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Riforma acqua, il governo blocca tutto
di Rosario Battiato

Nel mirino vi sono le norme che eccedono le competenze regionali: tutela della concorrenza e dell’ambiente. Continua l’accerchiamento di Crocetta nella cronaca di una impugnativa annunciata da tempo

Tags: Acqua



PALERMO – Un altro sonoro ceffone, che segue gli altri due sulla riforma delle province e sugli appalti, si è abbattuto su Palazzo d’Orleans. Arriva direttamente dal consiglio dei ministri di ieri e conferma quanto già da diverse settimane si attendeva: la deliberazione dell’impugnativa della legge della Regione siciliana n.19 dell’agosto 2015, “Disciplina in materia di risorse idriche”. È soltanto l’ennesima cronaca di una impugnativa annunciata da tempo.

Non è stata una sorpresa. Ad anticipare la possibile posizione del governo nazionale, ancora prima dell’approvazione all’Ars del Ddl, era stata l’assessore Vania Contrafatto che anche al QdS aveva sottolineato i passaggi non digeribili a Roma e che avrebbero condotto la riforma verso il patibolo dell’impugnativa.

“Numerose disposizioni – si legge nella nota diffusa dal governo in seguito al Cdm di ieri – contrastano con le norme statali di riforma economico sociale in materia di tutela della concorrenza e di tutela dell’ambiente, spesso di derivazione comunitaria, eccedendo in tal modo dai limiti posti alle competenze regionali. In caso di approvazione di una nuova normativa da parte dell’Assemblea regionale siciliana che riveda completamente il testo, il Governo potrà valutare l’opportunità di riesaminare il ricorso”.

Nel dettaglio l’impostazione della normativa eccederebbe i limiti posti alle competenze regionali “dall’art. 14, primo comma, dello Statuto speciale della Regione, e violando altresì l’art. 117, secondo comma, lett. e) ed s), Cost., e l’art. 117, primo comma, della Costituzione”. Il primo punto, relativo allo Statuto, riguarda la legislazione esclusiva affidata all’Ars da attuarsi nei limiti delle leggi costituzionali dello Stato. Gli altri due riferimenti alla Carta costituzionale, invece, riguardano la potestà legislativa esercitata dallo Stato e dalle Regioni, nonché i vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali.

Nel mirino, insomma, c’è la tutela della concorrenza. La legge isolana, così come era stata approvata, prevede la possibilità di affidamento alle società private, ma solo quando l’offerta risulta più vantaggiosa ed economica rispetto a quella delle società pubbliche, introducendo maxi sanzioni in caso di inadempienze. All’articolo 4 “Gestione del servizio idrico integrato”, quarto comma, leggiamo che “la gestione del medesimo servizio idrico integrato può essere affidata, per un periodo non superiore a nove anni, all’esito di procedure di evidenza pubblica” anche a “soggetti privati, ivi comprese le società miste a partecipazione pubblica”, ma “tale affidamento ha luogo previa verifica, da parte delle Assemblee territoriali idriche, della sussistenza di condizioni di migliore economicità dell’affidamento”.

Il caos resta. Non ancora tutti i comuni hanno restituito le reti e la Sicilia continua a restare tra le realtà che hanno un investimento più basso nella manutenzione con perdite che restano tra le più elevate a livello nazionale. Lo scorso marzo il governo romano aveva ipotizzato nel Piano di investimenti di pubblica utilità a lungo termine che prevedeva un impegno per le aziende idriche in almeno 50 euro di investimenti per abitante/anno, visto che attualmente la media nazionale non supera 34 euro/abitante anno con punti di ribasso nell’Isola. Le conseguenze sono evidenti: gli ultimi dati Istat dicono che nell’Isola si prelevano ogni anno 714 milioni di metri cubi di acqua, eppure la porzione effettivamente erogata arriva soltanto a 377 milioni con una dispersione che raggiunge il 45,6%.

Articolo pubblicato il 21 ottobre 2015 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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