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Pil, è notte fonda nel Meridione. Bruciati 43,7 miliardi € dal 2007
di Antonio Leo

Nel 2013 quasi 100 mila imprese del Sud hanno chiuso i battenti e dal 2007 oltre 600 mila persone hanno perso il lavoro. Un bollettino di guerra l’ultimo rapporto di Confindustria e Centro “Studi e ricerche per il Mezzogiorno”

Tags: Economia, Pil



PALERMO – È un quadro a tinte fosche, ma sarebbe meglio dire un ritratto minimalista come il quadrato nero di Kazimir Malevich, l’ultimo rapporto pubblicato da Confindustria e Srm (Studi e ricerche per il Mezzogiorno) relativo all’economia del Sud. Ancora non si vede la luce al termine del tunnel imboccato nel 2007. Il bollettino di guerra ci racconta di ben 43,7 miliardi di euro di Pil bruciati negli ultimi sei anni, 600 mila occupati persi nello stesso intervallo di tempo, circa 100 mila imprese meridionali che hanno chiuso i battenti soltanto nel 2013.

Soltanto in Sicilia, come ha scritto recentemente Patrizia Penna in un’inchiesta del QdS, dal 2007 al 2012, per irresponsabilità delle istituzioni, il prodotto interno lordo regionale è calato dell’11,1% (valori concatenati, anno base 2005). Secondo l’Istat, nel 2012 il Pil è sceso del 3,8% e le previsioni per il 2013 non sono affatto rosee: le stime parlano di un ulteriore -3,8% che ci porterebbe praticamente sull’orlo del baratro.

Spulciando a fondo l’indagine Confindustria-Srm salta subito all’occhio la classifica delle Regioni europee per Pil pro capite, elaborata da Confindustria su dati Eurostat. Inutile dire che siamo agli ultimissimi posti. L’Abruzzo è 169° con un Pil a cranio di 20.600 euro; il Molise 192° con 19.500 euro; la Sardegna 196° con 19.000 euro; la Basilicata è 209° con con 16.300 euro, la Puglia 221° con 16.300 euro.

Sul podio delle peggiori italiane, manco a dirlo, la Sicilia con 16.200 euro di Pil pro capite, 223esima tra le regioni europee. Chiudono il cerchio la Calabria al 228° posto (15.800 euro il Pil medio per ogni calabrese) e la Campania, 231esima con 15.600 euro. Non molto distante è l’ultima posizione, occupata dalla regione bulgara “Severozapaden”, piazzatasi al 270° posto. Per avere un’idea della miseria del Sud, basta guardare ai dati della Provincia autonoma di Bolzano, dove per ogni cittadino il Prodotto interno lordo è di 35.600 euro. E pensare che in Alto Adige non sono nemmeno nella top 10 delle regioni del Vecchio continente, essendosi piazzati 21esimi. Il primo posto è su un altro pianeta: lo ha agguantato Inner London, zona ricchissima del Regno Unito, dove il Pil pro capite arriva a 80.300 euro: oltre quattro volte quello della Sicilia.
Altri mondi, altre storie. Eppure fa rabbia pensare alle opportunità sprecate, alle possibilità non colte.

Come scrivono nel loro rapporto Confindustria e Srm, sono circa “60 i miliardi di euro, tra risorse dei fondi strutturali 2007-13, del Piano d’Azione Coesione, del Fondo Sviluppo e Coesione, che potrebbero essere rapidamente trasformati, nel prossimo triennio, in investimenti pubblici e privati, e costituire un volano straordinario di crescita economica per il Sud. Senza contare le risorse, altrettanto cospicue, del ciclo di programmazione 2014-2020 che sta per aprirsi”.

Soldi fino ad ora lasciati a marcire o spesi male. In un recente forum del QdS, Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella ci hanno raccontato quanto sono stati determinanti i fondi comunitari per alcune regioni europee. Per esempio la Bulgaria occidentale – sebbene come scritto poc’anzi il Paese abbia una propria regione ultima in Europa per Pil pro capite - sta crescendo a vista d’occhio grazie a un uso sapiente delle risorse Ue. “La Bulgaria occidentale è passata in dieci anni, da quando è entrata nell’Ue – ci ha spiegato Rizzo - dal 37% del Pil pro capite, rispetto alla media del Pil pro capite dei 27, al 75%, sopravanzando tutte le Regioni meridionali che al contrario sono diminuite”.

