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Quotidiano di Sicilia

Usa e Cina volano, Ue inchiodata
di Carlo Alberto Tregua

Locomotive e vagoni

Tags: Unione Europea, Economia, Crisi, Pil



Gli Usa chiudono l’anno con un aumento del Pil del 3,5% pari a circa 580 mld di dollari. La Cina chiude l’anno con un incremento del Pil del 7% pari a 652 mld di dollari. La forbice fra i due colossi si restringe, ma resta sempre ampia perché il Pil Usa alla fine di quest’anno diventa di 17.340 mld di dollari e quello della Cina di 9.970 mld di dollari.
I due colossi marciano ad alta velocità in rapporto all’Europa. Mentre la Cina ha un suo passo di costante crescita, sbalordisce invece la forte ripresa degli Stati Uniti, partiti dalla gravissima crisi del 2008.
In questi anni sono stati creati 9 milioni di posti di lavoro, salvate tutte le banche tranne la Lehman Brothers e i tre gruppi automobilistici, che hanno restituito i prestiti sino all’ultimo euro e rinvigorita l’economia che ha un’ulteriore prospettiva di crescita nel 2015.
La Cina deve la sua formidabile crescita a due principali pilastri: l’energia e la formazione. Inoltre, le grandi città cinesi, da Pechino a Shanghai, a Shenzhen, hanno intrapreso decisamente la razionalizzazione delle risorse con una urbanizzazione non dissennata, com’è capitato a tante città europee.

In Usa, la pressione fiscale non raggiunge il 30%, nell’Ue la media è del 36,3%, in Italia, quella ufficiale è del 41,68%. La pressione fiscale è tanto più alta quanto più alta è la spesa pubblica. All’interno di essa i due grandi filoni sono quelli della spesa corrente, necessaria per la produzione dei servizi, e l’altra per gli investimenti.
La disoccupazione in Usa è del 5,9%, in Europa del 10%, in Italia del 13%. Usa e Cina volano, l’Ue è inchiodata nonostante due importanti elementi positivi: l’aumento delle esportazioni e la diminuzione del valore dell’Euro, che sta per raggiungere la soglia ottimale di 1,20 dollari. Vi è un’ulteriore componente di buona prospettiva per l’Ue: il petrolio sceso a 55 dollari il barile (159 litri).
L’Ue è inchiodata perché gran parte dei propri 28 membri ha aumentato la spesa pubblica corrente anziché quella per gli investimenti.
Com’è noto, la spesa corrente deprime la crescita perché non ha un effetto moltiplicatore come invece hanno gli investimenti, che costituiscono una formidabile leva.
 
La Bce non ha facoltà di stampare denaro come la Federal Reserve, che ha inondato di migliaia di miliardi di dollari il mercato, il quale ha utilizzato positivamente questo carburante.
La massa monetaria in Europa è invece rimasta inalterata con la conseguenza che non si è potuto innestare lo sviluppo, dal momento che quasi tutti gli stati membri non hanno saputo o potuto fare le riforme che tagliassero la spesa corrente e aumentassero gli investimenti.
Tra essi, l’utilizzazione dei fondi strutturali europei poteva costituire una leva formidabile. Ma solo la Lettonia ne ha utilizzato il 97%. L’Italia non è riuscita ad arrivare neanche alla metà, con il disdoro delle otto regioni meridionali dell’Obiettivo uno e, fra esse, fanalino di coda la Sicilia, che è in arretrato di ben 8 miliardi non spesi sul Po 2007/13.
Mentre Usa e Cina progrediscono, si aggiunge il Giappone, ove il primo ministro Shinzō Abe ha appena vinto le elezioni e ha dichiarato che aprirà i cordoni della Banca nazionale affinché stampi moneta, utile a fare intraprendere anche al Paese del Sol levante la strada della crescita.

L’Unione europea è depressa. Anche la locomotiva tedesca ha rallentato. Quest’anno supererà di poco la crescita del Pil dell’1%. I vasi comunicanti fra i 28 Paesi fanno trasferire positività quando vi sono, ma trasferiscono anche negatività. Di fronte a questo quadro, l’Unione europea nel suo complesso non è ancora capace di deliberare sistemi omogenei in materia fiscale, nella burocrazia, nella giustizia e in altri settori ove le discrepanze sono notevoli.
Soprattutto, non riesce a trovare l’accordo perché tutti gli Stati membri abbiano bilanci omogenei con parametri fissi tra spesa corrente e spesa per gli investimenti, tra spesa per un vero welfare e spesa per apparati.
Il 2015 non nasce sotto buoni auspici. Il semestre presieduto da Matteo Renzi non poteva dare risultati. Tuttavia è indispensabile che il Piano Juncker (315 mld) si attivi e funzioni. Dobbiamo essere ottimisti e creare entusiasmo.

Articolo pubblicato il 30 dicembre 2014 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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