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Palermo - Piano della pubblicità in stand-by ma le battaglie legali continuano
di Gaspare Ingargiola

Si attendono ancora quelle regole ferree promesse dall’amministrazione per riorganizzare il settore. Da chiarire il tema delle ristrutturazioni dei monumenti per mano dei privati

Tags: Palermo, Pubblicità, Vat Srl



PALERMO - Continua il braccio di ferro a colpi di carte bollate e aule giudiziarie tra il Comune e la Vat Srl, l’azienda che due anni fa aveva vinto la battaglia legale - forte del benestare della Sovrintendenza ai Beni Culturali - per affiggere un telo pubblicitario sulla facciata della Cattedrale sovvenzionando in cambio il restauro del portico. Una battaglia finita al Tar dopo che piazza Pretoria aveva negato l’autorizzazione al maxi cartellone, con il sindaco Leoluca Orlando che prometteva per il futuro regole ferree per l’utilizzo di sponsor privati per il recupero dei monumenti. In sede di giustizia amministrativa la vittoria arrise alla concessionaria pubblicitaria che poté mantenere il manifesto, che ancora oggi campeggia all’ingresso del duomo.

Le regole promesse, invece, non sono ancora arrivate, con il Piano pubblicità e il relativo regolamento ancora in attesa dell’approvazione da parte del Consiglio comunale. Il testo presentato dalla Giunta consente la pubblicità sui monumenti ma solo “per un massimo del 30 per cento del prospetto” per “i beni di particolare pregio storico o valore artistico” e “per un massimo del 40 per cento” per “gli edifici in ristrutturazione”.

Ma c’è una nuova lite tra Palazzo delle Aquile e l’azienda, riguardante il mancato rilascio da parte degli uffici comunali di una copia dei documenti sulle concessioni pubblicitarie di quadrivi, targhe viarie e pensiline delle fermate Amat. Proprio quel genere di spazi che la delibera ferma a Sala delle Lapidi dovrebbe mettere a norma, possibilmente previo censimento dei circa 60 mila metri quadrati di impianti disponibili: di questi, 12.693 metri quadrati sono gestiti direttamente dall’amministrazione comunale, 34.335 mq sono in concessione ai privati, 7.353 mq sono gli impianti per arredi urbani e 6.000 mq circa sono gli impianti per paline e pensiline delle fermate di bus e tram.

Il 25 luglio 2014 i giudici del Tar hanno dato ragione alla Vat e condannato il Comune all’esibizione dei documenti richiesti e al pagamento delle spese processuali, circa tremila euro. La Giunta, però, con una delibera affissa sull’Albo pretorio, ha deciso di impugnare la sentenza al Consiglio di giustizia amministrativa, ritenendo che, prima di svelare dati riservati sullo stato della pubblicità a Palermo (che fra l’altro riguardano ditte concorrenti della Vat), si debba dare precedenza all’approvazione del Piano.

Ma andiamo con ordine. A settembre 2013 la Vat ha presentato al Suap un’istanza con cui ha richiesto una copia dei suddetti documenti per partecipare alle gare per le pensiline Amat e i quadrivi. Dagli uffici, però, hanno fatto notare che di bandi di gara, per adesso, non ne sono previsti, proprio perché si preferisce aspettare la definizione delle norme. Senza contare che le ditte concorrenti hanno legittimamente negato il consenso alla divulgazione dei dati sensibili sulla loro attività. “Accesso negato agli atti”, dunque, “per la rilevata inesistenza di un interesse diretto concreto e attuale della Vat alla verifica del contenuto delle autorizzazioni”, anche perché, “in regime di mancata adozione del Piano generale degli impianti non è consentito il rilascio di alcun provvedimento autorizzativo all’installazione di nuovi impianti pubblicitari su suolo comunale”. Così si legge nella delibera.

La Vat, però, non si è arresa e si è rivolta al Tar ottenendo il ribaltamento della decisione di piazza Pretoria. Peccato che la Giunta non ne voglia sapere di rivelare informazioni che ritiene illegittimamente richieste e ha dato mandato all’Avvocatura comunale di impugnare la decisione presso il Cga. “La sentenza del Tar - recita la delibera - si fonda su un’arbitraria interpretazione delle disposizioni normative in materia, sia di carattere processuale sia sostanziale. La sentenza è altresì viziata dall’errata applicazione del decreto legislativo 33/2013 che non ha alcuna attinenza con il caso di specie, in quanto si occupa del cosiddetto accesso civico”. “Ingiustificato ed esorbitante” viene definito, addirittura, l’importo di tremila euro per pagare le spese processuali. La parola, ancora una volta, passa alle toghe.

Articolo pubblicato il 25 aprile 2015 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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