" discutibili, si affianca a questa realtà sotto gli occhi di tutti noi. Una scriteriata politica dei condoni ci ha portato ad accettare tutto perché i politici ci avevano promesso che sarebbe stato l’ultimo e, il dissesto idrogeologico è uno dei tanti.
Adesso pretendono che io paghi gli indennizzi a chi ha costruito sotto gli occhi di chi doveva controllare e non l’ha fatto. Mi sa di connivenze legittimate, come dire: “fate che poi vederemo”. Quando si parla di photovoice, tanto per evidenziare, in questo periodo, l’esistenza di un mosaico di esperienze e di storie sotto gli occhi di tutti in Europa, in particolare, ben venga ed, allora vedremo che dalle scene sono assenti i soggetti più importanti. Quei soggetti, che oggi, ci vogliono depredare di quella sensibilità e onestà a tanti fessi come me che li hanno eletti. Lotta al caporalato, dicono; facciamo questo, quello e quell’altro e di concreto non faranno nulla perché l’avrebbero potuto fare da sempre. Basta una pattuglia di carabinieri che alle tre di mattina, fermi il pulmino guidato dal tal dei tali e fargli le solite domande di rito, procedere all’identificazione degli occupanti e, di conseguenza, in relazione alle risposte ricevute, non sarebbe difficile fare il punto della situazione per attivarsi nel merito con controlli mirati all’azienda agricola, a cui sono destinati gli occupanti del pulmino, per constatare, con ispezioni mirate, che il tutto sia conforme alla Legge. Sembra anche un paradosso sentirsi dire che le arance della piana di GioiaTauro, come pure le clementine della Sibaritide e così via, in Sicilia come in Puglia, vengono pagati dalla grande distribuzione a prezzi irrisori. Per grande distribuzione intendo anche le lobby del Nord che dettano legge sul mercato quasi in regime di monopolio. Allora, mi chiedo, lo Stato dov’è? Perché non impone, anche, un prezzo alla pianta, tale da soddisfare le legittime spettanze del proprietario che non avrebbe più ragione di ricorrere a mezzi dalla dubbia legittimità e così tutelare i lavoratori e se stesso? Una azienda di servizi specializzata nella fornitura della manodopera potrebbe sostituire il caporalato.

La verità, in questo caso, secondo me, è quella che non si dice e se si dice è quella di mezzo che fa piacere a tutti e non soddisferà mai nessuno, perché, andando di questo passo, con lo sfruttamento delle aziende agricole, alle quel sono preposti, sempre di più, gente anziana, che ricorre per indigenza al caporalato, visto che i giovani emigrano e sono sempre di meno nel mondo agricolo, non ne usciremo se i prezzi non verranno imposti e gli occhi verranno aperti, per come dovrebbe fare uno stato sociale sensibile ai bisogni di tutti.
lettera inviata il 29 agosto 2015