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Letta-Berlusconi l'ora del buon senso
di Carlo Alberto Tregua

Basta parole, ora le riforme

Tags: Enrico Letta, Berlusconi, Matteo Renzi



Berlusconi ha lanciato una sfida più all’interno del suo partito che all’esterno. Voleva vedere, in altri termini, chi fosse veramente con lui e chi invece aveva deciso di abbandonarlo. Una mano rischiosa, che quantomeno ha il vantaggio di avere definitivamente fatto chiarezza all’interno del Pdl. Anzi, ha fatto chiarezza tra tutti coloro che sono passati a Forza Italia e tutti gli altri che rimangono dentro il Pdl.
Ottenuto questo risultato, almeno per il momento, non gli restava altro da fare, che un atto di buonsenso, insieme a una ritirata strategica, e dichiarare una rinnovata fiducia al governo Letta.
Ora, Enrico Letta non ha più scuse. Sa di poter contare su una maggioranza nella quale vi è una parte del Pdl non più appiattita su Berlusconi e, quindi, può attuare quelle riforme strutturali di cui l’Italia ha bisogno, di cui tanto ha parlato, ma non ancora messe in atto.
Taglio del finanziamento ai partiti, legge elettorale e legge di stabilità sono le azioni più urgenti sul tappeto.

Matteo Renzi dice che il finanziamento pubblico dei partiti dev’essere totalmente abolito e sostituito con il finanziamento privato o volontario. È ovvio che il finanziamento del singolo cittadino, della singola impresa o del singolo gruppo di imprese deve avere un tetto, poniamo di un milione di euro. Non basta.
In questa riforma bisogna inserire lo statuto tipo da cui ogni partito non possa distaccarsi, che preveda regole democratiche, un bilancio tipo da pubblicare obbligatoriamente presso la Corte dei Conti e la certificazione dello stesso da parte di una società di revisione quotata in borsa.
Il secondo provvedimento riguarda l’abrogazione del Porcellum, che cadrebbe comunque sotto la mannaia della Corte costituzionale il prossimo 3 dicembre, da sostituirsi con una legge semi presidenziale basata su collegi uninominali e con elezioni a doppio turno. O altra legge che, comunque, consentisse di sapere chi ha vinto le elezioni alla fine della tornata. E anche qui, modificare l’assurda modalità secondo la quale si può votare anche il lunedì. In Germania, la sera della domenica si sapeva che la Merkel aveva vinto, con le urne chiuse.
 
La legge di stabilità. è questo il vero banco di prova della diversa maggioranza rispetto a prima, nella quale Berlusconi conterà di meno. Tale legge non dovrà trasformarsi in una sorta di omnibus, ma occuparsi di poche e fondamentali cose.
In primo luogo, la riforma profonda e sostanziale della Pubblica amministrazione, la semplificazione effettiva ed efficace delle procedure statali, regionali e comunali, l’istituzione della cassa integrazione per i dipendenti pubblici in esubero, mediante l’obbligatoria stesura del Piano aziendale per ogni amministrazione. Da esso, determinati i servizi che vanno prodotti, si desumono figure e quantità di dirigenti e dipendenti strettamente necessari per produrre gli stessi. Tutti gli altri sono considerati esuberati e, quindi, posti in cassa integrazione.
Altra norma: tagliare chirurgicamente la spesa pubblica improduttiva e destinare le risorse finanziarie così recuperate all’apertura di cantieri per le opere pubbliche dei grandi e medi lavori.

Ancora, creare meccanismi di supporto alle imprese che consentano di ridurre il cuneo fiscale per dare più soldi ai dipendenti, diminuire l’Irap e le riprese fiscali negative che tartassano i bilanci; consentire alle imprese di attivare meccanismi di innovazione e di ricerca, necessari per renderle competitive, mediante sostegni (non aiuti) anche finanziari, di cui pagare gli interessi e non i capitali. Attivare meccanismi con i crediti d’imposta e abrogare tutte le leggi di finanziamento diretto.
La cultura va, invece, finanziata (informazione, teatri, mostre, ricerche archeologiche ed altro) ma, beninteso, a favore dei servizi e non degli apparati burocratici né dei Consigli di amministrazione i cui componenti, se vogliono, devono lavorare gratis.
Poi vanno sostenute (e non aiutate) le start up, cioè le imprese basate su nuove idee e le iniziative dei giovani talenti che vanno sostenuti per restare nel nostro Paese e non fuggire come fanno ora.
Concorrenza e competitività devono diventare un comune denominatore di tutte le riforme e delle legge di stabilità.

Articolo pubblicato il 04 ottobre 2013 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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