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Quotidiano di Sicilia

Biogas, in Sicilia produzione al 2%
di Rosario Battiato

La maggior parte degli impianti è collocata al Nord. Italia terza al livello mondiale e seconda in Europa, dopo la Germania. Le 53 strutture nazionali potrebbero attivare investimenti pari a 50-55 milioni di euro nel 2017

Tags: Biogas, Energia, Ambiente



PALERMO – C’è un’Italia da record, ma non è certo merito della Sicilia. I dati della Fiper, diffusi nei giorni scorsi in occasione del convegno “Cibo-Energia: facciamo sinergia” in provincia di Cuneo, hanno evidenziato la presenza di circa 1.500 impianti che producono energia elettrica dal biogas agricolo. Numeri che piazzano il Belpaese al terzo posto mondiale e al secondo in Europa dopo la Germania.

“I 53 impianti a biogas entrati in esercizio in Italia tra il 2002-2003, alla fine del loro periodo di incentivazione, potrebbero già dal 2017 attivare investimenti per un ordine di 50-55 milioni di Euro per la conversione a produzione di biometano”. Le parole di Walter Righini, presidente di Fiper, riconoscono l’evidente vantaggio produttivo ed economico di un mercato ormai sempre più in espansione.

Anche il governo se ne è accorto e sul biometano ha deciso di puntare. A tal proposito Sebastiano Serra, membro della Segreteria Tecnica del Ministro dell’Ambiente, ha spiegato, nella nota diffusa da Fiper, che “si prevede, tenendo conto anche dei tempi necessari ad implementare i sistemi di ‘upgrading’ da biogas a biometano, che il biometano possa entrare definitivamente in commercio alla fine del 2017”. In questo modo potrebbe diventare il vettore determinante per colmare il 4,5% “mancante al raggiungimento della quota di biocarburanti rinnovabili sui trasporti”. Secondo calcoli della Fiper, il biometano produce soltanto 5 grammi di Co2 equivalenti per chilometro, un dato eccezionale se paragonato ai 95 grammi del biodiesel oppure ai 164 della benzina.

In tal senso, ha spiegato l’esponente del governo, sono state avviate delle azioni per favorire la “mobilità a impatto zero”, collegate al Piano sulla Qualità dell’Aria, con l’avvio di progetti “pilota” rivolti a Comuni e municipalizzate che abbiano i “requisiti per la realizzazione di impianti di produzione di biometano da destinare all’alimentazione dei veicoli delle flotte aziendale locali”. Anche per il trasporto pubblico e per la raccolta dei rifiuti.

Il Mezzogiorno potrebbe rappresentare il mercato più interessante in questo senso, anche perché al momento il settore non è proprio in espansione. Ricordiamo che, secondo l’ultimo report del Gse, soltanto il 2% della quota di rinnovabili isolane riguarda il biogas, una categoria statistica che comprende essenzialmente il biogas da discarica, fanghi di depurazione, liquami zootecnici. Ancora nel 2014 il Gse spiegava: “all’interno della voce ‘biogas’ è incluso anche il biometano, ovvero il biogas sottoposto a processi di depurazione tali da rendere il prodotto con caratteristiche paragonabili a quelle del gas naturale; allo stato attuale, tuttavia, il dato relativo al biometano è nullo”.

Il potenziale sviluppo meridionale del biogas è stato stimato in uno studio Althesys che ha valutato per il centro-sud la possibilità di arrivare a 8mila occupati per il 2030 attraverso un lotto di investimenti compreso tra 3,8 e 5,6 miliardi. Cifre che permetterebbe di generare ricadute economiche complessive che varrebbero un aumento dello 0,3 per cento del Pil del Mezzogiorno. Il materiale di scarto che potrebbe diventare utile per il biogas arriverebbe da almeno tre ambiti differenti: colture dedicate (un potenziale che varia da 1 a 1,8 miliardi di metri cubi di biometano), forsu (frazione organica del rifiuto solido urbano), e sottoprodotti (un miliardo di metri cubi). Sempre l’Althesys ha stimato benefici anche per le entrate fiscali (3,3/5 miliardi) e per la riduzione delle emissioni di C02 (79 milioni di tonnellate).

Articolo pubblicato il 12 aprile 2016 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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