Per accedere al QdS ed all'archivio utente password registrati e abbonatipassword dimenticata
facebook qdsIl Quotidiano di Sicilia  su Twitterrss qds
Quotidiano di Sicilia
Il QdS sul tuo smartphone
Scegli la tua app

In Sicilia i servizi più scarsi al prezzo più alto
di Serena Giovanna Grasso

Spesa pubblica locale: Confcommercio ha calcolato quanto risparmierebbe ogni regione se adottasse il modello Lombardia. La qualità misurata con il c.d. “indice sintetico dell’output pubblico” che riassume 19 indicatori

Tags: Confcommercio, Sicilia



PALERMO – Spesso ci occupiamo del gravoso peso costituito dalla spesa pubblica, che nella stragrande maggioranza dei casi è insopportabile ed insostenibile al punto di essere assimilata ad vero e proprio spreco di risorse pubbliche, in particolar modo per quel che strettamente concerne la nostra regione. All’interno del rapporto “La spesa pubblica locale” dello scorso 22 luglio, la Confcommercio ha rilevato lo stretto rapporto intercorrente tra la qualità dei servizi offerti e il costo di questi ultimi. I risultati peggiori sono stati rilevati nelle regioni meridionali, ma non si tratta affatto di una novità.

Innanzitutto, al fine di verificare la qualità dei servizi offerti, la Confcommercio si è servita dell’analisi di diciannove indicatori, riassumibili all’interno delle seguenti materie: ordine pubblico e sicurezza, affari economici, protezione ambientale, abitazioni e assetto del territorio, sanità, protezione sociale, istruzione e attività ricreative. Solo dopo aver rilevato la qualità di ciascuno dei diciannove indicatori facenti parte delle materie anzidette, la Confcommercio ha sintetizzato i risultati in un unico valore, il cosiddetto “indice sintetico dell’output pubblico”. Il suddetto indice assume valori compresi tra 0,30 e 1,00, a seconda della qualità dei servizi offerti dagli enti locali.

Ad inaugurare la classifica è la Lombardia con il valore massimo conseguibile (1,00), grazie ai massimi riconoscimenti raggiunti in quasi tutti i diciannove indicatori considerati; regione che non a caso costituisce il nostro costante mezzo di paragone.  Naturalmente a seguire nella graduatoria ritroviamo esclusivamente altre realtà settentrionali, quali: Friuli Venezia Giulia (0,92), Trentino Alto Adige (0,89), Emilia Romagna (0,84), Valle d’Aosta (0,84) e Veneto (0,83). Si noti quanto sia breve la distanza che separa la qualità dei servizi offerti da queste regioni.

Tutt’altra faccenda riguarda il Mezzogiorno d’Italia, tutto concentrato nella seconda metà della classifica. Ad onor del vero, è opportuno rilevare l’esistenza di due Sud: un insieme eterogeneo costituito da Sardegna (0,72), Basilicata (0,63), Molise (0,61), Abruzzo (0,57) e Puglia (0,43), regioni che alternano servizi efficaci ed efficienti a servizi deficitari ed un altro Sud gravemente indietro su tutti gli indicatori e notevolmente distaccato dal resto del Paese.

Purtroppo per noi, la Sicilia rientra in questo secondo insieme e precisamente chiude la classifica stilata dalla Confcommercio con il peggiore risultato rilevato a livello nazionale (0,30), inferiore di due terzi rispetto a quello lombardo. Ad anticipare la Sicilia in questo girone infernale ritroviamo anche la Campania (0,35) e Calabria (0,32).

Come se la pessima qualità dei servizi riservati ai cittadini siciliani e meridionali non fosse già abbastanza, dobbiamo anche aggiungere i tanto più elevati costi.

Così, la Confcommercio calcola lo spreco operato dagli enti locali: si parte dalla spesa operata in Lombardia, regione che oltre a oltre ad offrire i migliori servizi presenta anche i prezzi più bassi, e si calcola la spesa che ogni regione affronterebbe ai prezzi della Lombardia; naturalmente si tratta di un calcolo rapportato al numero di abitanti. Entrando subito nel merito della spesa locale siciliana, rileviamo come allo stato attuale sia pari circa a 3.303 euro, ossia 2.521 euro in più rispetto ai prezzi per i servizi vigenti in Lombardia, che moltiplicati per i cinque milioni di popolazione condurrebbero ad un risparmio complessivo di 12,6 miliardi di euro. Questo siciliano è esattamente lo spreco più consistente rilevato a livello nazionale e rappresenta ben un sesto dello spreco complessivamente rilevato (74,1 miliardi di euro).

