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Parto, assistenza e trattamento del dolore: se la sicurezza non è del tutto garantita
di Serena Giovanna Grasso

Save the children: nel 2013 la Sicilia conta 60 punti nascita, di cui 18 di piccole dimensioni (meno di 500 parti all’anno)

Tags: Parto, Allattamento, Sicilia, Gravidanza, Save The Children, Punti Nascita



PALERMO – Dopo esserci occupati dei servizi offerti alle mamme durante la fase post-gravidanza e della copertura dei servizi all’infanzia rispettivamente nelle uscite dello scorso 13 e 19 maggio (“Neomamme abbandonate. Inesistenti i servizi post parto” e “Asili nido, un lusso: porte aperte solo al 5,6% dei bimbi siciliani”), torniamo ad occuparci della materia “maternità”, stavolta concentrandoci esclusivamente sul momento della nascita.

Nonostante il tasso di natalità negli ultimi anni si sia notevolmente contratto, al punto che la Svimez lo scorso ottobre ha denunciato l’allarmante sorpasso dei decessi sulle nascite, il parto costituisce l’intervento assistenziale più frequente nelle strutture sanitarie italiane. Come riporta il rapporto “Mamme in arrivo” di Save the children, nel 2013 l’Italia ha contato complessivamente 544 punti nascita, di cui ben 60 si trovano in Sicilia. Si tratta di un dato in lieve diminuzione rispetto al 2012, anno in cui a livello nazionale si contavano 565 punti nascita e nell’Isola 67.

È possibile addebitare questa minima contrazione all’accordo Stato – Regioni del dicembre 2010 che imponeva la chiusura o messa in sicurezza dei punti nascita con meno di 500 parti all’anno. Nonostante siano passati ormai tanti anni, quest’obiettivo sembra essere ancora un miraggio. Proprio in Sicilia si rileva uno dei dati più elevati di strutture effettuanti meno di 500 parti per anno (18 punti nascita), succede solo alla Campania (20). Naturalmente con tutto quel che comporta in termini di sicurezza, ma anche di inevitabili sprechi di risorse finanziarie.

Infatti, mentre le strutture che effettuano oltre 2.500 parti all’anno garantiscono nel 94,4% dei casi doppia guardia medica durante le 24 ore precedenti e successive alla nascita, ritenuta indispensabile per garantire la sicurezza assistenziale; nelle strutture che effettuano meno di 500 parti all’anno tale garanzia scende al 23,3% dei casi. Stessa cosa dicasi per la doppia guardia dell’ostetrica, garantita nella totalità dei casi nel primo tipo di struttura (100%), appena nel 16,3% dei casi nel secondo tipo.

Oltretutto, spesso accade che al fine di deresponsabilizzarsi, gli operatori sanitari delle piccole strutture sottopongono le proprie pazienti ad una mole spropositata di esami e interventi “difensivi” che normalmente non verrebbero effettuati, ma che in un contesto talvolta carente persino di apparecchiature indispensabili alla moderna medicina possono prevenire una serie di imprevisti. Una spesa che le associazioni professionali e il ministero della Salute stimano intorno ai 12 miliardi di euro l’anno. Un autentico spreco.

Purtroppo, non si sono ancora esaurite le criticità imputabili ai punti nascita con meno di 500 parti l’anno. Infatti, proprio a causa delle connaturate carenze riscontrabili in seno alle suddette strutture, si bada assai poco al benessere della donna. Infatti, mentre nel lontano 2001 il Comitato nazionale di bioetica riconosceva nei dolori del parto “un grosso scoglio da superare, un passaggio che assorbe molte energie limitando le possibilità di una partecipazione più concentrata e serena all’evento”; ancora nel 2013 assai pochi sono i punti nascita che si adeguano e somministrano l’anestesia epidurale. Nonostante le prescrizioni imposte dal decreto di modifica del Lea (Livelli essenziali di assistenza) del 2008, che indicavano la riduzione del dolore durante il parto come un diritto che ogni struttura sanitaria pubblica deve garantire. Infatti, mentre i punti nascita che eseguono più di 2.500 parti l’anno alleviano le sofferenze al 34% delle donne, le strutture più piccole adottano tale pratica mediamente solo ad una mamma ogni dieci.

Certo, d’altra parte bisogna pur riconoscere alle piccole strutture il pregio di accogliere con maggiore tempestività le richieste di ricovero. Fattore che impone la messa in sicurezza dei punti nascita di più piccole dimensioni.



Nuovo testo Lea. Somministrazione del parto analgesia a carico del Ssn
 
Proprio a proposito della riduzione del dolore durante il parto, dobbiamo purtroppo rilevare che assai spesso un uso tanto contenuto della pratica è da addebitare alla sua scarsa conoscenza. Nella maggior parte dei casi l’alternativa viene proposta solo in sala parto, quindi all’ultimo momento. Quasi sempre la donna è priva di qualsiasi visione globale sul nascere. Secondo una media complessiva che tiene conto sia delle strutture di più piccole dimensioni che di quelle più grandi, appena il 20% delle donne italiane ha beneficiato della pratica, mentre in Francia il valore schizza al 75% e al 60% in Spagna.
Per di più non sono rari i casi in cui il parto analgesia è disponibile solo dietro corresponsione del costo del ticket. Si pensi che tale modalità senza ticket è praticata solo dal 25,6% dei punti nascita che effettuano meno di 500 parti e dal 77,8% delle strutture che praticano oltre 2.500 parti all’anno. Una novità sembra giungere dal nuovo testo dei Lea discusso con le Regioni lo scorso 4 febbraio da Beatrice Lorenzin, ministro della Salute. All’interno del presente, si prescrive la somministrazione gratuita dell’anestesia a carico del Servizio sanitario nazionale, anche grazie ai nuovi fondi destinati al finanziamento di prestazioni aggiuntive dal valore di 500 milioni di euro.
 

