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Sburocratizzare il palazzo e patto sulle energie rinnovabili
di Antonio Leo

L'intervista a Rosario Crocetta, candidato presidente Regione Siciliana  per il Partito democratico-Udc-Api

Tags: Crocetta, Elezioni Regionali



On. Crocetta, qual è il riscontro che sta avendo dalla gente in questa campagna elettorale?
 “Per me è un’esperienza eccezionale, meravigliosa, perché vedere in giro tanto entusiasmo mi dà molta motivazione e carica. Io non sono nato come un candidato preso dall’alto, deciso da Roma, ma come un candidato sostenuto dai paesi, dalle città, dai giovani”.
 
Lei è sostenuto da una coalizione formata da Pd e d Udc, nonostante nelle settimane precedenti alla formazione di tale alleanza tra di voi non corresse affatto buon sangue. Come si è ricucita la frattura con il partito di Casini?
“Non c’era un contrasto sulle linee di fondo, si trattava di scherzetti di dozzina. Oggi, invece, si è costituito un rapporto politico che ha una serietà e un’impostazione”.
 
Mentre con Fava la rottura è insanabile?
“Per me, no. Io faccio un appello anche l’Italia dei valori. Devono rendersi conto di un fatto: quando hanno vinto con Prodi c’era pure Mastella, non c’era un Udc rinnovato: c’era Mastella e l’hanno sostenuto”.
 
Però sappiamo com’è andata a finire quell’esperienza.
“Noi non vogliamo rifare quell’esperienza, ma abbiamo un programma concordato. Quest’ultimo consiste in un patto civico per il risanamento della Regione, per il lavoro e per la legalità. Nelle nostre liste non ci saranno indagati per mafia. È un fatto senza precedenti in Italia, dove tutti hanno sempre fatto riferimento al terzo grado di giudizio come parametro per scegliere i candidati”.
 
Qual è la sua risposta a quelli che l’accusano di essersi alleato con il partito di Cuffaro?
“Il partito di Cuffaro non c’è più in Sicilia. Si tratta di una menzogna storica: è come se noi accusassimo Leoluca Orlando, che prima ha fondato la Rete e poi è passato con l’Idv, di essere appartenuto alla Dc di Ciancimino. Che vuol dire? È un virus contagioso che si trasmette per via aerea la corruzione? La corruzione si trasmette con i soldi, con le tangenti, con la mala politica. Chi difendeva il cuffarismo è andato via, la rottura è avvenuta su questa discriminante. Perché oggi si cerca di guardare al passato e non all’unità delle forze politiche? Perché ci sono alcuni che pensano che mettere le sigle ideologiche risolva il problema della purezza. Noi ci abbiamo provato tre volte con questa alleanza pura di centro sinistra. La prima volta con Orlando e abbiamo perso, la seconda volta con Rita Borsellino e abbiamo perso, la terza volta con la Finocchiaro e anche in questo caso il risultato è stato identico. Se qualcuno pensa che per cambiare la Sicilia bisogna perdere io credo esattamente nel contrario. Per fare la rivoluzione in Sicilia e per cambiare le cose bisogna vincere. E per vincere ci vogliono i progressisti, i democratici e ci vogliono anche i moderati perché non è una tessera che fa una persona per bene o no. Ciò che distingue una persona da un’altra lo fanno le sue scelte di vita e la testimonianza reale che dà”.

Lei ha subito preso posizione contro un’eventuale commissariamento della Sicilia nonostante in tutti questi anni, e non meno nell’ultima legislatura, la classe politica regionale si è dimostrata inadeguata.
“Il rischio default era un rischio di cassa in qualche modo legato ai mancati trasferimenti dello Stato per conti che andavano alla Sicilia. Quest’ultima è stata mal governata, ma questo non significa che debba essere consegnata all’esterno la sua gestione. Sarebbe una cosa scellerata per i siciliani pensare che non esistono al proprio interno le risorse per cambiare. Noi abbiamo avuto i Provenzano, i Reina, ma abbiamo anche avuto i Falcone, i Borsellino, i Pio La Torre. Ci sono tante persone che si impegnano. A Catania abbiamo Andrea Vecchio e tanti altri imprenditori che hanno denunciato il pizzo. Pensare di affidare una gestione all’esterno è un’offesa. Non possiamo assolutamente pensare che i problemi della Regione vengano risolti dall’esterno. Sono i siciliani che devono uscire dalla tragedia che loro stessi hanno creato”.
 
