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Carlo Calenda: "Export: coinvolgere 22 mila nuove aziende"
di Anna Maria Verna

Forum con Carlo Calenda, vice ministro allo Sviluppo economico

Tags: Carlo Calenda



Quali sono le azioni del Ministero sul piano dell’internazionalizzazione? 
“Provenendo da un’esperienza manageriale, cerco di affrontare i problemi da un punto di vista gestionale. Si possono fare cose enormi razionalizzando le risorse attraverso una gestione coerente . Inoltre sto lavorando  perché si affermi un diverso modo di procedere rispetto al passato: il Ministero deve fare la programmazione assieme alle associazioni delle imprese, sennò questa diventa un mero esercizio astratto. Il Ministero, naturalmente, ha poi anche il dovere di monitorare sistematicamente ogni iniziativa attraverso un’analisi di customer satisfaction.  Il momento storico è molto favorevole: negli ultimi tre anni la  crescita delle esportazioni italiane è sostenuta. Salvo una lieve flessione dell’ultimo periodo, dovuta all’euro forte, crescono più di quelle francesi e  come quelle tedesche”. 

Quali settori tirano di più? 
“Meccanica e elettronica con 70 miliardi di euro su 400. Va bene tutto il settore food e abbigliamento. I settori più in crescita sono gli apparecchi biomedicali e la farmaceutica, un comparto particolarmente importante per la Sicilia”. 

Cosa ci impedisce di fare meglio?
“La percentuale di export sul PIL  è solo il 30%. La ragione è dovuta alle dimensioni aziendali. Le aziende italiane  internazionalizzate  sono ancora poche. Il nostro road show che è partito da Biella il 27 gennaio punta proprio a questo. Nessuno si è occupato finora di andare a prendere sul territorio le aziende potenzialmente esportatrici. A queste aziende non serve un convegno ma un esperto d’internazionalizzazione che gli faccia un check-up aziendale con un sistema strutturato e gli indichi i mercati di sbocco, come fare per arrivarci e quali servizi il Governo può offrirgli. Questo noi lo faremo sistematicamente nei 20 e più appuntamenti che abbiamo in agenda e per circa 200 aziende a tappa. L’obiettivo è di cercare di portare 20/22 mila imprese nuove a esportare stabilmente entro il 2015”. 

Come spiega l’aumento delle esportazioni?
“Nella prima fase della globalizzazione era difficilissimo entrare nei mercati. Quindici anni fa la Cina era impenetrabile per una piccola impresa, oggi meno. In questa fase i consumatori stanno aumentando. C’è anche una serie di accordi di libero scambio e internazionali - tra cui quello che abbiamo siglato a Bali in sede della WTO - che facilitano enormemente l’ingresso nei mercati. C’è poi un altro fattore che gli Stati Uniti hanno già perfettamente individuato: l’industria manifatturiera non è sparita dall’Occidente come si temeva all’inizio della globalizzazione. Obama ha varato una politica di reshoring con lo scopo di riportare la manifattura negli Stati Uniti. È un’occasione straordinaria per l’Italia perché siamo un paese manifatturiero. È da qui che deve venire la prosperità per i prossimi trent’anni. Invece in Italia si è diffusa l’idea che noi saremo spazzati via senza speranza dalla globalizzazione. Europa e Stati Uniti hanno cominciato a negoziare un accordo di libero scambio. Quest’accordo, che dovrebbe cominciare a definirsi nel semestre di presidenza italiano, fa il paio con un accordo che gli Stati Uniti stanno facendo con 12 paesi dell’area del Pacifico, Giappone compreso. Europa, Giappone e Pacifico significano almeno il 70% del PIL mondiale. È un gigantesco processo geopolitico di cui l’Italia è parte integrante. Abbiamo fatto fare un’analisi d’impatto e abbiamo visto che il nostro sarebbe il primo paese a beneficiarne perché molte delle  barriere che attualmente ci sono, sono soprattutto sui nostri settori di specializzazione: tessile, oreficeria, meccanica e pelletteria”.

