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Unioni civili, la Sicilia senza diritti: solo in sei Comuni c’è il registro
di Oriana Sipala

Ma cresce il dibattito sulle coppie di fatto, gay ed etero: da Catania a Ragusa tante le promesse. Palermo, Siracusa, Enna, Bagheria, Niscemi e Torregrotta gli unici ad averlo istituito



PALERMO - Con l’evoluzione dei tempi, si sa, si accettano cose che prima si credevano impensabili. È successo con il divorzio, introdotto in Italia nel 1974 attraverso un referendum, e poi è successo con l’aborto, ammesso sempre con un referendum nel 1981, tanto per citare i casi più noti che hanno fatto discutere in passato.
 
Oggi, invece, uno dei temi caldi del dibattito etico (e politico), che solleva tante voci e tante polemiche, è quello relativo ai diritti delle coppie di fatto, siano esse eterosessuali oppure omosessuali. Del resto, il modello tradizionale di famiglia si sta incrinando sempre di più, per far spazio a nuove forme di relazione e di vincoli. Questi, proprio perché nuovi, sono spesso considerati “eterodossi”, inconcepibili, specie se si tratta di vincoli che riguardano persone dello stesso sesso, coppie di serie “b”, con meno diritti e meno riconoscimenti. Accanto a questo pensiero, forse ancora troppo dominante nella nostra realtà, si fa strada quello progressista, che va nella stessa naturale direzione dell’emancipazione.
 
Alle coppie di fatto spetta un riconoscimento giuridico, alla stessa stregua delle coppie legate dal classico vincolo del matrimonio. Ma in quanti condividono questo pensiero? In quanti mostrano un atteggiamento di apertura nei confronti di una coppia omosessuale? Basta riportare alcuni numeri per renderci conto di quale sia la situazione in Sicilia.

Nella nostra Isola, soltanto 6 dei 390 Comuni hanno istituito il Registro delle unioni civili, con il quale si riconosce rilevanza giuridica alle coppie di fatto tramite la registrazione anagrafica. Già a partire dagli anni novanta, a battersi per l’introduzione del Registro nei singoli Comuni è stato, in particolare, il movimento Lgbt (Movimento di liberazione omosessuale). Ebbene, a giudicare dai dati, nel nostro territorio poco è stato ottenuto. Le sei eccezioni siciliane sono Bagheria (Pa), Niscemi (Cl), Torregrotta (Me), Enna, Siracusa e Palermo. Il capoluogo, in particolare, ha istituito il Registro poco più di un mese fa, contribuendo a “sciogliere un nodo di pregiudizi”, per rifarci alle parole del sindaco Leoluca Orlando. Ma anche a Enna e Siracusa, la decisione di istituire il Registro è comunque abbastanza recente.

Questo numero così piccolo, diventa trascurabile se lo si confronta col dato della Lombardia, dove sarebbero 19 i Comuni che hanno istituito il Registro. Una bella differenza. Una differenza che non si potrebbe colmare nemmeno se ci mettessimo a contare i Comuni siciliani che hanno espresso l’intenzione di introdurre il Registro, ma che ancora non sono passati dalle parole ai fatti. Tra questi c’è anche la città di Catania.
 
In occasione della presentazione del Gay pride, che si è svolto lo scorso 29 giugno, il sindaco Enzo Bianco aveva reso noto il proposito di istituire il Registro delle unioni civili a settembre. Staremo a vedere se manterrà la promessa. Stesso discorso vale anche per Messina e Ragusa. “Il registro delle unioni civili rappresenta una scelta di civiltà, che punta a eliminare qualunque discriminazione e a mettersi al passo con i tempi, come avviene nelle città più moderne, dove gli uffici anagrafe sono autorizzati a rilasciare un’attestazione di condizione di famiglia anagrafica basata su un vincolo di natura affettiva”. Lo ha affermato Concetta Fiore, consigliere comunale a Ragusa. “Ho assicurato alla commissione - continua Fiore - che appena il regolamento verrà approvato dal Consiglio comunale mi attiverò affinché ne venga garantita la massima divulgazione”.

