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Corruzione dilagante irresponsabilità politica
di Carlo Alberto Tregua

Governi e dirigenti ciechi e sordi

Tags: Corruzione



La Guardia di Finanza ha pubblicato un rapporto secondo il quale è emersa la punta di un iceberg di sprechi e truffe, nel 2013, con un danno per lo Stato stimato, probabilmente per difetto, in 5 mld €.
I reati contestati in maggior misura sono le frodi comunitarie, la spesa previdenziale e assistenziale, quella sanitaria, le prestazioni sociali agevolate, il danno erariale, il lavoro in nero e tutta un’altra serie di reati contro la pubblica amministrazione.
I casi di corruzione, concussione, peculato e abuso d’ufficio sono oltre 4.300, ma anche qui si tratta di una punta di iceberg.
Professori universitari e dirigenti pubblici sono i dipendenti che più abusano del loro status per fare un doppio lavoro in nero. In Sicilia, il nero, cioè i redditi non dichiarati e l’Iva evasa, ammonta a oltre 20 mld €, secondo la Guardia di finanza regionale. La valutazione viene fuori da un conteggio elementare: redditi dichiarati 40 mld €, consumi (Istat) 60 mld €.

Il grido di dolore è emerso anche sabato 25 gennaio, con l’apertura dell’anno giudiziario 2014, per bocca del primo presidente della Corte di Cassazione, Giorgio Santacroce.
Ma anche in Sicilia il primo presidente della Corte d’appello di Palermo, Vincenzo Oliveri, ha denunciato che nel sistema pubblico vi è un boom di tangenti ai burocrati con “un vero sistema criminale”. Oliveri ha anche tuonato contro la politica: “Inimmaginabile putridume”.
Secondo questi anatemi, c’è da inorridire, ma non tanto, sentendo tutti i giorni, come ci capita, di denunce e di reati che emergono a seguito della infaticabile azione della Guardia di Finanza nonché, per altri settori, di Polizia e Carabinieri.
La recessione è anche figlia di queste truffe e della corruzione dilagante, la quale, oltre a favorire i beneficiari, danneggia tutti gli altri, perché non li mette in condizioni di pari concorrenza.
Chi prende un appalto perché ha pagato la tangente, mette fuori causa altri che avrebbero avuto il diritto di vederselo attribuire, magari a condizioni migliori, cioè con un beneficio per la collettività. In questo versante, i Tribunali amministrativi dovrebbero intervenire con maggiore celerità.
 
Come se non bastasse, è intervenuto in questi giorni il commissario europeo per gli Affari Interni, Cecilia Malmström, che ha denunciato l’Italia come secondo Stato dei 28 membri per la maggiore diffusione della corruzione. Dice la Malmström che il volume d’affari della corruzione italiana è di circa 60 mld €, ma con molta probabilità anche questa è una stima per difetto.
L’accusa è precisa e intollerabile, perché denuda la responsabilità di tutti i Governi che si sono succeduti in questi 20 anni, dal centrodestra al centrosinistra, presieduti da Berlusconi, Prodi, D’Alema, D’Amato, e ora quello di Letta, che sul tema hanno sempre cincischiato.
Invece Monti, col suo Governo, è stato l’unico a far approvare la legge 190/12 con la quale fu istituito in ogni amministrazione, di qualunque livello, il responsabile della corruzione e l’obbligo di aprire nei siti istituzionali l’area della trasparenza. Peccato però che a distanza di oltre un anno pochi enti abbiano ottemperato a tale prescrizione.

In Italia, c’è la regola non scritta che si fanno le leggi per non attuarle, ovvero si rimanda a decreti e regolamenti la loro attuazione. Di tutte le leggi approvate durante i 17 mesi del Governo Monti e quelle approvate in questi dieci mesi del Governo Letta, sono previsti, ma ancora non emanati, oltre 800 provvedimenti.
Non si capisce perché una legge non possa essere completa e avere in sé gli elementi di attuazione. Ovvero, si capisce benissimo. La dirigenza burocratica, che è poi quella che di fatto compila i testi, inserisce tutti questi paletti per conservare i propri privilegi, per evitare la semplificazione, per impedire la digitalizzazione e con essa la trasparenza. Cosicché, come i sacerdoti egizi di 4.000 anni fa, possa mantenere inalterato il proprio potere di gestire di fatto le risorse collettive.
Anche stavolta dobbiamo distinguere e non sparare nel mucchio: fra i dirigenti pubblici ve n’è una grande parte composta da persone oneste, corrette e capaci, ma essa non si distingue dalla parte lercia e marcia, perché cane non mangia cane. Però, così, anche la parte buona andrà all’inferno.
 

Articolo pubblicato il 05 febbraio 2014 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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