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Le Pmi siciliane contano sulle banche
di Carlo Alberto Tregua

Basilea 2 ha stretto il rating di affidamento

Tags: Basilea 2, Banche



Si discute se Basilea 2 debba essere cambiata. Ma intanto, la qualità degli affidamenti è soggetta ad un controllo per cui gli istituti di credito tendono a emarginare i crediti più rischiosi.
Vi è un complesso di cause per le quali il rischio in Sicilia è più elevato che nelle regioni del Nord. La prima è relativa alla debolezza dell’economia frutto di una scarsa competitività del sistema siciliano. La scarsa competitività è conseguenza dell’inefficienza generalizzata delle Pa e di un tasso infrastrutturale di livello africano. Non è estranea la modestia media delle competenze della classe imprenditoriale. Una rondine non fa primavera. La presenza di centinaia di ottimi imprenditori non è sufficiente per fare dell’imprenditoria siciliana una classe che funziona.
Altra causa è data dalla regola: impresa povera, famiglia ricca. Vale a dire la confusione che c’è fra le risorse proprie dell’impresa e i bisogni della famiglia dell’imprenditore per cui spesso vi è una distrazione delle stesse.

Le banche hanno anche ragione quando debbono valutare i bilanci delle imprese siciliane redatti in maniera maccheronica e sommaria, così da generare confusione e non fare evidenziare con chiarezza le linee di demarcazione fra l’imprenditore e l’impresa. I bilanci così redatti nascondono di solito evasione e creazione di nero, di cui spesso le banche sono a conoscenza.
Questo complesso di motivi porta a tenere stretti i cordoni della borsa degli affidamenti. A torto o a ragione. Però, un torto, le banche che operano in Sicilia ce l’hanno sicuramente. Riguarda l’incapacità di valutare l’impresa in relazione al mercato, in funzione della sua potenzialità. E poi, in un mercato asfittico come questo, le banche dovrebbero collegare gli imprenditori siciliani con quelli del Nord Africa, del Nord Italia e dell’Europa, per agganciarli a treni dello sviluppo che qui non ci sono.
 
Le istanze delle imprese nei confronti degli istituti di credito sono pressanti e solo una forte selezione della qualità delle iniziative potrebbe portare a rispondere positivamente o negativamente con cognizione di causa.
Per fare questo, è necessario un grande impegno delle professionalità di dipendenti e funzionari i quali devono discernere le richieste motivate da quelle destituite di fondamento. Tenere semichiuso il rubinetto del credito per tutti è un grandissimo errore perché è come gettare l’acqua sporca col bambino dentro.
Non intendiamo sparare nel mucchio, vi sono istituti di credito che funzionano con qualità ed altri legati al carro di padroni nordici che hanno la vera funzione di raccogliere il massimo di depositi e di impiegarli il meno possibile. è vero che il rischio in Sicilia è mediamente più elevato, ma distinguendo le buone dalle cattive imprese si aiuterebbe la selezione naturale del mercato e si sospingerebbero quelle imprese che hanno potenzialità di crescita.

Nel complesso, dalle inchieste che andiamo facendo, possiamo affermare che le pochissime banche siciliane sono ben solide ed hanno subìto pochi danni dalla crisi finanziaria statunitense. Ancor più è affidata loro la responsabilità di muovere l’economia isolana, senza trincerarsi dietro una prudenza eccessiva, anch’essa dannosa.
Gli istituti del Nord che acquisendo le banche siciliane hanno di fatto colonizzato il credito, non dimostrano di voler intervenire per diminuire il divario, ma si limitano all’esistente, contenendo al minimo il finanziamento di nuove iniziative. Meno che mai agiscono con interventi nel capitale di rischio delle imprese, giustificandosi che gli interventi sarebbero talmente di piccola dimensione da non risultare convenienti.
Il punto è proprio questo: vi è una convenienza dell’oggi e una del domani. Può darsi che oggi non vi sia convenienza ad effettuare una operazione, ma se essa ha presupposti nel raggiungere ottimi risultati deve essere sostenuta.
Sarebbe interessante se il Governo regionale, in persona del suo Presidente, riunisse i banchieri siciliani e i responsabili regionali delle banche nazionali per sentire da loro le linee di azione, le iniziative e l’ammontare delle risorse disponibili per investimenti in Sicilia. Poi, collegare questo dato con le richieste di investitori anche stranieri.

Articolo pubblicato il 30 settembre 2009 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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