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Città metropolitane, il Governo Crocetta riscrive il testo
di Redazione

Il nuovo testo, per venire incontro alle richieste del M5S e del Ncd, riperimetra i tre Centri di Palermo, Catania e Messina includendo i Comuni limitrofi, ma lasciando a questi la possibilità di scelta. Riepilogo delle norme approvate fino ad ora

Tags: Province, Liberi Consorzi Dei Comuni, Comuni, Crocetta, Assemblea Regionale, Sicilia



Oggi è il giorno delle Città metropolitane, quelle che tutti i giornali e gran parte degli addetti ai lavori avevano date per spacciate quando l’Assemblea regionale siciliana – con un colpo di spugna – aveva cancellato parte dell’art. 1 che ne disciplinava le modalità di istituzione.
 
Ma ancora in piedi è l’art. 7 della riforma del Governo, il quale ne prevede la “costituzione”. Questione di sfumature, ma tanto basta per far sperare i sindaci di Palermo, Catania e Messina che contro il colpo di mano del Parlamento siculo hanno imbastito una vera e propria crociata, sostenuta – tra gli altri - dalla Cgil. In ballo ci sono i fondi comunitari previsti per queste nuove forme di governo dei grandi Centri.
 
Per evitare nuove sorprese nella palude del voto segreto, Rosario Crocetta e i suoi uomini stanno lavorando febbrilmente per cercare una convergenza più larga possibile in Aula. E a questo proposito si è deciso di venire incontro alle richieste del Movimento cinque stelle e del Nuovo centro destra, disponibili a votare a favore dell’art. 7 a patto che venga riscritto, non limitando il perimetro alle attuali città di Palermo, Catania e Messina, ma estendendo le aree ai comuni limitrofi, lasciando che enti locali più piccoli possano scegliere se rimanere all'interno dell’alveo metropolitano oppure aderire ai Liberi consorzi.
 
E così il governo, alla fine, ha riscritto l’intero articolo. Rispetto alla norma contenuta nel ddl sulle Province (città metropolitane di Palermo, Catania e Messina corrispondenti alle attuali città), il nuovo testo – così come chiesto dalle opposizioni - riperimetra le tre città metropolitane includendo i Comuni limitrofi. Quest’ultimi, come detto sopra, dovranno optare per la “Metropoli” o per il Consorzio attraverso le delibere dei Consigli comunali.
 
A questo punto la norma dovrebbe passare agevolmente la prova dello scrutinio, ma resta ferma l’opposizione di Forza Italia che non ha alcuna intenzione di arrendersi. I capigruppo del Pid-Fi e di Lm-Fi, Toto Cordaro e Santi Formica, hanno chiesto il rinvio dell'aula di 24 ore per consentire ai gruppi parlamentari di valutare la riscrittura dell’art. 7. Il vice capogruppo di Fi, Vincenzo Figuccia, invece ha chiesto il ritorno del ddl in commissione Affari istituzionali.
 
Mentre si attende il verdetto, ricapitoliamo cosa è stato approvato fin qui. In totale sei articoli: il primo istituisce nove Liberi Consorzi in luogo delle attuali Province; il secondo disciplina l’adesione a un Consorzio diverso da quelli “canonici”: in sostanza, entro sei mesi dall’approvazione della legge, i Comuni con delibera dei rispettivi Consigli (è prevista una maggioranza qualificata di due terzi) potranno stabilire di costituire un nuovo Libero consorzio purché rispetti il limite minimo di 180 mila abitanti.
 
L’art 3 della riforma, invece, sancisce i Liberi consorzi sono organismi di secondo livello. È stato approvato anche l’art. 4, ma non come l’aveva riscritto il Governo, bensì come era stato originariamente esitato dalla Commissione Affari istituzionali: delle Assemblee consortili fanno parte i sindaci dei Comuni che aderiscono alla libera aggregazione.
L'Ars, ancora, ha approvato l’art. 5 che disciplina l'elezione, di secondo livello, dei presidenti dei Liberi consorzi, e le modalità di sfiducia. I presidenti, in breve, saranno eletti da consiglieri comunali e sindaci dei Comuni aderenti. L’art. 6, infine, disciplina la composizione della giunta dei Liberi consorzi.
 

Articolo pubblicato il 04 marzo 2014 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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