Altrettanto elevati sprechi sono rilevati in Campania e Lazio, regioni che assieme alla Sicilia – esprimono il 45% di tutto l’eccesso di spesa pubblica locale, oltre 33 miliardi di euro su 74,1 complessivi. In queste tre regioni risiede il 27% della popolazione italiana.
Il tasso di spreco è quindi particolarmente grave. Dunque, si tratta di dati assolutamente preoccupanti che danneggiano in modo irreparabile i cittadini che, pur ricevendo servizi tendenzialmente scadenti, spendono cifre a dir poco esorbitanti.
 


La Pa siciliana ha speso 29 miliardi di euro nel 2013
 
PALERMO – Continuando l’analisi della spesa pubblica locale, grazie ai dati offerti dalla Confcommercio, evidenziamo quanto siano imponenti le spese affrontate in Sicilia rispetto alle complessive rilevate a livello nazionale. Infatti, le amministrazioni pubbliche siciliane spendono per consumi finali ben il 9,2% dell’importo globalmente speso a livello nazionale. In termini monetari, si tratta di 29 miliardi di euro spesi nel 2013 nell’Isola, a fronte di 315,6 miliardi di euro spesi in totale in Italia. Abbiamo a che fare con un importo a dir poco consistente, scalfito solo lievemente dalla riduzione del 3% perpetuata rispetto all’anno precedente.

Rispetto alla composizione della spesa Cofog (Classification of the functions of government), la quota più consistente è destinata alla sanità, con ben 8,9 miliardi di euro: si tratta di un importo in termini proporzionali assai simile ai 17,1 miliardi della Lombardia, regione che serve il doppio della popolazione siciliana; naturalmente ogni somiglianza è destinata a sfiorire se si considera il profondo gap in termini di qualità che divide le due regioni, tanto che la Sicilia costringe alla fuga i propri pazienti senza attrarne altri di ulteriori regioni, mentre la Lombardia cura i propri pazienti e assai spesso anche quelli siciliani.

A seguire, importanti cifre sono destinate all’istruzione (5,5 miliardi di euro), ai servizi pubblici generali (4,5 miliardi di euro), ordine pubblico e sicurezza (2,6 miliardi di euro) e affari economici (2,3 miliardi di euro). Al contrario, assai risicate sono le risorse destinate alla protezione dell’ambiente (511 milioni di euro) e alle attività ricreative, culturali e di culto (663 milioni di euro).
È necessario specificare che i 29 miliardi di euro di spesa pubblica siciliana sono composti da 11,8 miliardi di euro di spese destinate alle amministrazioni centrali, 16,5 miliardi di euro destinati alle amministrazioni locali e 435 milioni di euro per gli enti di previdenza.

Infine, estremamente importante è rilevare la relazione che intercorre tra qualità ed efficienza dell’azione amministrativa e dimensione del reddito approssimato dal Prodotto interno lordo procapite. Appare in tutta la sua evidenza il preoccupante e sensibile distacco che separa le regioni del Mezzogiorno da quelle del Nord. I divari territoriali in termini di reddito pro capite non potranno essere colmati o significativamente ridotti fintanto che permarranno disparità così forti in termini di qualità ed efficienza dei servizi resi ai cittadini dalle Amministrazioni pubbliche nelle varie articolazioni territoriali delle funzioni e dei livelli di governo. Infatti, comune denominatore che unisce le regioni meridionali è l’assai negativo andamento del Pil, consumi, esportazioni ed ogni altro comparto economico esistente e l’inefficienza dei servizi messi a disposizione dalle pubbliche amministrazioni dell’Italia insulare e meridionale. All’opposto nell’Italia settentrionale.

Articolo pubblicato il 13 agosto 2015 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


comments powered by Disqus