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Sentimento popolare contro la burocrazia
di Carlo Alberto Tregua

Cittadini oppressi dai senza risposta

Tags: Burocrazia, Corruzione



È monotono ritornare costantemente sulla inefficienza della burocrazia, ma vi è la diffusione di un sentimento popolare contro di essa che la addita come la causa principale del disastro del Sud e della stagnazione dell’economia italiana.
Nel malfunzionamento della burocrazia vi è quello della Giustizia, perché i ritardi oltre ogni ragionevolezza delle sentenze tengono sulla graticola anche per un decennio i presunti colpevoli, nel processo penale, e non rende ragione a chi ce l’ha, nei processi civile e amministrativo.
Ovviamente, la disfunzione alimenta la corruzione, mediante la quale i trafficoni ottengono vantaggi, pagando mazzette o favori di altra natura, soprattutto nel settore degli appalti e delle forniture di servizi.
Il neo presidente dell’Anm, pubblico ministero, Piercamillo Davigo, ha parlato da accusatore e non da giudice terzo rispetto alle due parti, ritenendo che le Procure debbano accertare tutti i casi di corruzione nel ceto politico e in quello burocratico.
Gli ha risposto un altro magistrato di primo livello, Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, il quale ha sottolineato che occorre un’azione preventiva.

Cantone mi aveva esposto questo corretto punto di vista nel forum pubblicato il 21 aprile 2015. Affermò in quella occasione che è impossibile per le Procure colpire tutti i corrotti e corruttori nella pubblica amministrazione, mentre ogni Ente dovrebbe creare degli organi esterni, formati da professionisti capaci ed integerrimi, per il costante controllo degli atti interni ad ogni Ente.
La Giustizia è un settore che condiziona gli investitori esteri, i quali non vengono temendo le lunghe lungaggini in caso di controversie.
La burocrazia italiana, statale, regionale e locale, fa a gara per attirarsi l’odio dei cittadini, perché si dimentica, invece, di essere al servizio dei medesimi e dovrebbe fare qualunque cosa pur di esaudire le legittime istanze.
Ma c’è qualcuno che possa testimoniare che recandosi in un ufficio pubblico trova disponibilità e cortesia? C’è qualcuno che possa testimoniare come il provvedimento richiesto sia stato rilasciato in tempi europei? C’è qualcuno che possa confermare come la domanda di un esame in una Asp o Ao sia evasa in un massimo di dieci giorni?
 
Gli undici decreti legislativi, figli della Riforma Madia (L. 124/2015) prevedono una serie di norme attuative per mettere nei binari le procedure. Fra queste, assumono primaria importanza la trasparenza e i tempi. Viene invertito l’onere che attualmente grava sul cittadino in ordine all’accesso agli atti di qualunque genere, di qualunque pubblica amministrazione. Oggi un’amministrazione che non risponde indica col suo silenzio un rifiuto, contro il quale il cittadino ha solo l’arma di un ricorso al Tar con relative spese spesso insopportabili.
Il decreto legislativo di cui parliamo obbliga invece la Pa a rispondere entro 30 giorni in ogni caso inviando i documenti richiesti senza alcuna limitazione, salvo specifiche e documentate esigenze per negarne l’accesso.
Nel Dlgs sono previste sanzioni per chi non ottempera alle richieste, ma esse sono blande in quanto non colpiscono i dirigenti nella carriera e nel portafogli.
La questione è tutta qui: i dirigenti hanno l’obbligo di far funzionare la macchina che governano; se non sono capaci di ottenere risultati devono essere cacciati.

C’è un modo per misurare l’efficienza dei dipartimenti, dei settori, delle sezioni o, come comunque si chiamino i diversi raggruppamenti nelle pubbliche amministrazioni? Certo che c’è! Si tratta di quantificare il flusso dei fascicoli in entrata e quello dei fascicoli in uscita.
Ovviamente, questo flusso deve essere totalmente digitalizzato, per cui non potrà mai accadere che i fascicoli si perdano o che restino dentro i cassetti o sul tavolo di funzionari e dipendenti che aspettano la telefonata di sollecito per lucrarci sopra.
Tutti i pubblici dipendenti, diretti e indiretti, oltre 4 milioni, devono essere costretti, da procedure semplici e da sanzioni forti, a fare il proprio dovere pena il loro licenziamento, che non deve avvenire solo a seguito di condanne penali definitive, ma anche in base a valutazioni di merito emesse ogni anno dai dirigenti sulle capacità di operare al servizio dei cittadini.
Oppure è il caos, come ora!

Articolo pubblicato il 28 aprile 2016 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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