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Quotidiano di Sicilia

Desertificazione demografica: il Sud nel 2065 perderà 4,2 mln di abitanti
di Serena Giovanna Grasso

Svimez: crisi economica e “fuga” dei giovani condurranno allo spopolamento del Mezzogiorno. Sarà questo il risultato se seguiterà il medesimo trend di nascite (174 mila nel 2014)

Tags: Svimez



PALERMO – Ormai siamo fin troppo abituati all’idea di un’Italia spezzata in due: da una parte il florido Settentrione, dall’altra l’arretrato Mezzogiorno. A tal proposito, a dir poco allarmante è lo scenario restituitoci dalle anticipazioni Svimez, pubblicate dall’associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno alla fine dello scorso mese di luglio. Se nell’inchiesta dell’11 agosto “Emergenza Sud, Svimez lo scrive da anni” ci siamo in particolar modo concentrati sulla materia economica, in questa sede sposteremo la nostra attenzione sul non meno allarmante fenomeno di spopolamento rilevato ai danni del Sud.

L’assai negativa congiuntura economica che affligge l’Italia insulare e meridionale spinge in proporzione sempre maggiore la popolazione ad emigrare, in particolar modo si tratta della fascia giovanile. E quando ciò non è possibile contrae il numero di nascite. Cosicché, nel Mezzogiorno manca quel naturale ricambio generazionale ed al contrario la popolazione è costretta all’inesorabile invecchiamento.

Il profondo divario tra le aspettative delle nuove generazioni in termini di realizzazione personale e professionale e le concrete occasioni di impiego qualificato sul territorio ha determinato negli anni duemila la ripresa dei flussi di emigrazione. Tra il 2001 e il 2014 sono emigrati dal Sud verso il Centro-Nord 1 milione e 667 mila meridionali, a fronte di un rientro di 923 mila persone, con un saldo migratorio netto che ha visto la perdita di 744 mila unità. Di questa perdita di popolazione il 70%, 526 mila unità, ha riguardato la componente giovanile, di cui poco meno del 40% (205 mila) laureati. Naturalmente si tratta della fascia di popolazione determinante al fine del ricambio generazionale.

A quest’irrefrenabile esodo è necessario aggiungere il drastico calo del tasso di fecondità: infatti, mentre negli anni ’80 nel Mezzogiorno il numero medio di figli per donna era pari a 2,2 e al Centro – Nord 1,36; nel 2013 la situazione si è quasi ribaltata con 1,31 nell’Italia insulare e meridionale e 1,43 nell’Italia centro – settentrionale. Così, il Mezzogiorno perde la caratteristica che l’ha sempre contraddistinto, ovvero l’unica materia che permetteva alla suddetta circoscrizione territoriale di ottenere risultati migliori.

Così, nel 2014 il numero dei nati vivi nel Mezzogiorno ha toccato il minimo storico dall’unità d’Italia: 174 mila; mentre nel 1862 nella medesima circoscrizione territoriale si registravano 391 mila nati vivi (217 mila in più di oggi) generati da una popolazione di 9 milioni e 600 mila unità, ovvero vi corrispondeva un  tasso di natalità del 41,3 per mille (oggi pari a circa l’ 8,3 per mille).
 
Negli ultimi 50 anni il Sud ha continuato a perdere popolazione anno dopo anno. Diversamente dal Nord dove, dopo il picco negativo del quinquennio 1985-1989, la popolazione aveva ripreso a crescere, con una tendenza al rallentamento dal 2009 in poi. Questi risultati sono la conseguenza di un radicale cambiamento indotto da profondi mutamenti nel costume sociale, ma soprattutto negli ultimi decenni anche dal prevalere di gravi preoccupazioni di natura economica.

Certamente la situazione è peggiore se consideriamo il periodo compreso tra il 2000 e il 2014: infatti, in questo lasso temporale la popolazione meridionale è cresciuta di 389 mila unità (+19%) e di circa 3,4 milioni di unità nel Centro – Nord (+93,5%). Tuttavia, se si guarda alla sola popolazione italiana, i quattordici anni appena trascorsi fanno registrare un netto calo di -196 mila unità al Sud (mentre cresce di 315 mila nelle regioni del Centro-Nord). Infatti, se nel Mezzogiorno abbiamo un risultato positivo, seppur contenuto, lo si deve esclusivamente agli stranieri.

Come rileva la Fondazione Leone Moressa, il tasso di natalità tra gli stranieri è nettamente più elevato: a confronto dell’8,3 per mille rilevato nella circoscrizione geografica meridionale, ad esempio in Sicilia si rileva un tasso pari al 12,94, del 12,79 in Puglia, del 13,41 in Abruzzo e dell’11,64 in Calabria.

Infine, concludiamo con l’allarmante previsione lanciata dall’Istituto di statistica nazionale. Infatti, se questa tendenza alla perdita di peso demografico non verrà sollecitamente contrastata, il Mezzogiorno alla fine del prossimo cinquantennio perderà 4,2 milioni di abitanti oltre un quinto della sua popolazione attuale, rispetto al resto del Paese che ne guadagnerà 4,6 milioni.

La perdita di popolazione interesserà da qui al 2065 tutte le classi di età più giovani del Mezzogiorno, con una conseguente erosione della base della piramide dell’età  ed un rigonfiamento al vertice che di fatto provocherebbe sorta di “rovesciamento della piramide” stessa rispetto a quella del Centro-Nord.

Articolo pubblicato il 18 agosto 2015 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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