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Vendemmia 2014: -30% ma vola l’export
di Liliana Rosano

Secondo l’Agenzia per le erogazioni in agricoltura (Agea) è stata la peggiore annata dal 1950 insieme a quella del 2012. Complessivamente, il calo in Italia è stato tra i 41 e i 42 milioni di ettolitri

Tags: Vendemmia, Agricoltura, Vino



PALERMO - La peggiore annata dal 1950 insieme a quella del 2012. Quella che si è conclusa lo scorso anno, secondo Agea, è stata tra le vendemmie peggiori per la Sicilia che ha registrato un -30 per cento nella produzione.
Complessivamente, il calo in Italia è stato tra i 41 e i 42 milioni di ettolitri, esclusa la feccia, confermando le previsioni diffuse con Ismea a settembre.

Ma, intanto, la vendemmia 2014, insieme alla vendemmia 2012, è la peggiore dal 1950, come ha confermato la stessa Coldiretti.

I numeri della vendemmia 2014 hanno anche indotto il ministro delle Politiche Agricole, Maurizio Martina, a parlare di un 2014 “di straordinaria emergenza”, perche’ il calo si aggira intorno al 15 per cento: numeri impietosi che hanno anche provocato la perdita del primato mondiale nella produzione di vino a vantaggio della Francia.

I cali maggiori nelle regioni del Sud e in particolare in Puglia e Sicilia, con una perdita del 30 per cento, mentre le regioni del Centro sono le uniche a far registrare un aumento produttivo, attorno al 10%, e il raccolto è invece in calo in tutte le regioni del Nord.

Dal punto di vista qualitativo, la stagione è stata fortemente influenzata dalla piovosità che ha alimentato incertezza e impegnato notevolmente gli agricoltori nella difesa dei grappoli.

La vendemmia in Italia coinvolge 650 mila ettari di vigne, dei quali ben 480 mila Docg, Doc e Igt e oltre 200 mila aziende vitivinicole dalle quali si attiva un motore economico che genera quasi 9,5 miliardi di fatturato solo dalla vendita del vino, realizzato per oltre la metà all’estero. Una ricaduta occupazionale stimata complessivamente in 1,25 milioni di persone che riguarda sia quelle impegnate direttamente in vigne, cantine e nella distribuzione commerciale, sia per quelle impiegate in attività connesse e di servizio. Secondo una ricerca di Coldiretti, per ogni grappolo di uva raccolta si attivano ben diciotto settori di lavoro dall’industria di trasformazione al commercio, dal vetro per bicchieri e bottiglie alla lavorazione del sughero per tappi, continuando con trasporti, accessori, enoturismo, cosmetica, bioenergie e molto altro.

Se l’ultima vendemmia non è stata memorabile, l’export di vino italiano vola in alto. Soprattutto oltreoceano, in America.
Principali estimatori del vino italiano sono diventati gli americani che, a sorpresa, oggi sono i principali consumatori di vino al mondo , davanti a Francia e all'Italia, bevendo quasi 30 milioni di ettolitri.

Numeri importanti, soprattutto per l'Italia che - spiega la Coldiretti - è il principale fornitore straniero di vino degli Usa per un quantitativo di circa 2,4 milioni di ettolitri, superiore di 1 milione di ettolitri a quello dell'Australia, secondo paese di riferimento.
Basti pensare che il vino rappresenta il prodotto agroalimentare Made in Italy maggiormente esportato per un valore di 5,1 miliardi nel 2014: oltre il 20% è diretto verso gli Stati Uniti che lo scorso anno hanno acquistato bottiglie per 1,1 miliardi, il massimo di sempre.
 


Passata la moda del Chianti, in Usa ora si beve vino siciliano
 
Piú consapevoli nella scelta, più intenditori nel gusto e piú curiosi.
Sono gli americani di oggi, consumatori interessati a scoprire i diversi vini regionali italiani.
Ce lo conferma anche Carlotta Scotti Pignato, italo-americana di Atlanta, fondatrice di un’azienda di import di vino italiani.
“Dal punto di vista del consumatore c’è più conoscenza e curiosità, afferma Carlotta. Il vino sta diventando sempre più parte della quotidianità degli americani. Si punta sulla qualità, anche se  il prezzo rimane un fattore importante nella decisione.
Sulla scelta, Carlotta Scotti Pignato non ha dubbi: passata la moda del Chianti, ora in America si beve vino siciliano.
“I vini siciliani sono legati ad uno specifico territorio, autoctoni, come i vini dell’Etna. Le cantine siciliane hanno fatto, anche se con ritardo rispetto agli altri colleghi del Veneto o del Piemonte, un buon lavoro di comunicazione e marketing. Resta ancora tanto da fare per promuovere la specificità di un territorio. Ci sono anche i vini biologici, biodinamici, vini naturali. Anche se per quest’ultimi il mercato è difficile per via della qualità che potrebbe cambiare durante il trasporto”.

Articolo pubblicato il 29 aprile 2015 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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