Come abbiamo scritto in diverse inchieste, in Sicilia, a giugno 2013, su 16,7 miliardi di fondi comunitari (annidati tra innumerevoli sigle: Fesr, Fse, Psr, Sep, Pac e Fas) ne sono stati spesi soltanto 5,3 miliardi. Il 32,2% in 7 anni. “E questo aumenta il gap non solo con il resto d’Italia, ma anche con gli altri Paesi europei – ha aggiunto Gian Antonio Stella -. Alcuni Stati stranieri sono riusciti a spendere il 60-65%. La Puglia nei confronti della Bulgaria occidentale ha perso 50 punti, scendendo sette punti sotto; la Sicilia invece ne ha persi 47 in dieci anni, scendendo a nove punti sotto; Calabria e Campania hanno rispettivamente perso dieci e undici punti rispetto alla Bulgaria ovest. Ma come possiamo accettare una cosa simile?”

Non si può accettare. E intanto a trascinare il Mezzogiorno nel baratro è anche la condizione comatosa delle imprese. Nei primi nove mesi dell’anno che volge al tramonto, la crisi ha travolto le aziende al ritmo di 366 cessazioni al giorno: ben 2.527 sono le attività fallite. Confrontando, invece, aperture e cessazioni dal 2007 al 2013, si sono “perse” circa 30.000 imprese, di cui circa 15 mila solo nei primi 9 mesi del 2013.

“Si rafforza – si legge nel rapporto ‘Check-up Mezzogiorno’ - una netta divaricazione nei risultati d’impresa: quelle che ce la fanno, e si rafforzano anche durante la crisi, sono imprese di media dimensione, che vedono crescere il proprio fatturato (+8,2%), così come le grandi imprese (escluse le raffinerie), che lo accrescono seppur di poco; in flessione, invece, il fatturato delle piccole imprese, con un calo del 9,3% tra il 2007 e il 2012”. Insomma sono i pesci piccoli ad avere più difficoltà a barcamenarsi nella tempesta finanziaria ancora in atto. Le dinamiche creditizie, però, stritolano senza guardare alle dimensioni: gli impieghi nel Mezzogiorno continuano a scendere (9,3 miliardi di euro in meno rispetto al 2012), mentre i crediti in sofferenza hanno superato i 31 miliardi di euro, cioè l’11,1% del totale.

L’andamento dell’export spiega una parte importante di questi risultati differenziati. Le esportazioni del Mezzogiorno si sono ridotte, nel III trimestre 2013, del 9,4% rispetto al III trimestre 2012: “si tratta di risultati fortemente condizionati dal calo della siderurgia e degli idrocarburi, mentre segnali positivi fanno registrare i prodotti alimentari, quelli chimici e soprattutto le esportazioni dei distretti produttivi meridionali (+11,5% nel II trimestre 2013), in particolare in Puglia, Sicilia e Campania”.
In ogni caso, le aziende del Sud non si arrendono: in controtendenza rispetto alla riduzione del numero assoluto di imprese nel 2013, si consolida il numero delle società di capitali (+3,2%) e raddoppia in soli 6 mesi il numero di imprese meridionali aderenti a contratti di rete. Il clima di fiducia delle imprese manifatturiere meridionali, pur restando il più basso tra le 4 macro aree, continua il suo lento miglioramento, tornando ai livelli dell’estate 2011.

Ma, nonostante gli sforzi, continua incessante l’emorragia di posti di lavoro. A fine 2013 si stimano, infatti, oltre 600 mila occupati in meno rispetto al 2007; questo numero è quasi raddoppiato nell'ultimo anno. La disoccupazione ha raggiunto il 19,8%, quella giovanile interessa ormai un giovane su due. Il pericolo è che, per effetto delle ristrutturazioni in corso nelle imprese e nella società, possa ripartire una “ripresa senza occupazione”. L’economia, insomma, potrebbe tornare a crescere senza che i nuovi posti di lavoro siano sufficienti a compensare quelli persi.

Articolo pubblicato il 28 dicembre 2013 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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