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Made in Italy, un mito ormai non più italiano
di Redazione

Sono 130 le aziende che in 20 anni hanno cambiato proprietà e bandiera

Tags: Made In Italy



ROMA - I nomi sono altisonanti: nell'alimentare Sperlari, Martini & Rossi, Cinzano, Vecchia Romagna, Caffarel, Stock, Lactalis, Deoleo, Birra Peroni, Scaldasole, Star, Italpizza, Delverde Industrie Alimentari, Eridania, Norcineria Fiorucci, Ruffino e Gruppo Gancia, Casa Nova.
 
Nel settore dell'automazione e della meccanica la Zanussi, Rive Bianchi, Pirelli Optical Technologies, Saeco, Cantiere del Pardo, Gruppo Ferretti, Atala, Dytech-Dynamic Fluid Technologies, Ducati Motor Holding, Lamborghini.
Nel settore della moda e dello stile italiano Fiorucci, Mila Schon, Conbipel, Sergio Tacchini, Fila, Belfe e Lario, Mandarina Duck, Coccinelle, Safilo, Ferrè, Miss Sixty-Energie, Lumberjack e Valentino, Gruppo Kering. Ci scusiamo per il lungo elenco, ma era necessario: sono alcune delle più importanti aziende italiane vendute, ricomprate, spesso passate da una proprietà all'altra, da un Paese all'altro.

È la storia di molti marchi d'eccellenza nati in Italia, ma che di italiano oggi hanno ben poco. Lo studio sulla vendita di aziende simbolo del Made in Italy, che Uil Pubblica Amministrazione ed Eurispes hanno deciso di realizzare consapevoli della criticità del momento storico nel quale viviamo, vuole stimolare l'attenzione e la riflessione del sistema politico e istituzionale su un tema forse per troppo tempo trascurato ma che sarà decisivo per il futuro stesso del nostro Paese.
 
Sono state identificate quelle aziende fondate in Italia, simbolo della nostra migliore produzione artigianale e che hanno vissuto momenti di successo e di crisi, fino a cambiare proprietà e bandiera. Un database che raccoglie una selezione di 130 importanti marchi che soprattutto negli ultimi 20 anni per motivazioni differenti hanno registrato cambiamenti nella proprietà.

“Molte delle nostre migliori realtà imprenditoriali - spiega Gian Maria Fara, presidente dell'Eurispes - sono state schiacciate dalla congiuntura economica negativa, unita all'iperburocratizzazione della macchina amministrativa, a una tassazione iniqua, alla mancanza di aiuti e di tutele e all'impossibilità di accesso al credito bancario. L'intreccio di tali fattori ha inciso sulla mortalità delle imprese creando una sorta di mercato ‘malato’ all'interno del quale la chiusura di realtà imprenditoriali importanti per tipologia di produzione e per know-how si è accompagnata spesso a una svendita (pre o post chiusura) necessaria di fronte all'impossibilità di proseguire l'attività.
 
L'afflusso di capitali esteri nel nostro Paese non è quindi avvenuto secondo le normali regole di mercato e le aziende si sono dovute piegare a una vendita 'sottocosto' rispetto al loro reale valore. E per quanto ci si sforzi di imputare al mercato globalizzato tutte le colpe di una simile situazione, è ormai chiaro che qualcosa non quadra e che i conti di certo non tornano”.

Articolo pubblicato il 12 dicembre 2013 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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