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Disastri: Genova, Sarno e Giampilieri
di Carlo Alberto Tregua

Mettere in sicurezza il territorio

Tags: Alluvione, Rischio Idrogeologico, Genova, Sarno, Giampilieri



Il quinto disastro ambientale ha colpito Genova, ma nessuno degli amministratori locali e nazionali che hanno oggettiva responsabilità è stato punito penalmente e civilmente. Questo è il dato che emerge: l’irresponsabilità generalizzata.
Certo, i disastri ambientali si susseguono uno dopo l’altro, ma questo è normale. Non è normale, invece, che nei confronti degli stessi non venga fatta la prevenzione necessaria mediante interventi che mettano in sicurezza il territorio.
Il ridicolo della tragica questione, che riguarda Sarno, Giampilieri e il Belìce (una cui casa è stata riconsegnata al proprietario, ricostruita dopo 46 anni) è che tutti si trincerano dietro la burocrazia gravemente ammalata, dimenticando volutamente che essa non funziona per diversi motivi: 1. incapacità dei dirigenti messi nei posti di responsabilità senza averne i requisiti. 2. Estesa corruzione che non consente una sana competizione tra imprese, in modo che vinca la migliore e non quella che distribuisce mazzette. 3. La voluta complicazione delle procedure che prevedono innumerevoli passaggi dei fascicoli, salvo poi a decidere in quella sorta di ambiente magico che si chiama Conferenza dei servizi.   
è noto che prevenire, facendo le opere necessarie per mettere in sicurezza il territorio, costa molto meno che risarcire i danni dopo, anche perché tutto si potrebbe pianificare e realizzare in tempi certi, fuori dalla psicosi del disastro.
Anche in Sicilia abbiamo più volte fatto inchieste confrontando le risorse necessarie per mettere in sicurezza il territorio anziché di volta in volta procedere a risarcimenti e a interventi straordinari, che costano almeno cinque volte di più.
L’allora assessore regionale, Mariella Lo Bello, ha presentato al Cipe 400 schede relative ad altrettante porzioni di territorio siciliano a rischio R+1 per sistemare i quali occorrerebbero 5 miliardi. Cambiato l’assessore nessuno più ricorda che fine abbiano fatto tali richieste.
Che la crisi riduca le possibilità di intervento finanziario è pacifico, ma che si tengano bloccate risorse disponibili (come il caso di Genova con 32 milioni pronti, tenuti in naftalina presso le banche) ha dell’inconcepibile non solo per un tedesco ma anche per gli italiani, educati e onesti.

In Italia vi sono 3,4 mln di dipendenti pubblici e 600 mila dipendenti di partecipate pubbliche. Di essi, vi è un milione di persone in esubero. Non si possono mandare a casa. Ma potrebbero essere trasferiti nel settore delle opere pubbliche per costruirle, in modo da rendere sicuro il territorio, costruire infrastrutture per trasporti e logistica, sistemare tanti beni che hanno bisogno di interventi.
Dice: ma andrebbero a fare un altro mestiere... Perchè, chiediamo, gli inutili autisti non potrebbero continuare a fare gli autisti nei lavori pubblici? Ingegneri, geometri, periti, geologi non potrebbero andare a fare il loro mestiere nei lavori pubblici? Impiegati d’ordine di vario genere non potrebbero andare anche loro a fare il loro mestiere nei lavori pubblici?
Altra domanda: ma se ci vanno i dipendenti pubblici non si assorbe occupazione. Non è vero. Perché liberando risorse per miliardi di stipendi, oggi inutilmente pagati a tutta questa gente, esse potrebbero essere girate a finanziare le opere pubbliche, creando ricchezza e nuova occupazione.
Ma vi è un ulteriore motivo per il quale le opere pubbliche non si fanno e tutti i procedimenti sono infiniti, per cui i ritardi delle consegne sono diventati un fatto ordinario e non straordinario. Si tratta delle procedure dei processi amministrativi che prevedono più gradi di giudizio fra Tar e Consiglio di Stato (Cga per la Sicilia) nei quali vi è il doppio passaggio tra provvedimenti cautelari e sentenze definitive.
Per quanto i tribunali amministrativi abbiano dedicato sezioni alle controversie relative agli appalti, la non sufficienza di giudici e organico amministrativo insufficiente non consente il loro smaltimento in 30 giorni, come sarebbe necessario, più 30 per il ricorso in secondo grado. Non è più possibile attendere uno o due anni perché si sappia chi ha vinto una gara e se l’ha vinta in modo fraudolento o correttamente.
I governi di centro-destra e centro-sinistra di questi ultimi 20 anni sono responsabili di non avere semplificato le procedure amministrative e quelle delle controversie al Tar mentre hanno subìto la pressione delle lobby perché tutto rimanesse com’era.
 
 

Articolo pubblicato il 14 ottobre 2014 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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