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Sud sempre penalizzato a rischio-desertificazione
di Redazione

Impoverimento del Pil e della produzione, dei consumi e degli investimenti

Tags: Svimez, Economia, Pil



ROMA - Il Sud ha subito più del resto del Paese i contraccolpi della crisi: la conferma arriva dalla Svimez, associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, che ha presentato oggi il Rapporto sull’economia del Mezzogiorno. Le regioni meridionali però in questi anni non si sono impoverite solo da un punto di vista economico - con il crollo dei consumi e degli investimenti, un forte abbassamento del Pil e una produzione industriale scesa del 25 per cento - ma anche dal punto di vista della popolazione: in 10 anni dal Mezzogiorno sono emigrate 2,7 milioni di persone, soprattutto campani e siciliani in cerca di fortuna perlopiù in Lombardia e Lazio.

Il gap del Sud nel 2012 ha ripreso a crescere, arrivando al livello del 57,4 per cento del valore del Centro Nord. In valori assoluti, a livello nazionale, il Pil è stato di 25.713 euro, risultante dalla media tra i 30.073 euro del Centro-Nord e i 17.263 del Mezzogiorno dove la regione con il Pil pro capite più elevato è stata l’Abruzzo (21.244 euro). Seguono il Molise (19.845), la Sardegna (19.344), la Basilicata (17.647 euro), la Puglia (17.246), la Sicilia (16.546) e la Campania (16.462). La regione più povera è la Calabria, con 16.460 euro.

In netta flessione consumi e investimenti: le esportazioni, pur in crescita, non riescono ad incidere sull’andamento negativo del Pil meridionale. I consumi finali interni nel 2012 sono crollati al Sud del -4,3 per cento, oltre mezzo punto percentuale in più rispetto al Centro-Nord (-3,8 per cento). In forte calo anche i consumi delle famiglie, -4,8 per cento al Sud, contro il -3,5 per cento dell’altra ripartizione.
 
Nel complesso, negli anni della crisi, dal 2008 al 2012, i consumi della famiglie meridionali si sono ridotti del 9,3 per cento, oltre due volte in più del Centro-Nord (-3,5 per cento). Particolarmente in contrazione al Sud la spesa delle famiglie per i consumi alimentari (-11,3 per cento) e per vestiario e calzature (-19 per cento). Giù anche gli investimenti: - 8,6 per cento al Sud, rispetto al pur negativo -7,8 per cento dell'altra ripartizione, che segue al -3,9 per cento dell'anno precedente. Negli anni della crisi, dal 2008 al 2012, gli investimenti sono crollati al Sud del 25,8 per cento,con un peso determinante dell'industria (-47 per cento dal 2007 al 2012), cifra che rende bene la dimensione epocale della crisi.

Nel 2012 il numero delle banche al Sud è sceso a 193, in calo di 9 unità. Flessione anche al Centro-Nord: 587 le banche presenti, 29 in meno dell’anno precedente. Quanto agli sportelli, si sono ridotti sia nel Mezzogiorno sia nell’altra ripartizione circa del 2 per cento, ma il numero medio di abitanti per sportello (uno ogni circa 3.000) resta quasi il doppio di quello del Nord. In generale, al Sud nel 2012 i prestiti sono scesi dell’1,4 per cento, a fronte della stazionarietà del Centro-Nord (0 per cento). In calo al Sud anche i prestiti alle imprese, -2,1 per cento, con flessioni più marcate per quelle fino a 20 addetti (-2,9 per cento). Se si analizza il settore economico di appartenenza delle imprese beneficiarie, nel Sud la dinamica più negativa riguarda le costruzioni, mentre nel Centro-Nord è il manifatturiero, che sconta la drastica caduta della domanda interna, a essere più colpito. In generale, il deterioramento del quadro macroeconomico ha spinto le imprese a limitare i prestiti per investimenti, con conseguente peggioramento del la qualità del credito, più marcato per le regioni meridionali.

In base alle ricostruzioni delle serie storiche della Svimez, negli anni pre-crisi, nel 2007, il livello di valore aggiunto dell’industria meridionale era fermo ai valori del 2001, mentre dal 2001 al 2007 nelle aree arretrate della Germania e della Spagna è cresciuto rispettivamente del 40 per cento e del 10 per cento. Per questo dal 2007 al 2012 il manifatturiero al Sud ha ridotto il proprio prodotto del 25 per cento, i posti di lavoro del 24 per cento e gli investimenti addirittura del 45 per cento. Uno scenario da “desertificazione”.

Articolo pubblicato il 18 ottobre 2013 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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