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Imprese isolane sotto scacco della mafia
di Michele Giuliano

Dall’edilizia all’agricoltura, tutti i settori subiscono forti infiltrazioni di Cosa nostra che mette alle corde gli imprenditori isolani. Solo l’agromafia ha generato un mercato occulto che ammonta a 12,5 miliardi di euro l’anno

Tags: Impresa, Mafia, Economia



PALERMO - Non solo la crisi ma soprattutto la criminalità organizzata. In Sicilia l’imprenditoria continua a subire vessazioni da Cosa nostra e ne riduce vitalità e sopravvivenza sul mercato globale.

Mafia che s’infiltra ovunque: negli appalti pubblici, quindi nelle pieghe del settore edile, e anche sul fronte dell’agricoltura. Aspetto quest’ultimo che sta preoccupando non poco le organizzazioni di categoria che hanno rilanciato l’allarme in questi giorni: “Ostacolo principale per i produttori agricoli, che una volta avevano come principale nemico le intemperie del tempo, è l’agromafia – sottolineano il presidente della Coldiretti regionale, Alessandro Chiarelli, e il direttore Giuseppe Campione -. Il sistema criminale, che di fatto altera sia prodotti che l’economia stessa dell’agricoltura, è il principale cancro dello sviluppo della stessa e spesso impedisce ai coltivatori di continuare nelle loro attività”.

Tema più che mai di attualità perché è di appena pochi giorni fa l’operazione della Dia, direzione investigativa antimafia, che ha permesso di scovare e confiscare beni e immobili per un valore che supera i 700 milioni di euro all’imprenditore trapanese Giuseppe Grigoli. L’agromafia, stima la Coldiretti, ha generato un mercato occulto che ammonta a 12,5 miliardi di euro l’anno, somma che ovviamente limita e distrugge investimenti e produttività delle aziende che lavorando nel pieno della legalità si trovano schiacciate in una lotta impari.

“In Sicilia – aggiungono Chiarelli e Campione - le imprese agricole, ma anche i consumatori, subiscono limitazioni di filiera su cui si insinua il sistema di distribuzione e trasporto gonfiato e alterato troppo spesso da insopportabili fenomeni di criminalità che danneggiano tutti gli operatori. L’effetto è sui bassi prezzi pagati agli imprenditori agricoli, che in molti casi non arrivano a coprire i costi di produzione, e un ricarico anomalo su quelli al consumo che raggiungono livelli tali da determinare un contenimento degli acquisti”.

A questo vanno aggiunti i numerosi furti di attrezzi e macchinari che in un momento di crisi come quello che si sta vivendo sono diventati all’ordine del giorno, oltre alla contraffazione che non cessa a diminuire, ultimo caso del tonno maltese fatto passare per quello di Favignana.

La sensazione è che le ultime imponenti vittorie dello Stato in Sicilia contro la mafia, con arresti eccellenti e maxiconfische e sequestri, abbiano fatto abbassare la soglia di attenzione come se il fenomeno fosse arretrato.
Ci ha pensato il procuratore di Caltanissetta, Sergio Lari, a rialzare l’asticella dell’attenzione: “C’è un concreto pericolo oggi che Cosa nostra rialzi la testa”. Il Siulp, il sindacato di polizia, ha deciso così di dare vita ad una mobilitazione dal titolo “In piazza contro la mafia”: “Da tempo sottolineiamo il rischio e il pericolo che la mafia, troppo silente in questi anni, si stesse riorganizzando per riappropriarsi del territorio e di tutte le attività produttive per far precipitare di nuovo l'intera isola sotto il controllo dell'anti Stato” denuncia il segretario generale del Siulp, Felice Romano.
 

 
Numeri dell’Agenzia unica per i beni confiscati
 
Sequestri e confische restano l’arma più efficace per contrastare la forza di Cosa nostra. Su tutto il territorio italiano, secondo le ultime indagini statistiche rese note dell’Agenzia unica per i beni confiscati, sono 1.708 le aziende confiscate alla mafia in via definitiva. Il 95 per cento di queste aziende si concentra in sei regioni: 623 in Sicilia, 347 in Campania, 223 in Lombardia, 161 in Calabria, 140 nel Lazio, 131 in Puglia. Solo 12 in Toscana e 71 sparse nel resto del Paese. Quelle che operano nel commercio sono 471 e nelle costruzioni 477 seguite da quelle alberghiere e della ristorazione che sono a quota 173. Ma sono presenti anche aziende ad indirizzo immobiliare e finanziario, informatico, manufatturiero, trasporto, sanitario e di distribuzione di energia elettrica, acqua e gas. Le ultime confische riguardano gli impianti eolici e fotovoltaici in Sicilia, Calabria e Puglia. Il caso più eclatante in Sicilia ha riguardato da vicino l'azienda Calcestruzzo Ericine Libera che ha seguito l'iter della legge 109/96. Il calo delle commesse e delle richieste di preventivo o il dirottamento del mercato verso altri impianti di calcestruzzo è stato per anni il prezzo da pagare alla mafia.

Articolo pubblicato il 09 ottobre 2013 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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