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Quotidiano di Sicilia

Non stare sul carro ma spingere il carro
di Carlo Alberto Tregua

Matteo Renzi, via i parassiti

Tags: Matteo Renzi, Enrico Letta



Nella sua prima uscita pubblica come concorrente alla segreteria del Partito democratico, Matteo Renzi ha enunciato un concetto etico: Non stare sul carro ma spingere il carro. In altre parole, e fuori di metafora, il sindaco di Firenze ha inteso dire: Via i parassiti.
Concordiamo in toto, anche se ci rendiamo conto che lottare contro le corporazioni e le caste, contro i privilegiati e quelli che sono entrati nella Pubblica amministrazione per raccomandazione, contro quella piccola parte di imprenditori e professionisti corrotti che frodano lo Stato, è un compito improbo.
Ma è proprio questa la vera novità di Renzi: il tentativo di scardinare un sistema incrostato, immobile e paludoso che impedisce all’Italia di crescere, almeno come gli altri partner europei, e di creare vero lavoro e ricchezza che genera imposte.
I politici senzamestiere, una minoranza di dirigenti e dipendenti pubblici, stanno sul carro senza contribuire a far funzionare le istituzioni. I bravi politici e i bravi dipendenti e dirigenti pubblici, però, non hanno avuto (e non hanno) la forza di isolare quei gruppi che continuano a gestire la Pubblica amministrazione come fosse Cosa loro.

Il prossimo 8 dicembre vi sarà l’elezione del nuovo segretario democratico. Quasi certamente sarà eletto Renzi, il quale dovrà avere l’accortezza di non imbarcare tutti quelli, giovani e vecchi, che sono abituati all’inefficienza e alla spesa pubblica improduttiva.
Certo, dovrà evitare di perdere per strada la sinistra-sinistra, cioè gli ex comunisti con la mentalità statalista, ma potrà allargarsi in quella direzione solo fino a un certo punto, mentre avrà grande spazio nel centro e nell’area dei moderati. Dovrà essere in grado di prospettare una politica di tipo blairiana che, ricordiamo, non si discostò molto dalla politica thatcheriana.
Il Pd, in questa compagine governativa, è socio di maggioranza con una forte rappresentanza alla Camera. Non potrà ascoltare Vendola, che è ovviamente un partigiano della spesa pubblica, anche se dobbiamo volentieri riconoscergli che ha amministrato la Regione Puglia con molto buonsenso.
 
Proprio nella qualità di socio di maggioranza relativa, Renzi potrà fare un accordo sia con Monti che con il leader di Pdl-Forza Italia (non sappiamo ancora chi possa essere all’infuori di Berlusconi), per tagliare la spesa pubblica improduttiva, cioè quella che va ai privilegiati, in modo da ottenere due risultati: il taglio delle imposte nelle due aliquote più basse (23 e 27%); e il recupero delle risorse da destinare a grandi opere pubbliche strutturali (nazionali e locali), nonché a investimenti.
Ma non basta. Indispensabile è la riforma profonda della Pubblica amministrazione, inserendo severe sanzioni per i dirigenti irresponsabili e generalizzando l’istituto del silenzio-assenso entro trenta giorni dalle istanze; la riforma della Giustizia che dimezzi (almeno) i tempi dei processi penali, civili, amministrativi e tributari; la riforma elettorale con l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti, come già si è impegnato a fare, trovando su questo punto il pieno accordo di Sc e Pdl.

L’amministratore delegato Enrico Letta dovrà ascoltare l’indirizzo generale dei suoi tre azionisti, evitare di traccheggiare e portare in Parlamento le tre riforme prima indicate, nonché altre di non minore importanza, fra cui quella carceraria. Non si tratta di una rivoluzione, ma di inserire novità di metodo che abbiano come primo obiettivo il funzionamento in base a valori etici di merito e responsabilità. Come dire: avanti i bravi, indietro i raccomandati.
Proprio la lotta al clientelismo e al favoritismo sarà la maggiore difficoltà del futuro (ci auguriamo) segretario del Partito democratico. Tanti nullafacenti, fannulloni, parassiti, devono essere emarginati. Tutti gli italiani, del settore pubblico e di quello privato, devono capire che, come diceva la Thatcher, il pasto non è mai gratis.
È inutile continuare a blaterare che il lavoro è al primo posto fingendo di dimenticare che il sistema imprenditoriale italiano, basato su quel tesoro invidiato di 5 milioni di Pmi, è il motore, l’unico motore, che può perseguire l’obiettivo di generare ricchezza, imposte e lavoro. Tutte le altre sono balle.

Articolo pubblicato il 18 ottobre 2013 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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