Per accedere al QdS ed all'archivio utente password registrati e abbonatipassword dimenticata
facebook qdsIl Quotidiano di Sicilia Ŕ su Twitterrss qds
Quotidiano di Sicilia
Il QdS sul tuo smartphone
Scegli la tua app

Creare il lavoro e non cercare lavoro
di Carlo Alberto Tregua

Capitale: Start up, idee, brevetti

Tags: Lavoro, Startup



Il vero capitale del nostro Paese non è dato dalle risorse finanziarie, perchè esse sono uno strumento indispensabile per realizzare progetti. Di risorse finanziarie vi è grande abbondanza in tutto il mondo. Vi sono investitori che cercano progetti validi e remunerativi su cui investire.
La capacità di un Paese è di essere competitivo, di avere un grande sistema concorrenziale che fa emergere i bravi e fa mettere alla porta gli incapaci e i raccomandati, in modo da attirare le risorse che, ripetiamo, sono abbondanti nel sistema mondiale.
Il vero capitale dell’Italia è dato dal sistema di piccole e medie imprese (oltre 5 mln) che non ha nessun altro Paese del mondo in proporzione alla popolazione. Altro capitale del nostro Paese sono l’inventiva e la capacità di realizzare idee con progetti concreti i quali producano ricchezza, lavoro vero e imposte.
Proprio il capitale umano è la forza di questa parte della popolazione che deve essere stimolata senza drogarla e sostenuta senza aiutarla.

L’aiuto va dato ai deboli e ai bisognosi. I cittadini italiani che hanno capacità d’intraprendere hanno bisogno di operare in un mercato aperto, non dominato da lobby e corporazioni, e di ottenere dal sistema bancario e finanziario le risorse necessarie per attuare progetti di sviluppo in settori innovativi, perche quelli maturi sono ormai morti.
Quello che descriviamo si può condensare in uno slogan: Occorre creare il lavoro, non cercare il lavoro. è ovvio che non tutti gli italiani sono in condizione di creare il lavoro e, per conseguenza, lo cercano. E quando si parla di creare lavoro non ci riferiamo solo ai settori innovativi, ma anche, per esempio, a un ritorno massiccio nei lavori manuali che molti giovani sdegnosi non vogliono fare, come se si trattasse di attività disdicevoli sul piano sociale.
Un comportamento incolto ed ignorante del fatto che qualunque mestiere o professione si faccia è altamente onorevole se si svolge con dignità e consapevolezza, facendo il proprio dovere fino in fondo.
Vi è un’altra questione: molta gente non vuole lavorare né di notte né di giorno festivo, quando invece vi sono centinaia di migliaia di italiani che lavorano proprio in quei periodi.
 
Creare lavoro, non cercare lavoro. Perché questo non accade nel nostro Paese? Perché c’è il cattivo esempio di tutte le pubbliche amministrazioni, ove operano oltre 3 milioni di persone, che non sono in competizione fra loro, anzi, che sono in uno stato feudale nel quale vanno avanti i privilegiati, perché raccomandati, e vengono emarginati tantissimi bravi dirigenti e dipendenti.
Non se ne può più di una minoranza della popolazione che tiene in ostaggio oltre 20 milioni di dirigenti e lavoratori del settore privato. Non se ne può più di una minoranza di dirigenti e dipendenti della Pa raccomandati che tengono in ostaggio la maggioranza dei pubblici dipendenti e dirigenti.
A questo serve la politica, a introdurre principi di equità che consentano ai bravi di emergere prendendo a calci nel sedere i raccomandati e quelli che mangiano a sbafo nella greppia pubblica, dove arrivano risorse sotto forma di tributi che tutti i cittadini pagano con immensa fatica. 

Creare un lavoro significa rubare un’idea da internet, creare come altri hanno fatto, immettere nuova inventiva, provare e provare senza arrendersi anche di fronte a dei fallimenti iniziali, dimenticarsi le ferie e i giorni festivi. Lavorare, lavorare e lavorare.
Nel nostro Paese c’è bisogno di quella mentalità vincente che l’ha fatto risollevare dalle ceneri di una guerra insensata e assurda. Negli anni ‘50 e ‘60 tutti gli italiani, compresi i dipendenti pubblici, pur facendo immensi sacrifici, hanno imboccato una strada nella crescita che sfociò nel sempre rimpianto boom economico.
Poi la rivoluzione del ‘68 col 18 politico, dato anche agli incapaci e ai fannulloni, ha attenuato la spinta propulsiva prima richiamata e ha fatto arrivare agli anni ‘80, quando la dissennata politica democristiana e socialista ha indebitato il Paese da 200 mila miliardi lire del 1980 a ben 2 mln di miliardi di lire del 1992. Quell’anno intervenne la non dimenticata manovra lacrime e sangue di Giuliano Amato, presidente del Consiglio, di 96 mila miliardi!!!

Articolo pubblicato il 11 ottobre 2013 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


comments powered by Disqus

´╗┐