Per accedere al QdS ed all'archivio utente password registrati e abbonatipassword dimenticata
facebook qdsIl Quotidiano di Sicilia Ŕ su Twitterrss qds
Quotidiano di Sicilia
Il QdS sul tuo smartphone
Scegli la tua app

Tutti i nomi del presidente. Letta o Amato premier
di Rosario Battiato

Ruoli invertiti nel Pd post primarie: Bersani fuori, Renzi “invocato”

Tags: Giorgio Napolitano, Pierluigi Bersani, Matteo Renzi



ROMA – Le vicende partitiche degli ultimi giorni sembrano una proiezione surrealista che mette alla berlina la realtà quotidiana, l'inazione, la contraddizione, l'impotenza, lo stallo. Purtroppo, però, è tutto vero. Insomma, se non è un film di Buñuel, poco ci manca. Renzi, sconfitto alle primarie del Partito democratico, si trova a essere battezzato come probabile premier, mentre Bersani, il vincitore del duello pre elettorale interno al partito, ha rassegnato le dimissioni dalla segreteria. Napolitano, che aveva ammesso di voler chiudere la sua esperienza alla fine del naturale settennato, è stato chiamato al capezzale del Paese. Tornato al suo posto proprio ieri ha ripreso le consultazioni per la formazione del nuovo governo. Insomma, si riparte da qualche settimana fa con qualche certezza in più e un Pd sparso a cocci. 

Dopo i giorni ad alta tensione dell'elezione del capo dello Stato, adesso tutto dovrebbe procedere come da copione. Ieri Giorgio Napolitano ha seguito il calendario delle consultazioni ascoltando i rappresentanti dei gruppi parlamentari misti, la Suedtiroler Volkspartei, la minoranza linguistica della Valle d'Aosta, il gruppo parlamentare dei "Fratelli d'Italia", poi le "Grandi Autonomie e Libertà" e, infine, "Sinistra Ecologia Libertà".
 
Nel programma anche il M5S, decisosi solamente alla fine a partecipare all'incontro col presidente dato il “forte dissenso”, ed è chiaramente un eufemismo, espresso per la sua elezione. A partire dalla 18,30 è stato il turno della delegazione democratica che, sempre ieri, ha avuto la direzione del partito dove Pier Luigi Bersani ha presentato le sue dimissioni non senza denunciare la presenza di un problema serio e non legato all'elezione del presidente della Repubblica. Secondo l'ex segretario c'è “qualcosa di strutturale” che non va all'interno del Pd. E non possiamo dire che non sia evidente.

Intanto impazza il toto premier. In pole, salvo sorprese, restano Giuliano Amato e Mario Monti, entrambi invisi al M5S, proprio perché in odor di “inciucio” tra Pd e Pdl. Gli analisti sostengono, infatti, il ritorno di Amato da presidente con Alfano e Letta vicepremier come garanzia di quell'accordo che la bocciatura di Marini aveva fatto saltare. In quest'ottica Giuliano Amato, intervistato dai cronisti, ha precisato che non ci saranno prelievi forzosi sui conti correnti. Gli italiani, infatti, ricordano bene in tal senso la sua penultima esperienza da primo ministro tra il 1992 e 1993, mentre meno incisiva nella memoria collettiva fu l'altra tra il 2000 e il 2001. Se lo scenario dovesse essere questo all'opposizione “senza se e senza ma” si accomoderanno, come da copione, la Lega e Sel, le porzioni più radicali di entrambi gli schieramenti.

L'altra opzione resta Matteo Renzi che sta bruciando tutte le tappe. Onde evitare di bruciarsi pure lui, ha tenuto un basso profilo:  “È l'ipotesi più sorprendente e meno probabile, non credo sia sul tappeto”. Eppure sul sindaco di Firenze convergono le posizioni più disparate, tra cui anche Giorgia Meloni che non ha escluso un “patto generazionale”, pur senza partecipare direttamente all'eventuale governo Renzi.

Articolo pubblicato il 24 aprile 2013 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


comments powered by Disqus

´╗┐