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Migranti, tutto esaurito in Italia tra il silenzio assordante degli altri Stati Ue
di Antonio Leo

Solo per il pattugliamento il nostro Paese spende 9 mln € al mese, Frontex ne stanzia 80 mln l’anno. Fondazione Leone Moressa: tra Cara e Cpsa quasi 2.000 persone in esubero

Tags: Immigrazione, Unione Europea, Angelino Alfano



Oltre mille, poi cinquecento, trecento, ancora mille. Parliamo dei vivi. Scorrendo le agenzie di stampa degli ultimi giorni, che immortalano uno dietro l’altro i numeri degli sbarchi, si ha una parziale dimensione dell’incessante flusso migratorio che sta interessando il Canale di Sicilia. Un fenomeno che probabilmente a lungo raggio, quando ne parleranno i libri di storia, farà più impressione di ora. Perché adesso l’emergenza è diventata quotidianità lungo le coste sicule e si stenta ad avere una visione d’insieme. Il naufragio dei disperati, sebbene continui a riempire le pagine dei giornali, rimane veramente impresso soltanto negli occhi di quelle persone che sulle sponde del Purgatorio europeo (perché questa non è l’America delle opportunità) abitano o sono coinvolte nelle operazioni di salvataggio.

Intanto, però, un dato emerge inequivocabile: i posti sono finiti. Mentre i vari Caronte senza scrupoli, per restare in tema dantesco, continuano a traghettare dall’inferno delle guerre e della fame le anime esasperate, lo Sprar (il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) è giunto al collasso. La Fondazione Leone Moressa ha fatto due conti: al 19 maggio – dati del ministero dell’Interno alla mano – i migranti salvati dalle carrette della morte sono stati 38 mila, cioè 9 volte di più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

Nell’ultimo mese, però, gli sbarchi hanno continuato a susseguirsi senza sosta e, secondo le stime della Fondazione, attualmente siamo ben oltre quei 43.000 arrivi registrati in tutto il 2013. Prossimo obiettivo è il picco massimo del 2011, quando in tempi di primavere arabe fu record, e cioè 63 mila migranti. Come se, per assurdo, tutti i ragusani si trasferissero a Damasco. Ma non è difficile prevedere che di questo passo si andrà di là di ogni previsione.

La questione, che Matteo Renzi dovrà giocoforza mettere al primo punto della sua agenda per il Semestre europeo, è una: dove li mettiamo?
“Secondo l’ultimo rapporto Sprar 2012/2013 – si legge nel comunicato della Fondazione Leone Moressa - nel 2012 il sistema gestito da Ministero dell’Interno e Anci ospitava nei suoi centri oltre 8 mila persone, contro una capienza di poco più di 3 mila posti. Secondo lo stesso rapporto i posti Sprar disponibili per il 2013 sono stati portati a 9.356, concentrati per il 60% in Sicilia, Lazio e Calabria”. Nonostante l’ulteriore ampliamento a 20 mila posti per il triennio 2014-2016, “l’attuale emergenza potrebbe portare nuovamente alla saturazione del sistema in tempi brevi”.

Questo perché anche i Centri di accoglienza stanno scoppiando. Tra Cara (Centri per i richiedenti asilo) e Cpsa (Centri di primo soccorso e accoglienza) sono presenti 10.169 persone contro una capienza regolamentare di 8.516 posti (+19%). Ciò significa che attualmente nelle strutture regolamentari migliaia di persone vivono come bestie. L’altro ieri, il presidente dell’Anci, Piero Fassino, ha annunciato in un’audizione al Comitato Schengen che i Comuni possono arrivare ad attivare fino a 35mila posti al giorno per i migranti, “ma il Governo deve assegnare risorse: non si fanno le nozze con i fichi secchi”.

L’Europa ci aiuta oppure no?
Sul punto quasi tutti i politici nostrani sono d’accordo nella risposta: l’Unione si è voltata dall’altra parte. Al coro si sono uniti anche alcune istituzioni internazionali, come l’Onu, che per il tramite del suo portavoce ha dichiarato: “La questione degli immigrati nel Mediterraneo non è un problema che l'Italia può affrontare da sola”. E anche l’Oim (l’Organizzazione internazionale per le migrazioni) ha tenuto a precisare che, sebbene Mare nostrum abbia permesso di salvare tante vite umane, “non può essere una soluzione a lungo termine”.

Soprattutto non può pesare solo sui bilanci del Belpaese. Secondo i numeri forniti dal ministero dell’Interno i pattugliamenti costano circa 9 milioni di euro al mese, mentre le spese di vitto e alloggio per i migranti sono comprese tra i 30 e i 35 euro al giorno.

Le Istituzioni dell’Unione, in particolare la Commissione europea, mettono sul piatto gli stanziamenti elargiti all’Italia: dai 30 milioni erogati al governo Letta nel 2013 per fare fronte al naufragio costato la vita a oltre 300 persone fino alla concessione di 8 milioni extra nell’ambito del Frontex (l’Agenzia europea per la gestione delle frontiere esterne). Per quest’ultima operazione gli Stati membri hanno garantito una copertura finanziaria pari a circa 80 milioni di euro l’anno, una cifra che non riesce nemmeno a eguagliare le spese di pattugliamento sostenute dall’Italia (circa 110 milioni di euro annui, stando ai calcoli di Angelino Alfano).

Invero al nostro Paese sono state destinate ben più cospicue somme dagli organismi comunitari. Nel settennio 2007-2013 abbiamo ottenuto uno stanziamento di quasi mezzo miliardo di euro per far fronte alle richieste dei rifugiati e alle esigenze di pattugliamento. L’impegno è rimasto fermo anche per il 2014-2020, con 310 milioni di euro destinati dal Fondo asilo, migrazione e integrazione (la seconda cifra più alta assegnata a un Paese membro, dopo la Gran Bretagna) e altri 212 dal Fondo per la sicurezza interna.

Quello che manca dunque non è tanto l’attenzione delle Istituzioni Ue (che comunque potrebbero e dovrebbero fare di più), quanto la cooperazione degli altri Stati membri. Basta fare alcuni esempi. La Commissione ha stanziato 6 mila euro per ogni richiedente asilo preso in carico dai campi profughi (e da quest’anno fino a 10 mila euro per quanti provengano da zone prioritarie come l’Ucraina e la Siria): nel 2012, però, soltanto 11 Nazioni su 28 ne hanno fatto ricorso.

E ulteriore riprova della scarsissima omogeneità di visioni nelle politiche comunitarie è un recente rapporto dell’Eurostat, che conferma il primato italiano dell’ospitalità. Alla fine del 2013 l’Italia ha respinto solo il 36% delle richieste di asilo, contro il 74% della Germania, l’82% della Gran Bretagna, l’83% della Francia, il 47% della civilissima Svezia, il 68% del Belgio. Insomma, ognuno fa un po’ come gli pare. Resta del tutto inapplicato il principio sancito dall’art. 80 del Trattato sul funzionamento dell’Europa, che prevede “l’equa ripartizione della responsabilità tra gli Stati membri, anche sul piano finanziario”.

Articolo pubblicato il 20 giugno 2014 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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