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Povertà, l’Isola cenerentola d’Italia con un’incidenza pari al 32,5%
di Emiliano Zappalà

Istat: al Sud aumenta anche la condizione di indigenza assoluta, passata dal 9,8% del 2012 al 12,6% del 2013. In Sicilia versa in questo stato una famiglia su tre, il dato peggiore di tutto il Paese

Tags: Povertà, Crisi, Economia, Istat



CATANIA - La Sicilia è la regione più povera d’Italia. È quanto emerge dall’ultima indagine Istat sul livello di indigenza dei cittadini italiani per il 2013. I dati sono allarmanti. Nell’Isola il 32,5 per cento di famiglie vive in stato di povertà, mentre la media nazionale è del 26 percento. Si tratta di un aumento di 2,5 punti percentuali rispetto al 2012. Siamo passati dal 29,6 per cento al 32,5.
Superata anche la Calabria, dove l’indice di povertà relativa risulta pari al 32,4 per cento. In queste due regioni è povera una famiglia su tre.

Se guardiamo alla Penisola invece, nel 2013, ad essere in condizione di povertà relativa è il 12,6% delle famiglie. Si parla di 3 milioni 230 mila persone. Mentre il 7,9% di esse vive in uno stato di povertà in termini assoluti ossia 2 milioni e 28 mila persone. Per quanto riguarda i singoli individui invece si parla di povertà relativa per il 16,6% della popolazione (10 milioni 48 mila persone) e di povertà assoluta per il 9,9% (6 milioni 20 mila).

Il fatto che l’incidenza di povertà relativa tra le famiglie è rimasta generalmente stabile tra il 2012 e il 2013 - si è passati dal 12,7 al 12,6% - non lascia alcun margine di ottimismo. L’Italia non cresce, non migliora. Anzi si indebolisce. L'incidenza di povertà assoluta infatti è aumentata dal 6,8% al 7,9%. È il Mezzogiorno ad essere peggiorato maggiormente, scendendo dal 9,8 al 12,6%. In questo stato indecoroso vivono circa 303 mila famiglie e 1 milione 206 mila persone in più rispetto all’anno precedente. Per questo non basta che la soglia di povertà relativa, pari a 972,52 euro per una famiglia di due componenti, sia di circa 18 euro inferiore (-1,9%) al valore della soglia del 2012.

Il sogno della ripresa si smonta di fronte a questa ennesima fotografia di un dramma collettivo. I numeri sono peggiorati anche se si scende nel dettaglio. La povertà assoluta è aumentata “tra le famiglie con tre (dal 6,6 all’8,3%), quattro (dall’8,3 all'11,8%) e cinque o più componenti (dal 17,2 al 22,1%)”. Allo stesso tempo si è indebolita anche la condizione delle coppie con figli “dal 5,9 al 7,5% se il figlio è uno solo, dal 7,8 al 10,9% se sono due e dal 16,2 al 21,3% se i figli sono tre o più, soprattutto se almeno un figlio è minore”. Insomma nel 2013, 1 milione 434 mila minori sono poveri in termini assoluti, quando erano 1 milione 58 mila nel 2012.

Molto dipende anche dall’età e dal ceto di appartenenza. Ma anche qui si parla di una discesa verso il fondo. L’incidenza della povertà assoluta cresce dal 9,3 all'11,1% tra le famiglie con persona di riferimento con titolo di studio medio-basso, mentre passa dal 10 al 12,1% se con licenza media inferiore o al massimo la licenza elementare. Per gli operai si va dal 9,4 all’11,8% e dal 23,6 al 28% per le persone in cerca di occupazione. Peggiorano le condizioni anche tra le coppie di anziani – sono povere il 2,1% in più. In generale i poveri assoluti tra gli ultrasessantacinquenni sono 888 mila, circa 160 mila in più del 2012.

Il Mezzogiorno guida questa deriva. Al Sud infatti l’aumento all’incidenza della povertà assoluta - si parla di circa 725 mila poveri in più, arrivando a 3 milioni 72 mila persone complessive - si accompagna un aumento dell’intensità della povertà relativa, dal 21,4 al 23,5%.

È la descrizione di un Paese che non riesce a darsi una scossa, afflitto da problemi strutturali che minano i bisogni essenziali delle persone. È la registrazione di una richiesta d’aiuto che ha bisogno di risposte forti e immediate. Non si può aspettare un ulteriore peggioramento. Perché questo avrebbe davvero l’aspetto di un precipizio.

Articolo pubblicato il 30 luglio 2014 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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