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Le continue tragedie del mare e l'incapacità dei governi
di Angela Michela Rabiolo

Proseguono le ricerche con tutte le forze disponibili dei 79 dispersi a largo di Lampedusa. Mons. La Piana: “Riconoscere ai migranti l’umanità che riconosciamo a noi stessi”

Tags: Immigrati, Lampedusa



PALERMO - Ancora dispersi nel mare a due passi dalle nostre coste. Si parla di dispersi per non dover sottolineare che ormai si è alla ricerca di cadaveri. “Le ricerche - riferisce il comandante Filippo Marini, capo ufficio relazioni esterne delle Capitanerie di porto della Guardia Costiera- vanno avanti e non vanno assolutamente interrotte. Le operazioni proseguono in mare con un numero elevato di mezzi”.

La notizia del naufragio si è diffusa da una parte all’altra del Mediterraneo, quella lingua liquida che separa e unisce due continenti, ed è arrivata alle famiglie dei naufraghi. I familiari dei tunisini originari del governatorato di Zaghouan che risultano dispersi per il naufragio di Lampedusa hanno dato vita ad una serie di vivaci manifestazioni di protesta contro la mancanza di notizie sulla sorte dei congiunti. Teatro delle proteste più violente è stata la città di El Fahs, dove le principali strade sono state bloccate con massi e pneumatici dati alle fiamme, prima dell’intervento delle forze di sicurezza. Per chi non ha mai provato la miseria risulta incomprensibile il comportamento di chi lascia tutto per imbarcarsi su un gommone insicuro e vecchio. Oggi sappiamo che da tutta l’Africa uomini donne e ragazzi si mettono in cammino e impiegano addirittura anni prima di raggiungere le coste dalle quali gli scafisti della morte, come moderni caronte, traghettano dei disperati approfittando della loro povertà e dell’ultimo barlume di speranza. Partono dai loro villaggi con i risparmi di tutta la loro comunità perché dovranno pagare funzionari corrotti e il viaggio per l’ignoto. Ormai sanno che non potranno attendersi comprensione e che non troveranno l’eldorado ma per loro vale comunque la pena di tentare.

Monsignor Calogero La Piana, vescovo delegato per le Migrazioni della Conferenza Episcopale Siciliana, scrive che è “giunta l’ora di riconoscere, ai tanti migranti che vengono dall’Africa e non solo, la stessa umanità che siamo disposti a riconoscere a noi stessi. Riteniamo sia intollerabile sopportare il destino di morte che rischia di travolgere altre vite umane che decidono di attraversare il Mediterraneo in fuga da guerre, oppressione, fame e carestie. Riconosciamo a noi stessi il diritto di lottare per migliorare le nostre condizioni di vita, non riconosciamo a chi viene da lontano il diritto di cercare un futuro per sé e per i propri figli”.

Dopo anni di emergenza e sbarchi nè lo stato italiano nè l’Ue hanno trovato una soluzione convincente e fattibile. Anzi, la politica si è appropriata del tema dell’immigrazione cercando di trascinare l’opinione pubblica da un estremo all’altro. Così è diventato illegale dare aiuto a un uomo che sta affogando perché bisogna avvertire prima le forze dell’ordine e allo stesso modo non si possono affittare case o soccorrrere in alcun modo chi è in seria difficoltà ma parla un’altra lingua e ha un altro colore di pelle. Malta ha deciso di far finta che il problema non la tocchi e lascia all’Italia l’oneroso compito di salvare delle vite. Gli scafisti continuano a fare il loro orrendo lavoro di sfruttatori e non esitano a buttare fuori bordo il carico umano che trasportano qualora le condizioni lo richiedano. I disperati sono solo aumentati con la crisi economica e il crollo di diversi regimi semitotalitari e non smettono di sperare in una vita migliore.

Tutto rimane fermo e immutabile come nell’occhio del ciclone. Intorno sfrecciano le idee della politica, si discute sempre su cosa fare e non si agisce mai. Chi parla di respingimenti, chi di corridoi umanitari, di accordi tra i paesi, di cooperazione transnazionale e leggi sui rifugiati.

E mentre i rappresentanti istituzionali si lambiccano il cervello, madri padri e figli muoiono affogati nel mar nostrum. Per loro non ci sarà la gloria dell’eroe e neppure una lapide col loro nome. Come se non fossero mai esistiti.
 


Approfondimento. Morire annegati e l’ora d’oro delle ricerche
 
Mentre si cercano ancora i 79 dispersi a largo di Lampedusa si susseguono altri sbarchi lungo le coste siciliane. è impossibile sapere esattamente quante vite sono scomparse tra le onde ma si sa cosa comporta la morte per annegamento, una delle peggiori. Anche chi sa nuotare può affogare a causa del prolungato sforzo e per le condizioni estreme del viaggio. Gli scafisti spesso non si avvicinano alla costa per timore di essere catturati per cui si liberano del carico umano a diverse centinaia di metri dalla costa. La temperatura dell’acqua è fredda e può far venire dei crampi. Quasi subito sopraggiunge il disorientamento e il panico. Si annaspa. Gli arti sono difficili da muovere perché intorpiditi. Il cuore batte veloce e il petto è compresso. Diventa difficile riempire d’aria i polmoni. A un certo punto la fatica si fa troppo forte, si ansima, si va giù. Si risale un paio di volte. Si torna sott’acqua. Poco prima di perdere conoscenza i polmoni bruciano e il panico ha la meglio. Infine il cervello smette di lottare e il movimento respiratorio involontario fa respirare l’acqua. Da questo momento ci vogliono altri 10 minuti per morire. Vale la regola dell’ora d’oro in mare: dopo 60 minuti si cercano cadaveri.

Articolo pubblicato il 12 settembre 2012 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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Mons. La Piana
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