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Sud “prigioniero” dell’immobilismo. Molte potenzialità ma zero crescita
di Patrizia Penna

Presentato a Roma l’analisi territoriale del Mezzogiorno a livello comunale dal 1995 ad oggi e previsioni per il prossimo quinquennio. Nel 2013 Pil -1%. Fino al 2016 sono previste le performance peggiori di tutto il Paese

Tags: Economia, Pil, Crisi



ROMA - È stato presentato al Cnel di Roma il Rapporto dell’Obi, dal titolo “Il valore aggiunto dei comuni del Mezzogiorno”, un’interessante analisi territoriale a livello comunale contenente le stime del valore aggiunto per tutti i comuni del Mezzogiorno dal 1995 ad oggi.

Il documento contiene altresì le previsioni per il prossimo quinquennio poiché la comprensione delle dinamiche che caratterizzano lo sviluppo interno del Sud rappresentano un passaggio “obbligato” al fine di individuare quegli interventi strategici necessari per il rilancio di un’area, quella del Mezzogiorno per l’appunto, che è stata tra le più colpite dagli ultimi sviluppi della crisi economica iniziata nel 2008 e che continua ad influenzare negativamente l’andamento dell’economia mondiale e di quella europea in particolare.

Se da un lato è vero che il Mezzogiorno rappresenta un’area talmente eterogenea da rendere preferibile l’utilizzo del termine “Mezzogiorni”, dall’altro non si può non osservare che complessivamente, parlare di “dinamiche” interne di sviluppo in riferimento al Sud è divenuto ormai azzardato. A farla da padrona è piuttosto l’immobilismo, frutto di una combinazione di fattori rivelatasi “fatale” per la crescita: da una parte il mancato superamento di quegli ostacoli interni ed esterni che di fatto non hanno permesso al Sud di superare il divario, divenuto ormai incolmabile, con il Nord; dall’altra la totale assenza di interventi strategici in grado di trasformare le risorse e le potenzialità enormi del territorio in concrete opportunità di sviluppo.

Come evidenziato dal presidente dell’Obi, Michele Matarrese, “In queste condizioni è sempre più pressante il rischio che il divario economico e sociale tra il Sud e l’Italia stia oscurando anche quei pur presenti nuclei di eccellenza che conferiscono all’economia del Sud il suo caratteristico aspetto a macchia di leopardo. Lo sforzo che tutti noi siamo quindi chiamati a compiere è quello di continuare nella ricerca di individuare, anche e soprattutto attraverso il continuo confronto con esperienze di altri Paesi, quali dovranno essere gli interventi che l’intero sistema paese dovrà attivare per superare definitivamente lo stato di arretratezza che ancora contraddistingue il nostro Mezzogiorno”.

“Serve quindi - ha continuato Matarrese - pensare al ruolo che il Mezzogiorno italiano può e deve svolgere come “laboratorio” per guidare ed anticipare una nuova possibile funzione che l’intero Paese può interpretare posto come è (soprattutto attraverso l’ area meridionale) al crocevia di una delle aree potenzialmente più vitali dei prossimi decenni. Cercare di cogliere questa nuova potenziale opportunità di sviluppo potrebbe quindi portare a considerare la auspicabile crescita del Mezzogiorno non più solo come effetto ma anche come causa ,o quantomeno concausa, del contemporaneo sviluppo delle aree più avanzate del Paese”.

Fatte queste considerazioni, amare ma doverose, lo scenario per i prossimi cinque anni non potrà che prevedere le performance peggiori di tutto il Paese:
- Il Pil diminuirà dell’1% nel 2013 (contro –0,2% nazionale) e crescerà in media dello 0,4% tra il 2014 e il 2016 (+0,9% nazionale)
- Rispetto al periodo pre-crisi, il ritmo di crescita nel Mezzogiorno si dimezzerebbe, mentre rimarrebbe costante nella media del Paese
- L’occupazione nel Mezzogiorno dovrebbe diminuire dello 0,8% nel 2013 e rimanere ferma fino al 2016 (contro una crescita nazionale dello 0,3% tra 2012 e 2016)
- Tra il 2000 e il 2016, il Pil del Mezzogiorno passerebbe dal 24,1% al 22,6% del totale nazionale
- L’occupazione passerebbe dal 27,8% al 25,7%
- La produttività crescerà come nel resto dell’Italia, facendo diminuire lievemente il gap (da -3.7% nel 2000 a -3,1% nel 2016).

“Siamo ormai nella paranoia delle riforme strutturali, che si invocano per perpetuare un modello fallito. Mentre serve una visione di politica industriale a sostegno del riposizionamento italiano sui mercati, in cui il Mezzogiorno deve ricoprire un ruolo centrale”. Lo ha dichiarato il Presidente della Svimez Adriano Giannola intervendo alla presentazione del Rapporto “Il valore aggiunto dei comuni del Mezzogiorno” dell’Obi a Roma al Cnel.

“Il rischio desertificazione industriale è figlio della crisi delle attuali politiche di auste-rità e ha le sue ragioni lontane nelle scelte fatte negli anni 70, quando ci si è concentrati esclusivamente sul modello dei distretti, modello importante ma che da solo non può sostenere sui mercati mondiali un paese di 60 milioni di abitanti. Mentre, continua il Presidente, occorre diversificare. Le riforme italiane degli anni 50 e 60 erano effettivamente strumenti, nel senso che hanno avuto capacità di intervenire nell’economia come fanno anche oggi Gran Bretagna e Francia con risorse pubbliche. Da noi oggi è da segnalare con favore questa esigenza di interventi strategici di politica industriale proprio da parte di Confindustria, giustamente preoccupata per le prospettive di desertificazione industriale”.

Articolo pubblicato il 19 marzo 2013 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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