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Quotidiano di Sicilia

Fracking, tecnica con limiti, costi e rischio ambientale alti
di Bartolomeo Buscema

È la tecnica utilizzata per estrarre gli idrocarburi “non convenzionali” all’interno di rocce impermeabili. Oltre all’enorme quantità di acqua, impiegate tante sostanze chimiche pericolose

Tags: Fracking, Idrocarburi, Petrolio



CATANIA - C’è un nesso tra l’odierno basso prezzo del barile dell’oro nero e il petrolio estratto da scisti bituminosi con la tecnologia del fracking. Secondo molti osservatori internazionali un legame esiste e a che fare con il ruolo chiave che da molti anni l’Arabia Saudita gioca nel mercato mondiale di greggio. Un ruolo che oggi è messo in discussione dagli Stati Uniti che stanno diventando autosufficienti ed esportatori mondiali di petrolio estratto dagli scisti bituminosi ovvero da rocce intrise d’idrocarburi.

Secondo una ricerca del Dipartimento dell’Energia statunitense, le riserve “tecnicamente” estraibili, a livello mondiale, con il fracking di scisto bituminoso si attesterebbero intorno ai 345 miliardi di barili, ovvero circa il 10% delle riserve mondiali di greggio.

Ma c’è un problema: la tecnologia del fracking, cioè l’iniezione ad alta pressione di acqua, sabbia e agenti chimici all’interno della roccia di scisto rende la fratturazione idraulica delle rocce relativamente costosa e quindi giustificabile solo con un prezzo del petrolio relativamente alto. Ed è per questo che l’Arabia Saudita immettendo enormi quantità di petrolio ha abbassato drasticamente il prezzo del barile per eliminare la concorrenza americana, per poi nuovamente alzare i prezzi tagliando la propria produzione.

Ad aiutare il paese arabo c’è l’Iran, terzo produttore di petrolio al mondo, che con la cessazione delle sanzioni internazionali aumenterà l’offerta mondiale di petrolio, riducendo ulteriormente il prezzo del barile. è una lotta “petrolifera “che, secondo molti esperti, vede l’Arabia Saudita in posizione dominante, perché i mancati introiti temporanei possono essere compensati da prelievi monetari effettuati dalle enormi riserve estere che, seconde stime attendibili, valgono più di settecento miliardi di dollari.

I segni di questa guerra di logoramento cominciano a farsi vedere. Negli Stati Uniti alcuni produttori di petrolio di scisto hanno cancellato o rimandato nuovi progetti di perforazione. Resta, però, il fatto che se l’Arabia Saudita dovesse tagliare la produzione per far risalire i prezzi del petrolio, i produttori americani ricomincerebbero ad avere sempre più un ruolo dominante. Per sapere come andrà a finire, è necessario aspettare.

Ma vediamo più in dettaglio che cos’è effettivamente il fracking. È una tecnologia di estrazione del petrolio e anche del gas naturale che consiste nell’utilizzare un fluido, generalmente acqua, iniettata ad alta pressione per creare e propagare una frattura in uno strato di roccia nel sottosuolo. Tale tecnica, testata per la prima volta nel 1947 negli Stati Uniti, è utilizzata per estrarre gli idrocarburi cosiddetti “non convenzionali” intrappolati nei sedimenti più profondi e all’interno di rocce impermeabili, su cui le tecniche tradizionali non sarebbero ugualmente efficaci.

In estrema sintesi, la perforazione di un pozzo è eseguita utilizzando le tecnologie tradizionali fino a quando la profondità e la tipologia di substrato lo permette. Nel caso in cui si incontrino rocce contenenti idrocarburi non convenzionali si prosegue con un pozzo orizzontale, attraverso cui si pompa ad alta pressione un liquido che frantuma le rocce creando delle crepe che pian piano si estendono alla roccia circostante. Per far sì che tali crepe non si chiudano, si aggiunge al fluido un materiale solido, generalmente sabbia molto fine, che penetra nelle fessure tenendole aperte permettendo in questo modo agli idrocarburi di venir fuori. L’acqua iniettata ad alta pressione, una volta fratturata la roccia, è riportata in superficie grazie alla pressione del giacimento, raccolta in appositi contenitori, depurata sul posto o inviata a specifici impianti di depurazione.

A questo punto è doveroso registrare che il processo di fracking consuma enormi volumi di acqua. È stato stimato che per ogni singolo pozzo sono necessarie tra 9 mila e 29 mila metri cubi di acqua l’anno. Una quantità notevole che sicuramente causa problemi di sostenibilità delle risorse idriche presenti nell’area di perforazione. A ciò si aggiungono i rischi ambientali associati alle sostanze chimiche che sono mescolate ai fluidi impiegati nel processo di fratturazione e che costituiscono il 2 per cento circa del loro volume. Sono entrambi fattori negativi che, già da qualche anno, hanno acceso un dibattito tecnico scientifico, non ancora sopito, anche in Europa e in Italia.

Sta però di fatto che lo Stato di New York ha deciso di vietare l’estrazione del petrolio con la tecnologia del fracking.

Articolo pubblicato il 22 gennaio 2016 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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