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Credito, al Sud rischio finanziamenti insolventi al 3%
di Chiara Borz├Č

Il Mezzogiorno paga tassi di interesse dell’1% superiori rispetto al Nord: lo dice l’Istat. In Sicilia 2 province su 6, Trapani e Messina, superano la media (4,8% e 4,4%)

Tags: Credito, Economia



PALERMO - Mantener viva l’attività finanziaria oggi è un impresa di non poco conto.
I dati Istat parlano chiaro. Le difficoltà di accesso al credito, il rischio di fallimento per le imprese, l’aumento dei tassi d’interesse ai prestiti frenano le possibilità di incrementare lo sviluppo dei settori di mercati e finanza in Italia. Allo stato attuale, da questopunto di vista, diventano anche sempre più profonde le differenze tra Nord e Sud: è stato rilevato che il rischio d’insolvibilità delle imprese ricorse al finanziamento bancario è sistematicamente superiore per le regioni del Mezzogiorno rispetto a quelle del Centro-Nord. Ciò vuol dire che, quando le banche concedono prestiti a imprese meridionali corrono rischi maggiori di mancata restituzione rispetto a quando concedono finanziamenti a imprese del Centro-Nord.

Fatta questa breve premessa è bene capire qual è nel dettaglio la condizione del paese.
La media nazionale ricavata dal calcolo dei tassi di decadimento dei finanziamenti è rimasta stabile dal 2010 al 2011 ma è tornata ai livelli del 2003, quando era pari proprio a 2,3%. Ciò ha letteralmente cancellato gli anni di contenimento registrati dal 2004 al 2008, quando ci si aggirava invece sull’1,2% - 1,6%.
 
La differenza tra settentrione e meridione è confermata dai dati Istat, come detto, sul rischio di concedere finanziamenti destinati all’insolvenza: la Valle d’Aosta e il Trentino sono forti di un decadimento sotto la media dello 0,7%, e 0,9%, al Centro il livello nazionale è invece rispettato o leggermente superato come accade in Abruzzo e Umbria (2,7%) e Lazio (2,4%). La forbice comincia invece a farsi molto larga guardando i dati di Calabria (4,5%), Puglia (3,8%) e Sicilia (3,5%). A livello provinciale il panorama cambia perchè anche alcune, seppur poche, città del Nord entrano nell’orbita del rischio insolvenza. Parliamo di Ferrara 6,9% e Massa Carrara 6,5% unici centri ad essere per rischio superiori a Reggio Calabria (5,7%), Trapani (4,8%) e Messina (4,4%).

Sono solo due su nove le province che in Sicilia hanno una percentuale altissima di rischio. Guardando positivamente ai nostri dati, possiamo anche dire di aver due province con tassi tra i più bassi del Paese: Enna (1,7%) e Palermo (1,9%) con numeri molto al di sotto anche della media siciliana del 3,1%.

La maggiore rischiosità del Mezzogiorno si riflette sui livelli dei tassi d’interesse: un’impresa meridionale che desideri finanziare i propri investimenti tramite il ricorso al prestito bancario deve, oggi, sostenere mediamente un tasso di interesse di un punto percentuale più elevato rispetto a un’impresa del Centro-Nord.

Chiaramente le banche tendono a cautelarsi dalla maggiore rischiosità connessa alle operazioni di finanziamento nel Mezzogiorno praticando tassi d’interesse più elevati. Tuttavia, negli ultimi anni il divario territoriale tra tassi d’interesse a lungo termine si è notevolmente ridotto.

Per analizzare questa caratteristica, i dati Istat sulla capacità di finanziamento partono proprio da un confronto dei tassi attivi di finanziamento con il Centro-Nord. L’1% di differenza anticipato si concretizza ancora una volta in Calabria, dov’è pari già all’1,2%. Se in Sicilia arriviamo sino allo 0,8% di differenza, bisogna salire al Centro, e particolarmente nelle Marche, per trovare invece il secondo tasso più alto d’Italia, ancora dell’1,2%. La riduzione del divario annunciata non sembra, quindi, così vicina: le regioni meridionali di Campania, Basilicata e Puglia continuano a viaggiare rispettivamente sullo 0,9%, 0,8% e 0,7%, mentre al centro-nord Toscana, Umbria e Marche superano appena lo 0% di differenza (0,2%, 0,4%, 0,3%) e in Emilia, Veneto, Lombardia e Trentino si scende addirittura al meno 0,1% - 0,2% .

In conclusione, un mercato finanziario caratterizzato da queste eterogeneità territoriali causa maggiori difficoltà di sviluppo da parte delle imprese del Mezzogiorno e accresce il divario tra le regioni più arretrate e quelle più ricche, rallentando l’auspicabile convergenza nella crescita economica. Le eccezioni registrate nelle province, sia per quanto riguarda l’accesso al credito che la percentuale del tasso d’interesse per ottenere i finanziamenti, non sono sintomi di cambiamento o inversione della tendenza, ma sostanzialmente delle realtà tipiche di quei territori. Invocare un nuovo ciclo economico che torni a stimolare i mercati attraverso un sistema uniforme di regole assente già prima dell’arrivo della crisi, è quanto mai urgente.

Articolo pubblicato il 18 giugno 2013 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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