 
La scorciatoia del taglio cesareo applicata al 44% delle siciliane
 
PALERMO – Se tanto contenuta è la quota di donne che affronta un parto analgesia, d’altra parte è assai consistente quella percentuale di parti cesarei, come alternativa al dolore. A dire il vero, sarebbe più corretto parlare di autentico abuso. Il parto cesareo dovrebbe essere una pratica salvavita, non ordinaria. Rispetto a trent’anni fa la percentuale di tagli cesarei è praticamente triplicata: si è passati dall’11% degli anni ’80 al 37,5% del 2013. Se da una parte esistono veri e proprio motivi clinici che hanno incrementato la pratica, tra cui l’aumento dell’età media delle donne alla prima gravidanza (32 anni) e il maggior ricorso alla procreazione assistita che ha per effetto un numero più elevato di gravidanze complicate dalla presenza di due o più gemelli; d’altra parte si deve pur riconoscere che il taglio cesareo consiste in una scorciatoia che consente di fuggire da qualsiasi complicazione.

Non a caso, assai più consistente è la quota di cesarei effettuati dalle strutture più piccole e da quelle private che ricorrono alla pratica al fine di avere parti più semplici, perché spesso incapaci di fronteggiare le difficoltà e incertezze determinate dal travaglio e dal parto naturale. In particolare in Sicilia, ben una donna su due ha subìto un parto cesareo nelle strutture di tipo privato (50%), non va molto meglio nelle strutture pubbliche (42,8%), per una media complessiva pari al 44,8%. Proprio l’Isola è la terza regione a livello nazionale per maggior incidenza percentuale di tagli cesarei rispetto al totale di parti, segue solo a Campania (61,5%) e Molise (47,3%).

Sono le donne italiane ad essere maggiormente sottoposte alla pratica, perché molto più spesso sono queste ad affidarsi ai ginecologi privati, fattore costante del rafforzamento del processo di medicalizzazione nell’assistenza alla gravidanza e al parto. Meno le straniere, certamente perché mediamente più giovani (28 anni), ma anche perché si affidano in prevalenza ai consultori familiari e ai servizi pubblici per l’assistenza in gravidanza che limitano i tagli cesarei.
Infine, concludiamo sfatando un mito. Assolutamente falsa quella credenza che vuole che le donne dopo il primo taglio cesareo non possano più partorire in modo naturale. Credenze tanto radicata nel comun sentire siciliano, al punto che appena il 4% delle donne alla seconda gravidanza partorisce in modo naturale.
 


Nell’Isola allattano 7 donne su 10 lontana la media nazionale
 
Infine, concludiamo la materia parlando di allattamento. Il ministero della Salute, al fine di promuovere l’allattamento al seno in vista dell’Expo di Milano, ha redatto un documento nei cui punti salienti recita così: “Il consumo di latte materno da parte dei cuccioli d’uomo, incide positivamente sull’ecosistema, perché l’allattamento materno rappresenta l’alimentazione meglio sostenibile, più rispettosa dell’ambiente. Il latte materno è alimento trans-culturale, ma allo stesso tempo il suo consumo avviene a chilometri zero rispetto al luogo di produzione. Inoltre, il latte materno è da intendersi come un vero e proprio slow food”.
L’Organizzazione mondiale per la sanità raccomanda l’allattamento esclusivo al seno per almeno i primi sei mesi di vita del bambino, mentre mediamente in Italia la durata è lievemente inferiore (4,1 mesi). Per quel che riguarda il periodo di allattamento complessivo si parla 8,3 mesi, integrando all’interno di tale definizione anche ulteriori forme di nutrimento.
Anche in questo caso, si evincono particolari situazioni che distinguono ogni regione da un’altra. A fronte di una media italiana pari a 8,3 mesi, la Sicilia rileva la durata più bassa a livello nazionale (7,1 mesi), mentre valori superiori ai 10 mesi sono stati registrati in Molise (10), Valle d’Aosta (10,5)e Umbria (12,1). Discorso analogo vale per la proporzione di donne che ha effettuato l’allattamento al seno: anche in questo caso la Sicilia è l’ultima, con una quota poco superiore alle sette donne su dieci (71,1%); mentre dall’altra parte della classifica ritroviamo il Trentino Alto Adige (89%), Friuli Venezia Giulia (89,2%), Toscana (89,2%), Emilia Romagna (89,5%), Molise (90%) e Valle d’Aosta (90,9%).

Articolo pubblicato il 26 maggio 2015 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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