Come evitare il pericolo che l’Italia resti esclusa da questo processo? 
“Un rischio è che le PMI restino fuori da questo processo. Per questo bisogna andarle a prendere una per una e più sono piccole, più bisogna dargli una mano.
Un altro problema riguarda le zone dove non c’è una base manifatturiera forte come, per esempio, il Sud. Per il Sud abbiamo messo a punto  un piano ad hoc: in ogni azienda italiana ci deve essere un export manager, cioè una figura professionalmente dedicata alla gestione delle esportazioni. Le Regioni dovranno mettere a disposizione delle aziende dei voucher per facilitare l’assunzione di  export manager.  Poi c’è una questione di politica economica generale: ogni euro disponibile va messo sull’offerta, cioè va utilizzato per creare le condizioni per cui le aziende possano essere più competitive.
Stimolare la domanda è un investimento che rischia di avere il fiato corto. Meglio rafforzare l’offerta lavorando sulla riduzione di tasse e costi energetici. Solo così si determina quella crescita di competitività di lungo periodo che un semplice incentivo non può dare. Per l’Italia è determinante essere al centro del nuovo  flusso di globalizzazione. Le aziende sono brave, hanno ottime potenzialità, ma non hanno intorno un sistema che creda in loro e gli spieghi come muoversi”.
 


Il problema è prima di tutto nella gestione

Che ricaduta potrebbe avere questa politica sull’occupazione? 
“Ci sono problemi che non si possono affrontare con un approccio diretto. Anche se dai un bonus per assumere un giovane, lo userà l’azienda che voleva già assumerlo. Nessuno assume un giovane semplicemente perché ha a disposizione un bonus. Il problema del lavoro si risolve, quindi, facendo ripartire le aziende. Questo obiettivo deve stare al centro dell’azione del Governo quando si parla di crescita. E va fatto ascoltando le imprese che, fra l’altro, hanno le idee chiarissime.  
Industria 2015, varato dal Governo nel 2006 per definire i settori su cui puntare e la pianificazione industriale, ha portato a una spesa effettiva del 3% dei fondi stanziati.  Questo tipo di pianificazione in Italia non funziona. Si creano dei meccanismi di una tale complessità che rendono difficile accedere ai finanziamenti. Politica industriale vuol dire soprattutto incidere sui fattori che frenano lo sviluppo, dall’energia, alle tasse, alla burocrazia. Ma soprattutto occorre mettere al centro dell’azione dei Ministeri l’attenzione alla gestione, con un monitoraggio continuo della soddisfazione del cliente. Il problema non è nelle riforme ma nella gestione. L’Italia ha una straordinaria classe imprenditoriale cui va data la possibilità di competere e fare il suo lavoro."
 

 
Lo sviluppo africano è un’occasione per l’Isola
 
La Sicilia è l’avamposto per tutti i Paesi del Mediterraneo: Marocco, Egitto, Algeria e Tunisia. Qual è il polso della situazione?
“Ho fatto recentemente il punto sui Paesi africani e ho visto che sono Paesi che hanno tassi di crescita molto buoni. Lì l’Italia sta performando molto bene. L’Africa occidentale e l’area australe sono zone che avranno nei prossimi anni un altissimo tasso di crescita, quindi c’è un baricentro di sviluppo che sta nascendo più vicino alla Sicilia rispetto ai Paesi asiatici. Inoltre sarà più semplice, in questi Paesi, industrializzare la filiera agroalimentare. Questa per la Sicilia sarà un’occasione straordinaria.
In Sicilia occorre però risolvere il problema logistico, che incide pesantemente sull’agroindustria perché i collegamenti sono difficilissimi. Questo è il lavoro che dobbiamo fare noi: dare alle imprese un framework efficiente. La politica industriale vera è una politica di contesto. L’altro cotè che serve all’Italia è quel capitale per la crescita che noi non abbiamo ma che hanno gli investitori esteri. E l’Italia sta tornando nel radar degli investitori stranieri. Non penso solo a investitori che creino dal nulla una fabbrica ma anche a quelli interessati a rilevare aziende piccole e medie per portarle a fare il salto qualitativo.
Trovo che Letta stia facendo un gran lavoro per dare all’Italia una miglior reputazione internazionale da questo punto di vista”.

Articolo pubblicato il 02 febbraio 2014 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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Carlo Calenda, vice ministro allo Sviluppo economico
Carlo Calenda, vice ministro allo Sviluppo economico




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