Dove è stato l’errore? E soprattutto come intende cambiare il modo di amministrare?
“L’errore è stato nel patto scellerato che si è creato fin dal dopo guerra fra mala politica, mafia e imprenditoria deviata. Ciò ha creato un sistema cristallizzato nel tempo da cui non si è protratto nessun governo. Per cui quando io dico che il mio programma è la rivoluzione, è la rivoluzione della dignità del popolo siciliano, del lavoro e della legalità. È molto semplice il mio progetto per rilanciare l’Isola: eliminare gli sprechi e i privilegi per liberare le risorse e creare sviluppo. Quando parlo con gli imprenditori a Bruxelles come a Roma, la loro risposta alla mia domanda di venire a investire in Sicilia è sempre la stessa. Non vogliono venire a investire qui perché temono di dover aspettare tempi biblici per ottenere una concessione e dopo, quando la ottengono, di dover pagare da una parte le tangenti ai politici e alla burocrazia deviata e dall’altra il pizzo ai mafiosi, per evitare di subire ritorsioni nei cantieri. Queste non sono condizioni che permettono lo sviluppo. Allora è su questo fronte che stiamo giocando la nostra battaglia. E questo sarà nel programma dei primi cento giorni. Il nostro principale obiettivo è la sburocratizzazione: le concessioni dovranno arrivare in 3 mesi attraverso il sistema delle conferenze dei servizi permanenti. È necessario, inoltre, far arrivare nuove risorse dalla negoziazione dei fondi europei che devono servire per lo sviluppo. Cosi come dobbiamo lanciare il patto per le energie rinnovabili perché abbiamo calcolato che se noi semplicemente lanciamo quel patto possiamo attrarre 5 miliardi e mezzo di euro dalla Banca europea degli investimenti che creerebbero 24.000 posti di lavoro. Di questi, 12.000 posti li potremmo riservare ai precari, dimezzando così il problema del precariato in Sicilia che non peserà più sul bilancio della Regione, e gli altri 12.000 li diamo ai giovani diplomati e laureati. In questo modo altresì i Comuni risparmierebbero il 50% della bolletta energetica”.
 

 
Metodo Gela sugli appalti: dove c’è pericolo di mafia le gare vanno svolte alla presenza dei carabinieri
 
Quando lei era sindaco di Gela passò agli onori della cronaca per aver fatto svolgere le gare d’appalto alla presenza dei carabinieri. È un provvedimento che ritiene possa essere replicato anche in ambito regionale?
“A Gela c’era una mafia che gestiva gli appalti e quindi bisognava intervenire in quel modo. Laddove ci sono queste condizioni bisogna farlo. Il problema è mettere le regole sugli appalti e sui subappalti. Il meccanismo perverso spesso non si celebra negli appalti, ma nelle forniture dei subappalti ed è lì che bisogna stare in guardia. E poi, per esempio, uno che è condannato per mafia non potrà più lavorare con la pubblica amministrazione: i provvedimenti che faremo andranno in questa direzione”.
 
Come giudica l’esperienza Lombardo?
“La giudico come un’esperienza fallimentare. Un’esperienza che si è avviluppata dentro le vicende giudiziarie del Governatore. Capisco che l’autonomismo non si esaurisce a quell’esperienza ed ha ben altre radici culturali e storiche, ma oggi i siciliani appena sentono dell’esperienza di governo che volge al termine saltano dalle sedie”.
Lei, però, almeno all’inizio, quando ci fu la rottura con il Pdl, non fu del tutto contrario all’accordo tra Mpa e Partito democratico?
 
Fu un errore?
“Io non ero né favorevole, né contrario. Di certo la consideravo un’esperienza rischiosa ma comprensibile in una Sicilia del sessantuno a zero dove bisognava rompere il blocco del centro destra. E, tra l’altro, Lombardo in quel momento appariva ancora come innovatore. Poi è scoppiata la vicenda giudiziaria che ha pesato persino sull’efficienza del Governo regionale. Resta il fatto che l’11 giugno del 2011 io scrissi su un noto quotidiano locale che con il presidente autonomista non volevo prenderci più neanche un caffè. Adesso Lombardo può dire quello che vuole e quello che crede, ma mi pare che scripta manent”.

 

 
Curriculum Rosario Crocetta
 
Rosario Crocetta, classe 1951, è nato e cresciuto a Gela. Dopo aver conseguito il diploma di perito chimico ha lavorato per l’Eni in diversi paesi del mondo. Parla quattro lingue: italiano, arabo, inglese e francese. Ha collaborato con l’Unità, con Il Manifesto e con Liberazione. Sindaco di Gela nel 2002 e nel 2007, alle elezioni europee del 2009 si candida nelle liste del Partito Democratico e con 150.091 preferenze risulta eletto al Parlamento di Strasburgo. È noto per la sua battaglia contro le mafie, che lo costringe a vivere sotto scorta in tutta Europa. Inoltre è stato il primo sindaco dichiaratamente omosessuale della storia d’Italia.

Articolo pubblicato il 28 agosto 2012 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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Rosario Crocetta
Rosario Crocetta


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