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Malattie e infortuni su lavoro costano all'Italia il 3 per cento del Pil
di Redazione

Organizzazione Internazionale del Lavoro: ogni anno nel mondo 2,3 milioni di vittime, 350 mila incidenti mortali e 2 milioni di morti per patologie legate alla professione. Studio Aiss: per ogni euro investito annualmente per un lavoratore, l’impresa può avere un ritorno di 2,20

Tags: Lavoro, Pil, Malattia, Infortuni



ROMA - Ogni anno nel mondo si contano 2,3 milioni di vittime sul lavoro: 350 mila gli infortuni mortali e 2 milioni sono coloro che muoiono per una malattia connessa al lavoro.  A questo, poi, si aggiungono oltre 313 milioni di infortuni sul lavoro non mortali e si stimano in 160 milioni le persone che vivono una condizione di malattia – anche se non mortale – dovuta al lavoro.
Queste le più recenti stime dell’Ilo(Organizzazione Internazionale del Lavoro) - pubblicate nel 2013 - che disegnano la mappatura mondiale delle condizioni di “insicurezza nei luoghi di lavoro”. 

Uno scenario a dir poco drammatico per l’inestimabile perdita di vite umane e per l’indicibile sofferenza delle famiglie delle vittime, a cui si accompagna anche un altro sconcertante bilancio: quello dell’impatto economico provocato da infortuni e malattie sul lavoro.
Sempre secondo i dati Ilo infatti, le ore di lavoro perse insieme al risarcimento dei lavoratori, all’interruzione della produzione e alle spese mediche, ammontano al 4 per cento del Pil globale (circa 2.800 miliardi di dollari). E in Italia si arriva ad un impatto pari al 3 per cento del Pil nazionale per infortuni e malattie professionali.

Contemporaneamente, da uno studio dell’Associazione Internazionale di Sicurezza Sociale sul rendimento della prevenzione, si scopre che per ogni euro investito annualmente per un lavoratore, una impresa può contare su un ritorno economico pari a 2,20 euro.

Ecco come l’investimento in sicurezza si traduce concretamente in un vantaggio per l’azienda sensibile e a norma. Un approccio alla tutela dei lavoratori che sembra ancora distante dalla quotidiana gestione imprenditoriale e che tocca un po’ tutti i paesi.
Noi, come Osservatorio, da oltre cinque anni ci impegniamo quotidianamente per la diffusione della cultura della sicurezza nei luoghi di lavoro; un percorso importante che, dal 2014, si è rafforzato anche attraverso il Progetto “Lavora Sicuro” con convegni e seminari gratuiti in tutta Italia; e che, nei primi due anni di attività, ha dato vita ad oltre 50 eventi formativi che hanno accolto in due anni oltre 2200 partecipanti provenienti da tutto il Paese.

Un itinerario ambizioso che portiamo avanti con la consapevolezza di muoverci in un panorama come quello italiano che, purtroppo, primeggia a livello europeo quanto a vittime sul lavoro.

In Europa nel 2012, sulle oltre 3.900 morti bianche registrate da Eurostat, ad esclusione di quelle avvenute in itinere, è proprio l’Italia ad emergere e ad indossare la maglia nera in Europa con 604 vittime. Un record negativo a cui fa seguito quello della Francia in cui vengono rilevati 576 morti sul lavoro; seguono quindi: Germania (516 lavoratori deceduti), Polonia (350), Spagna (299) e Romania (276).

E, osservando le elaborazioni statistiche relative al 2009, si tratta di una graduatoria piuttosto stabile. Così è sempre l’Italia ad essere sul triste podio delle morti bianche in Europa con 703 vittime, seguita dalla Francia (557), dalla Germania (489), dalla Romania (411) dalla Polonia (406) e dalla Spagna (390).

Una situazione che come esperti di sicurezza nei luoghi di lavoro siamo costretti a confermare anche sulla base dell’esperienza quinquennale delle rilevazioni del nostro Osservatorio che individua luoghi, settori e cause degli infortuni mortali.

Rimane, quindi, evidente ed urgente una riflessione collettiva che parta dal mondo imprenditoriale per il bene dei collaboratori e per lo sviluppo economico del Paese. Ma l’esame di coscienza deve anche e soprattutto coinvolgere la politica e gli organi di sorveglianza affinché i controlli e le ispezioni vengano intensificati e gli evasori della sicurezza sanzionati. Per questo invitiamo gli amministratori del nostro Paese e tutti gli operatori della prevenzione degli infortuni sul lavoro ad investire sulla continua formazione dei lavoratori, a tutti i livelli aziendali, senza trascurare lo studio delle modalità con le quali si giunge all’infortunio per aiutare i tecnici impegnati nella valutazione dei rischi e nella riduzione degli infortuni.

Articolo pubblicato il 28 aprile 2016 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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