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Call center: per tanti, ultima carta per restare nel mercato del lavoro
di Chiara Borz├Č

Dieci anni fa il settore accoglieva giovani che volevano pagarsi gli studi, oggi molti licenziati-disperati. Il 60 per cento dei lavoratori è laureato, il 90 per cento sono donne

Tags: Call Center, Lavoro



CATANIA - Le recenti manifestazioni che hanno visto sfilare a Roma migliaia di manifestanti, uomini e donne, lavoratori nei call center, ha posto alla ribalta i problemi di un settore che dal 2006 ad oggi ha vissuto un boom di crescita occupazionale che solo ora è toccato dalla crisi.

In Sicilia il lavoro da operatore nei call center o come gestore di call center vive forti squilibri in termini di diritti ed opportunità di lavoro. Maggiori opportunità sembrano avere le aziende, oggi libere di delocalizzare anche per colpa di un costo del lavoro in Italia alto per eccessiva tassazione; minori opportunità sono riservate ai lavoratori, la cui presenza in azienda rimane giustificata prevalentemente sino al termine dell’erogazione degli sgravi offerti dalla legge 407/90.

è questo un quadro che può restituire le condizioni del settore dei call center sia in Italia che, in particolare, la Sicilia. Nella nostra Regione vi sono però delle particolarità rilevanti: il 60% del personale assunto nei call center è laureato, ben il 90% è composto da donne. Sono dati forniti al QdS da Davide Foti, segratario provinciale Slc-Cgil Catania, che intervistato restituisce uno spaccato drammatico degli occupati nei call center siciliani: «Degli 80 mila lavoratori nazionali, 15 mila sono siciliani. Il 40% tra questi è un lavoratore precario, il 60% ha un contratto part time, sono tra i 2.500 e 4.000 gli assunti a tempo determinato, più di 5.000 coloro che hanno un contratto a progetto. I lavoratori impiegati nei call center del Sud sono più scolarizzati degli impiegati al Nord, territorio in cui non si accetterebbero i contratti proposti alle condizione accettate nel Meridione».

«Se negli anni 2006/2007 quello dei call center era un settore che accoglieva per lo più giovani che volevano lavorare per pagare gli studi, dal 2008/2009, anno d’inizio della crisi, il settore ha cominciato ad accogliere gli esodati, oggi lavoratori a progetto, uomini o donne che hanno fatto ingresso nei call center perché hanno perso il precedente posto di lavoro». Foti, visto sfilare a Roma accanto Cesare Damiano, Presidente della XI Commissione Lavoro pubblico e privato della Camera e apertamente sostenitore della causa dei lavoratori dei call center, ha messo in evidenza tre aspetti che potrebbero essere risolutivi per la questione: eliminazione degli incentivi a pioggia; applicazione delle regole sugli appalti europei al fine di garantire occupazione dei lavoratori anche a seguito dell’abbandono dell’azienda; defiscalizzazione per le imprese che per oltre il 50% sono “Human Intense”, e che garantiscono un reinvestimento del denaro risparmiato dalla riduzione dell’Irap nello sviluppo di un fattivo piano industriale.

I tre ostacoli alla stabilizzazione del settore

Delocalizzazione, gara al massimo ribasso e dumping sono i tre elementi su cui si concentrano le maggiori criticità tra aziende e lavoratori dei call center.
«Di delocalizzazione parliamo dal 2010 – ha dichiarato al QdS Claudio Mudanò di Rsu-Ugl – tutto però è caduto nell’oblio principalmente per il disinteressamento delle istituzioni. Spostare l’assistenza all’estero conviene perché il lavoro costa meno che in Italia. All’estero i governi tutelano i propri lavoratori, ma agevolano anche i grandi colossi che scelgono di stanziarsi sul territorio, fornendo ad esempio strutture completamente nuove».
 
Per il sindacato diventa una questione di “dignità” il caso delle gare al massimo ribasso: «Alcune aste sono partite da 1 euro a chiamata – afferma Munafò - prezzo che nella contrattazione è destinato a scendere. Vi sono state basi d’asta partite da 0,45 centesimi. Si capisce che non c’è nessuna tutela per il lavoratore».

Infine il dumping. L’utilizzo della legge 407/90 ha stimolato le assunzioni, ma cessati i fondi la maggior parte delle aziende rinuncia a garantire occupazione. Come analizzato dal segretario Ugl, per il lavoratore inizia la mobilità o la cassa integrazione al termine dei 3 anni in cui si gode dei fondi; raggiunto questo termine molti call center chiudono per riaprire in altre regioni e godere di nuovi incentivi.

In assenza di provvedimenti che rispondano alle esigenze del lavoratori di mantenere la propria occupazione, ed al bisogno delle aziende di produrre lavoro senza fronteggiare alti costi del lavoro stesso, quella dei lavoratori call center può essere definito il settore dei “nuovi ultimi”. Lo suggerisce il segretario Slc-Cgil Foti: «Se una volta c’erano i metalmeccanici, ora gli ultimi sono diventati gli operai di servizio del nuovo settore delle tecnologie».

Articolo pubblicato il 14 giugno 2014 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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