In altri Comuni dell’Isola, la discussione sulle coppie di fatto è aperta o è stata affrontata in passato: si va dalle proposte in cantiere nei Comuni di Valguarnera (En) e Vittoria (Rg) alle secche bocciature di Lipari e Favignana. Insomma, tra Registri in atto e Registri in potenza, si possono trarre conclusioni abbastanza chiare: viviamo in una terra ancora troppo legata ai modelli tradizionali, poco incline alle convivenze fuori dal matrimonio, ma soprattutto intransigente nei confronti dei diritti delle coppie omosessuali.
 


Ma non c’è il boom di iscrizioni. Regole e benefici frammentati

PALERMO - “Un pregiudizio superato”, “un passo avanti verso la tolleranza di nuovi modelli familiari”. Pressappoco sono queste le dichiarazioni che sindaci e amministratori comunali hanno espresso al momento dell’istituzione del Registro delle unioni civili. Eppure, sembra che il numero di coppie iscritte al Registro negli ultimi anni non sia poi così alto. Appena duemila in tutta Italia, con diminuzioni eclatanti in diverse città. Fanno eccezione Milano e Bari, dove si parla rispettivamente di 650 e di 729 coppie iscritte al Registro, tra cui anche molti omosessuali. A Torino, invece, si va dalle 84 coppie registrate nel 2010 alle 48 del 2011. A Firenze si contano 97 iscrizioni e a Napoli soltanto 20. Secondo Cristina Spinosa, assessore al Comune di Torino, “la realtà è che non ci sono particolari benefici a iscriversi”. “Si possono infatti smarrire alcune tutele: le ragazze madri, ad esempio, perdono il diritto all’assegno”, ha invece affermato Giuseppina Tomaselli, assessore al Comune di Napoli, la quale ha denunciato anche la mancanza di omogeneità fra i diversi Comuni italiani in materia di diritti delle coppie di fatto.
In Italia, infatti, non c’è una legislazione vera e propria relativa alle unioni civili. Esiste un quadro molto frammentario in tutto il Paese. A Palermo, per esempio, il registro “ha esclusiva rilevanza amministrativa senza interferire con la normativa vigente in materia di anagrafe, diritto di famiglia e stato civile”, e interviene in ambiti come l’iscrizione dei bambini all’asilo nido, l’inserimento nella graduatoria per l’emergenza abitativa, l’integrazione all’affitto. I diritti e i doveri delle coppie di fatto possono riguardare anche altri ambiti, come quello dell’eredità, della salute, delle questioni penitenziarie e della fecondazione assistita. Una materia molto ampia che aspetta ancora di essere regolamentata.
La mancanza di una legislazione organica, sarà forse indice di una scarsa propensione del popolo italiano ad accogliere favorevolmente le coppie di fatto, e soprattutto quelle omosessuali? Secondo il Pew Research Institute e l’associazione Ilga, l’Italia sarebbe uno dei Paesi europei col più alto tasso di discriminazione nei confronti degli omosessuali. Su 49 Paesi presi in considerazione l’Italia si piazza al 36° posto con il 19%, in mezzo tra Bosnia (20%) e Bulgaria (18%). In compenso, il nostro Paese è quello che, tra il 2007 e il 2013 ha registrato il maggiore aumento di tolleranza nei confronti degli omosessuali. La popolazione tollerante è infatti passata dal 65% al 74%. Si rilevano sostanziali differenze anche tra il Nord e Sud Italia: secondo gli ultimi dati Istat, nelle regioni meridionali solo il 49,2% ritiene accettabile una relazione tra omosessuali, mentre nelle regioni centro-settentrionali il dato sale a 65,4%.
Chissà se l’Italia sarà mai pronta a fare come la Svezia, che inserì, due anni fa, il pronome neutro “hen” contro le discriminazioni di genere. Di certo, oggi, una cosa del genere desterebbe molto scalpore.


