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Vangeli apocrifi, dispute dottrinali. La Bibbia stretta tra fede e storia
di Antonio Leo

Il termine significa “ciò che è tenuto nascosto”, ma oggi chiunque può leggerli e farsene un’opinione. Testi molto discussi che hanno animato la curiosità di milioni di persone

Tags: Vangelo, Testi



PALERMO - Il termine apocrifo indica “ciò che è tenuto nascosto”, “ciò che è tenuto lontano”. Oggi, nell’uso corrente, la parola è riferita comunemente alla tradizione giudeo-cristiana, all’interno della quale è stata coniata. In essa il termine apocrifo assume il significato di testo non incluso nell’elenco dei libri sacri della Bibbia e pertanto escluso a livello dottrinale e liturgico. Dei numerosi vangeli scritti nell’antichità, solo quattro sono entrati a far parte del canone della Bibbia: il Vangelo secondo Matteo, il Vangelo secondo Marco, il Vangelo secondo Luca e il Vangelo secondo Giovanni.
Il tema dei vangeli cosiddetti non ortodossi sale agli onori della cronaca, su larga scala, con la pubblicazione del romanzo bestseller di Dan Brown “Il codice Da Vinci”. Tale opera ha di fatto animato la curiosità, e qualche volta la morbosità, di milioni di persone in tutto il mondo. Ma di che cosa si tratta esattamente?

In un ampio lasso di tempo che va dal 50 circa al XIV secolo prendono forma altri vangeli, appunto apocrifi, i più antichi dei quali sono scritti in greco. La loro datazione è spesso molto discussa: secondo alcuni studiosi il Vangelo di Tommaso e il Vangelo di Pietro, come pure i frammenti di vangelo che prendono il nome di Vangelo Egerton, risalirebbero alla seconda metà del I secolo. La maggior parte di tali vangeli nascono nel contesto di correnti teologiche giudicate eretiche dalla Chiesa cristiana successiva, come quelle di stampo gnostico ed ermetico, o sono stati esclusi perché davano una visione di Cristo troppo legata all’ebraismo.

I vangeli apocrifi contengono le tipologie più disparate: i vangeli dell’infanzia narrano con episodi coloriti l’età preadolescenziale di Gesù; i vangeli di stampo gnostico sono interessati ad aspetti più esoterici e misteriosofici; altri vangeli, invece, narrano episodi della vita di Gesù che non compaiono negli scritti canonici.
Giorgio Jossa, professore ordinario di Storia del cristianesimo all’Università Federico II di Napoli, in un saggio pubblicato sul sito “christianismus.it” ha fatto un po’ di chiarezza sulla storicità di tali vangeli non ortodossi. Di seguito riportiamo, in forma sintetizzata, uno stralcio:

“Per la ricostruzione del Gesù storico, si può sicuramente escludere l’attendibilità dei vangeli cosiddetti della natività e dell’infanzia di Gesù e Maria, come il Vangelo di Giacomo. Si tratta di testi che non ci danno informazioni utili a ricostruire le vicende storiche del Cristo, ma che vengono incontro alle esigenze e ai gusti della religiosità popolare. Altresì è possibile escludere il Vangelo segreto di Marco, la discutibile scoperta di M. Smith dal quale emergerebbe l’immagine del Gesù mago: a prescindere dall’autenticità della lettera di Clemente Alessandrino che lo ha fatto conoscere, i frammenti ivi contenuti sono stati interpretati in modo abbastanza fantasioso e tendenzioso da parte del loro autore. Possiamo escludere egualmente, almeno nella loro forma definitiva, i vangeli gnostici, e cioè in particolare il Vangelo di verità, il Vangelo di Filippo, il Vangelo di Maria e ora anche il Vangelo di Giuda, che rispondono chiaramente a specifiche esigenze dottrinali dei gruppi che hanno dato loro origine, ma non fondano queste esigenze dottrinali su una migliore conoscenza del Gesù storico (e in realtà solo vagamenterichiamano la forma letteraria del vangelo).
Il problema si fa invece più delicato per i vangeli di Pietro e di Tommaso. Nella forma in cui ci sono pervenuti sono anch’essi testi tardivi, certamente del secondo secolo. E contengono alcuni sviluppi che si rivelano palesemente inattendibili sul piano storico, però meritano comunque di essere presi in considerazione. Sembra certo che il Vangelo di Tommaso sia da considerare come il risultato di successive stratificazioni che non possono esimere lo studioso dal compito di esaminare l’attendibilità delle singole tradizioni in esso confluite e il carattere peculiare del testo originario. Soprattutto se si tiene conto della diversa forma e del diverso ordine dei frammenti greci contenuti nei papiri di Ossirinco, alcuni dei detti del vangelo pongono infatti necessariamente il problema di una origine indipendente, ed eventualmente anche più arcaica, di quella dei vangeli canonici. E obbligano quindi a chiedersi quale delle due tradizioni possa ritenersi più attendibile sul piano storico.
 
Ai fini di una ricostruzione della figura del Gesù storico i testi più interessanti siano ancora quelli che chiamiamo un po’ genericamente giudeocristiani. Purtroppo, come è noto, ne possediamo soltanto pochi frammenti, trasmessi dai Padri della Chiesa o da papiri. Ma in questi frammenti ci sono episodi ed affermazioni che fanno pensare che, se li possedessimo per intero, ne potrebbe risultare realmente una immagine di Gesù e della sua predicazione diversa da quella della tradizione canonica dei vangeli e di Paolo”.

Anche se buona parte degli storici li giudica inutili per la ricostruzione della figura del Gesù storico, in realtà molti ritengono che i vangeli apocrifi possano contenere qualche elemento di verità.
D’altro canto, a chi voglia ritenere che la Chiesa abbia scelto i testi canonici a proprio uso e consumo, si può obiettare che viceversa in molti preferiscono credere a una religione più libera dalle regole, secondo il modello “fai da te” che si sta largamente affermando. Pare evidente che la questione a questo punto è più un problema di fede che di storia.

Antonio Leo
Twitter: @Tonibandini

Articolo pubblicato il 27 luglio 2012 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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