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Quotidiano di Sicilia

Non serve il cartellino ma partecipare ai risultati
di Carlo Alberto Tregua

Trasparenza e modernizzazione nella Pa

Tags: Pubblica Amministrazione, Trasparenza



Gli scandali si susseguono giorno dopo giorno, scoperti dalle Forze dell’Ordine, le quali dimostrano con filmati ed intercettazioni come una moltitudine di dipendenti pubblici di tutti i livelli truffi lo Stato non lavorando, dopo aver timbrato il badge.
Questo strumento di controllo formale è ormai superato dalla moderna organizzazione anche nel settore pubblico. La questione è avvalorata dalla ministra della Pa, Marianna Madia, la quale ha affermato che intende abolire tutte le piante organiche, costruite senza alcun elemento razionale, che tramandano da decenni qualifiche storiche ormai obsolete.
Nel settore pubblico vi sono diversi ostacoli ad una moderna organizzazione. Innanzitutto, la facoltà del magistrato di reintegrare il dipendente licenziato, facoltà che con la riforma nel settore privato non c’è più, sostituendo la reintegrazione con una indennità.
E, in secondo luogo, la nuova filosofia organizzativa secondo la quale il lavoro non deve essere contato in base alle ore, ma alla partecipazione di dirigenti e dipendenti al raggiungimento degli obiettivi.

Nella moderna organizzazione dei servizi, che produce tagli di inefficienza e migliora la funzionalità, un supporto importante viene dalla trasparenza, che non significa solamente mettere i dati sul sito di ogni ente pubblico, ma anche tutte le procedure attraverso cui i cittadini chiedono e ottengono provvedimenti amministrativi dagli enti, senza bisogno del rapporto fisico.
L’osservazione che ne consegue è che non tutti sono dotati di pc e non tutti lo sanno usare bene. La risposta è, però, che tutti possono andare dai patronati, compensati per la loro attività dallo Stato, e attraverso gli stessi ottenere in via digitale, dagli enti, i provvedimenti richiesti.
La trasparenza non è mai abbastanza ed è fieramente avversata da quella parte di dirigenti e dipendenti pubblici che intende continuare a  mantenere privilegi e a vivere parassitariamente sui cittadini.
L’efficiente organizzazione dei servizi consente, invece, di combattere la corruzione. A riguardo, ho letto una battuta fra due deputati. Il primo fa al secondo: Dopo, si va a prendere qualcosa. E l’altro: A chi?
 
E un’altra. Io sono un deputato onesto; e l’altro: Ma se vuoi, puoi anche smettere. è, dunque, necessario, immettere massicce dosi di efficienza nella Pubblica amministrazione per abbassarne i costi, e aumentare la trasparenza per combattere la corruzione.
Tale organizzazione elimina il sistema di conteggio orario, ma funziona affidando a piccole squadre, di cui vi è un responsabile, un certo numero di fascicoli digitali che devono essere smaltiti in un certo tempo.
Il sistema ovviamente prevede premi e sanzioni per chi evade le richieste nel tempo previsto o in un tempo più breve, o per chi le evade in ritardo o per nulla.
I meccanismi ci sono, sono ampiamente collaudati nel settore privato e le società di consulenza consentono di applicarli. Ma occorre un ribaltamento della mentalità. Mentre oggi la Cosa pubblica non è di nessuno, da domani deve diventare patrimonio di ciascuno e di tutti. 

La Frankfurter Allegemeine Zeitung (Faz) attraverso il suo corrispondente in Italia, Tobias Piller, ha lanciato questo mese un forte attacco contro Matteo Renzi, reo di non aver tagliato la spesa pubblica. Infatti, non si può negare che i decreti legislativi in materia di pubblica amministrazione siano blandi e non contengano quel rigore che è premessa per raggiungere buoni risultati.
Si capisce la ragione di riforme dimezzate: i burocrati - che costituiscono una fortissima corporazione -  difendono i propri privilegi e resistono al cambiamento. Ecco perché i decreti legislativi avrebbero dovuto essere redatti da professionisti esterni alla burocrazia senza riguardo per nessuno.
Un punto Renzi si guarda bene dal toccare e cioè far sì che i dipendenti pubblici siano uguali a quelli privati,  lavorando lo stesso numero di ore, e cioè 40 e non 36. Ma in una riforma del modello prima indicato questo aspetto perderebbe consistenza, appunto perché si dovrebbe lavorare per raggiungere risultati e non per timbrare il cartellino. 

Articolo pubblicato il 30 gennaio 2016 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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