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Educazione, in Sicilia è per pochi ma così l'ignoranza ci seppellirà
di Serena Giovanna Grasso

Save the children: il 79% dei ragazzi tra i 6 e i 17 anni risulta deprivato dal punto di vista culturale. Quasi 7 minori siciliani su 10 non hanno letto nemmeno un libro nel 2014

Tags: Educazione, Istruzione, Save The Children



PALERMO – Molteplici sono le forme assunte dalla povertà: si va dalla più nota deprivazione materiale alla meno conosciuta, ma ugualmente grave, povertà educativa e ricreativa. Le principali vittime della seconda fattispecie sono i più piccoli, in particolar modo i residenti nel Mezzogiorno. Estremamente allarmante è il quadro delineato da Save the children all’interno dell’atlante dell’infanzia “Bambini senza – Origini e coordinate delle povertà minorili”.

Sport continuativo, internet ogni giorno, teatro, concerti, musei, siti archeologici e lettura dei libri sono i sette elementi che compongono l’indicatore che determina la presenza di povertà educativa. Dal calcolo effettuato congiuntamente dall’Istituto di statistica nazionale e da Save the children si evince che in Italia l’11% dei bambini e adolescenti (circa 500 mila minori tra i 6 e i 17 anni) non ha svolto neppure una delle suddette attività; mentre appena il 36% ne ha svolte almeno quattro, ovvero  il numero minimo di attività affinché il portafoglio ricreativo e culturale di un minore sia adeguato. Dunque, specularmente ben il 64% dei minori (circa 4 milioni e 300 mila) vive in condizioni di deprivazione ricreativo – culturale.

E pensare che questo è solo il dato medio rilevato a livello nazionale, ma la situazione nel Mezzogiorno è, come prevedibile, nettamente peggiore.

In Sicilia tale tipologia di deprivazione affligge ben il 79% dei minori, per non parlar poi dei picchi dell’84% rilevati in Campania. Ad essere particolarmente svantaggiati, oltre alle regioni del Mezzogiorno, sono anche i piccoli centri con meno di 2 mila abitanti, che inevitabilmente presentano una minore varietà di offerta in tutte le regioni: il 71% dei minori che vive nei piccoli paesi non ha svolto almeno 4 attività, percentuale che scende al 58% nelle aree metropolitane.

Nell’Isola l’attività praticata con la minor frequenza assoluta nel 2014 è stata la partecipazione ai concerti di musica classica e non: infatti, ben l’84,1% dei minori tra i 6 e i 17 anni non ne ha mai preso parte, si tratta del peggior valore a livello nazionale dopo il Molise (85,8%). Sempre in Sicilia “vantiamo” la percentuale maggiormente elevata di minori che non ha letto neppure un libro nel corso del 2014 (67,5%). Proprio quest’ultima mancanza si traduce in un direttissimo deficit delle competenze linguistiche: infatti, al di qua dello Stretto ben il 29,6% degli studenti non sviluppa sufficienti competenze in lettura, contro il 19,5% dell’Italia e ancor peggio rispetto al 18% della media dei Paesi Ocse.

Nella stragrande maggioranza dei casi la povertà educativa dei bambini è strettamente legata alla povertà materiale delle famiglie e rischia di tramandarsi da una generazione all’altra come in un circolo vizioso. Tuttavia il legame tra condizioni di svantaggio ereditate e la povertà educativa può essere spezzato. L’esperienza insegna che è possibile attivare percorsi di resilienza tra i ragazzi maggiormente a rischio in relazione alla condizione socio-economica e culturale della famiglia di appartenenza.

I dati Pisa (Program for international student assessment) indicano che una maggiore offerta di servizi educativi di qualità, soprattutto a quei bambini che vivono una situazione di oggettivo svantaggio, è significativamente associata ad una minore povertà educativa. I ragazzi appartenenti alle famiglie più povere, ma che hanno frequentato almeno un anno della scuola dell’infanzia, superano significativamente i livelli minimi di competenze sia in matematica che in lettura, a differenza dei loro compagni che non l’hanno mai frequentata.

È necessario quindi investire nelle scuole e nelle aree più deprivate: invece il rapporto Pisa 2012 rileva come “in Italia, le scuole con una maggiore popolazione di studenti svantaggiati tendono ad avere meno risorse rispetto alle scuole con una popolazione più favorita di studenti”. E non è solo questione di risorse: ad esempio le regioni meridionali hanno avuto a disposizione finanziamenti da fondi europei, eppure li hanno spesi in modo differente e con esiti diversi: in Puglia (dove le competenze sono nettamente più alte rispetto al resto del Sud) vi è stata una maggiore attenzione ad investire direttamente sullo studente o sulle attività didattiche, mentre in Sicilia e Campania si è investito di più sulle attrezzature o sull’acquisizione di altri beni e servizi.

Dunque, al fine di spezzare una volta per tutte questo circolo vizioso, è necessario che si scelga di investire sulle scuole e direttamente sullo studente.

Articolo pubblicato il 05 gennaio 2016 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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