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Renzi "libera" il petrolio, via a ricerche ed estrazioni
di Rosario Battiato

Il provvedimento varato dal governo ironicamente battezzato lo sblocca-trivelle. Nel mirino Sicilia e Basilicata.

Tags: Matteo Renzi, Petrolio



PALERMO – Nella nota stampa dello Sblocca Italia diffusa dal governo nei giorni scorsi ci sono due termini che messi uno accanto all'altro hanno fatto rabbrividire gli ambientalisti (e non solo): semplificazione e idrocarburi. Lo Stato si riprende, salvo complicazioni parlamentari, la competenza esclusiva in materia energetica, liberandosi in un sol colpo di lacci e lacciuoli regionali e dei "comitatini" locali, e potrebbe dare corpo al progetto renziano di raddoppiare la produzione di idrocarburi entro il 2020. Secondo Davide Tabarelli, economista e presidente di Nomisma Energia, sarebbe un grande affare che sfrutterebbe le nostre risorse energetiche da Novara passando (soprattutto) per la Basilicata fino alla Sicilia permettendoci di far innalzare la triste asticella del nostro pil di un punto percentuale.

Matteo Renzi non scherzava affatto. Tra le poche promesse che manterrà forse ci sarà proprio quella meno richiesta delle trivelle. Da mesi il premier pontifica sulle necessità energetiche dell'Italia ed è tutto scritto nero su bianco nella Strategia energetica nazionale (Sen) che prevede il raddoppio della produzione nazionale di idrocarburi che dovrà raggiungere quota 24 milioni di barili equivalente all'anno entro il 2020. Obiettivi principali sono certamente la Basilicata, il famoso Texas d'Italia che attualmente produce 5 degli 11 milioni di barili nazionali e che potenzialmente potrebbe coprire il 10% del fabbisogno energetico nazionale, e anche la Sicilia che attualmente è il secondo produttore nazionale e che "vanta" un mare su cui pendono 15 richieste di concessione, ricerca e prospezione avanzate, per una estrazione attuale da 301mila tonnellate, il 41% del totale nazionale del petrolio estratto a mare.

Un tentativo di semplificare le cose era già avvenuto lo scorso giugno quando Crocetta e Assomineria avevano firmato un protocollo per agevolare investimenti nell'Isola pari a 2,4 miliardi in quattro anni per circa 7mila occupati in cambio di autorizzazioni più veloci per procedere alle esplorazioni e alla ricerca, tutto perfettamente aderente al piano dell'Eni di virare dalla raffinazione all'estrazione. Poi l'operazione si complicò proprio in seguito all'annuncio di Eni di lasciare la Raffineria di Gela, ma la partita è ancora aperta e si discuterà a partire da metà settembre.

Matteo Renzi, tuttavia, ha bruciato tutti sul tempo. Nella nota riferita al provvedimento dello scorso agosto, da alcuni ironicamente ribattezzato lo sblocca-trivelle, si legge che si è “proceduto anche rispetto alla valorizzazione dei non trascurabili giacimenti di idrocarburi presenti sul territorio nazionale, sbloccando cospicui investimenti (ipotizzabili in 15 miliardi di euro)” e quindi riconoscendo “il carattere strategico delle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi e quelle di stoccaggio sotterraneo di gas naturale, delineando quindi procedure chiare ma commisurate alla natura di pubblica utilità, urgenza e indifferibilità”. La grande minaccia si chiama “titolo concessorio unico, comprensivo delle attività di ricerca e coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi, rilasciato a seguito di una approfondita valutazione del richiedente, nel rispetto del principio di leale collaborazione con i diversi livelli territoriali, nonché del principio costituzionale di tutela dell’ambiente”.

Se questa linea dovesse passare anche in Parlamento, Renzi avrà così cancellato la duplice competenza Stato-Regione in materia energetica, lasciando a Roma la piena sovranità sulle esplorazioni e certificando la caccia aperta in Sicilia dove il Canale omonimo, e anche larghi porzioni del territorio a terra, sono da tempo golosità per i petrolieri. Sembra un provvedimento scritto da Assomineraria, ma così non è.

Articolo pubblicato il 04 settembre 2014 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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