Bagheria primo Comune “friendly”. Lo Meo: “Pregiudizi figli dell’ignoranza”

BAGHERIA (PA) - Bagheria ha fatto da apri fila all’istituzione del registro delle unioni civili in Sicilia. Abbiamo deciso di intervistare il sindaco Vincenzo Lo Meo, per capire quali sono state le premesse e quali le conseguenze di questa iniziativa.
Bagheria è stato il primo Comune siciliano ad aver istituito, nel gennaio del 2003, il Registro delle Unioni civili. Quali sono state le reazioni da parte della cittadinanza?
“Inizialmente questa cosa ha avuto scalpore e anche adesione, riscontro da parte della città, oggi un po’ meno, per la verità”.
Quali sono i punti del regolamento e i benefici per le coppie che si iscrivono al Registro?
“Da un punto di vista giuridico non ci sono implicazioni particolari, di fatto era un’azione dimostrativa, di raggiungimento di un obiettivo. Il Registro nacque per richiamare l’attenzione sul fatto che uomini dello stesso sesso potessero avere diritti, e quindi serviva per un dibattito sulla parità, sull’omofobia, su tutto ciò che è inerente alle pari opportunità e al diritto di vivere una vita secondo le scelte autonome che ciascun individuo ovviamente esercita”.
Quanto si è dimostrata aperta la cittadinanza?
“Rispetto al momento in cui è nato il Registro, si sono fatti grossi passi avanti. Per esempio, il prossimo 18 settembre, celebrerò il matrimonio di una ragazza che prima era un uomo. Questo è un matrimonio civile a tutti gli effetti perché ha avuto anche il decreto espresso dal Tribunale che ha riconosciuto il cambiamento di sesso”.
Attualmente in Sicilia, in linea con la percentuale nazionale, sono ancora pochi i Comuni che si sono dotati di un Registro delle unioni civili, segno evidente che le amministrazioni non sembrano ancora pronte a riconoscere pari diritti alle coppie di fatto. Come risponderebbe a quelli che sostengono l’inutilità del Registro?
“È un problema di cultura, di consapevolezza. L’ignoranza va di pari passo con i pregiudizi. E il pregiudizio si supera con la conoscenza, con la cultura, con la consapevolezza dei propri diritti, dei propri limiti, dei propri doveri. Ognuno è libero di fare quello che vuole fino a quando non disturba gli altri”.


Crocetta cosa aspetti? Anche le Regioni possono dotarsi di Statuti in materia

PALERMO - Non soltanto i Comuni, ma anche le Regioni possono dotarsi di statuti che sono chiari segni di apertura nei confronti delle coppie di fatto. La prima Regione italiana a essersi dotata di tale statuto è stata la Calabria, il 6 luglio 2004. L’art. 2 dello Statuto calabrese sostiene “il riconoscimento delle formazioni sociali, culturali, economiche e politiche nelle quali si esprime la personalità umana, promuovendo il libero svolgimento delle loro funzioni ed attività”, riferendosi anche ai nuovi modelli familiari che si affiancano a quelli vecchi.
Segue la Toscana, che approva lo Statuto appena un paio di settimane dopo, il 19 luglio del 2004. L’art. 4 dello Statuto afferma chiaramente “il riconoscimento delle altre forme di convivenza”, rifiutando “ogni forma di xenofobia e di discriminazione legata all’etnia, all’orientamento sessuale”.
Il 2 settembre 2004 è la volta dell’Umbria. La legge approvata sembrata la logica conseguenza dell’art. 9 dello Statuto regionale che tratta di famiglia e forme di convivenza. Infatti, lo Statuto, dopo aver stabilito che “la Regione riconosce i diritti della famiglia”, aggiunge che “tutela altresì forme di convivenza”.
Infine, l’Emilia Romagna approva lo Statuto il 14 settembre del medesimo anno, riconoscendo l’importanza “delle formazioni sociali attraverso le quali si esprime e si sviluppa la dignità della persona e, in questo quadro, lo specifico ruolo sociale proprio della famiglia, promuovendo le condizioni per il suo efficace svolgimento”.
La Sicilia, invece, non si annovera tra queste Regioni. Eppure, neanche un anno fa eleggevamo un presidente dichiaratamente gay. Una beffa o un paradosso? Probabilmente, soltanto un caso.

Articolo pubblicato il 14 settembre 2013 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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