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Università di Palermo: numeri "confortanti" nonostante il taglio delle risorse
di Gaspare Ingargiola

Internazionalizzazione, autoimprenditorialità e miglioramento dell’offerta formativa gli obiettivi per il futuro. Lo stato di salute dell’Ateneo nel quadro tracciato dal rettore Roberto Lagalla

Tags: Roberto Lagalla, Università, Unipa, Palermo



PALERMO - A dispetto dell’ennesima decurtazione, seppur limitata rispetto agli anni precedenti, al Fondo di finanziamento ordinario, sceso a 204,9 mln di euro, il 2014 dell’Università di Palermo si è chiuso con l’aumento dell’1,2% delle iscrizioni, con il 55% degli studenti in corso e con la probabile conferma, per il quarto anno consecutivo, di un avanzo di amministrazione che nel 2013 si era attestato sugli 11 mln di euro (per l’anno appena trascorso bisognerà attendere il bilancio consuntivo di maggio).

Insomma, un bilancio “confortante” quello tracciato dal rettore dell’Ateneo del capoluogo, Roberto Lagalla. Lo scorso ottobre il decreto di ripartizione dell’Ffo (per complessivi 7 mld di euro), firmato dal ministro dell’Istruzione Stefania Giannini, ha modificato l’assegnazione dei fondi alle Università: oltre il 22% delle risorse disponibili nel 2014 è stato distribuito sulla base delle performance dei singoli Atenei tra quota premiale, programmazione triennale, dottorati di ricerca, fondo per i giovani e fondo perequativo.
 
In particolare, è stato introdotto il criterio inedito del “costo standard per studente in corso” (esclusi, dunque, i fuori corso), per 1 mld circa, attraverso una formula che mette in relazione i costi che gli Atenei sostengono per i diversi corsi di studio (fra docenti, tecnici, amministrativi, di funzionamento) alla popolazione studentesca in corso. Per evitare sperequazioni è previsto un correttivo territoriale basato sul contesto economico. Una scelta, quella del Miur, che si sposa con la riforma della didattica dell’Ateneo voluta dal rettore Lagalla, che ha ridotto i corsi da 179 a 122, e con l’annunciata intensificazione dei corsi di tutorato e recupero, per mettere in regola gli studenti.

Se da un canto la crescita degli iscritti non è di per sé un indice positivo di crescita, perché in buona parte legata, come ammette lo stesso rettore, ai “rientri” a Palermo, dato che la crisi economica impedisce alle famiglie di mantenere i figli fuori sede, d’altro canto anche nel 2014, come nell’ultimo quadriennio, si mantiene stabile il numero delle nuove immatricolazioni: 8.200 immatricolati di primo livello, ossia ai corsi di laurea triennale o di laurea magistrale a ciclo unico; fra i 2.500 e i 3.000 immatricolati di secondo livello, ossia ai corsi di laurea magistrale, ai quali si aggiungono gli oltre 700 ricorrenti al Tar (in gran parte a Medicina e Chirurgia) per i test di ammissione, per un totale di circa 12.000 immatricolati.

Per risolvere la “grana” di Medicina, con centinaia di studenti che hanno fatto il loro ingresso ad anno didattico ampiamente iniziato, sono stati creati altri tre corsi suppletivi in appoggio ai due ordinari. Il dato peggiore delle immatricolazioni, però, si registra a Scienze giuridiche (“Un fenomeno nazionale legato all’idea che la vecchia Giurisprudenza non procura più, come un tempo, un posto nel pubblico impiego”, ha spiegato Lagalla), mentre sono in crescita le iscrizioni a Scienze economiche. Tiene la Scuola di Scienze umane, che comunque l’anno scorso aveva registrato una fisiologica flessione “perché oggi sono considerate, non da noi, scienze deboli, mentre si punta di più sull’ingegneria gestionale o su lauree simili”.

L’altra nota dolente è il rapporto con il mondo del lavoro: “Fra i laureati dell’Ateneo di Palermo che trovano un’occupazione – ha spiegato il rettore - il 50% ci riesce in altre parti d’Italia o del mondo. Un dato sconvolgente, se si pensa che ogni studente costa alla collettività siciliana 270 mila euro e che hanno lasciato l’isola 5 mila laureati e ricercatori, praticamente oltre un miliardo (1,35, nda) è stato dilapidato per creare laureati che hanno fatto fortuna altrove”. Resistono in Sicilia i laureati in Scienze umane o in Medicina, più legati a un concorso pubblico, mentre scappa via addirittura l’80% degli ingegneri.

Le sfide per il futuro, secondo Lagalla, si chiamano “internazionalizzazione, automprenditorialità, anche perché non possiamo contare su una Regione che confonde il welfare con il lavoro e destina ai precari le risorse per gli ospedali, e il continuo miglioramento dell’offerta formativa e della ricerca, per ottenere una valutazione migliore presso il Miur e dunque maggiori fondi”.

Articolo pubblicato il 15 gennaio 2015 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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Roberto Lagalla
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