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Quotidiano di Sicilia

Produttività, obiettivo chiaro ma sconosciuto
di Carlo Alberto Tregua

Per essere sempre più competitivi

Tags: Economia, Produttività



È tornata di moda la parola produttività di cui gli economisti del secolo scorso hanno sempre chiarito i termini, quasi sempre dimenticati. Produttività è l’attitudine a conseguire un risultato, persino superiore ai mezzi impiegati, sia dal punto di vista quantitativo che da quello qualitativo.
Tradotto, vuol dire che tutte le risorse impiegate in una qualunque attività, pubblica o privata, debbano rendere di più del loro valore. La distinzione tra pubblico e privato nell’ambito della produttività è ininfluente perché essa non si riferisce al conseguimento dell’utile ma al migliore sfruttamento delle risorse impiegate.
Ci riferiamo alla produttività, ripetiamo sia nel settore pubblico che in quello privato. In quest’ultimo campo, finalmente, le associazioni datoriali stanno ponendo a quelle sindacali il baratto fra aumenti salariali e controaumenti di produttività, perché i primi discendono da questi ultimi. Siamo convinti che le parti troveranno un accordo perché ormai è pacifico in tutto il mondo come sia la stessa qualità del lavoro che possa portare benefici sia ai datori che ai prestatori di lavoro.   

L’aumento della produttività dipende da innovazioni e miglioramenti dei metodi produttivi, consistenti nella combinazione più razionale dei fattori di produzione e in aumento di investimenti che consentono le innovazioni.
Non solo, ma l’aumento della produttività consente di incrementare la competitività di prodotti e servizi. Di questi ultimi si riducono i costi per unità e, per conseguenza anche i prezzi; da qui l’aumento della competitività.
Queste semplici nozioni dovrebbero essere normale patrimonio della pubblica opinione ed insegnate in scuole e università, ove esiste la necessità che vi sia la migliore produttività possibile, paragonando tutte le risorse spese con quelle destinate alla ricerca per far sì che i giovani maturati siano preparati in maniera adeguata al presente ed al futuro, i giovani laureati possiedano conoscenze che li rendano competitivi a livello mondiale, i ricercatori di qualunque livello producano risultati da trasformare in brevetti.
 
Il richiamo al mondo dell’istruzione, ove la produttività dovrebbe essere il cardine, richiama tutto il mondo dei servizi pubblici a livello centrale e locale, nonché il mondo delle partecipate pubbliche (più di otto mila in Italia) ove la parola in esame è spesso sconosciuta.
In questi mesi i sindacati reclamano un aumento salariale dei dipendenti pubblici: sacrosanto. Ma ogni richiesta deve avere una contropartita, perché se gli aumenti fossero fine a sé stessi si tratterebbe di un puro e semplice spreco, in quanto la collettività non ne avrebbe alcuna contropartita, mentre la stessa collettività dovrebbe essere gravata degli oneri relativi.
Ora, è evidente che ogni decisione politica debba perseguire l’interesse generale; e l’interesse generale è quello che i cittadini che spendono parte dei loro proventi mediante imposte che vanno allo Stato, ne ottengano servizi di buona qualità ed in costante miglioramento, cioè più produttivi quantitativamente e qualitativamente. 

Perché questo equilibrio tra spese e risultati vi sia, occorrerebbe che il sistema pubblico si fondasse su due pilastri, cioè su due valori: merito e responsabilità.
Ma così non è, come appare agli occhi di tutti i cittadini. Quella massa enorme di pubblici dipendenti (oltre tre milioni) e di dipendenti delle partecipate pubbliche (oltre un milione), non agisce in base ai due predetti valori, per cui risultano ininfluenti i risultati che dovrebbero raggiungere paragonati alle spese che sostengono i cittadini mediante le imposte.
Lo squilibrio è un disvalore che il ceto istituzionale non ha eliminato in questi settanta anni di Repubblica, con la conseguenza che imposte e tasse aumentano continuamente in pari alla diminuzione della quantità e qualità dei servizi pubblici. I quali sono misurabili; degli stessi se ne può misurare la produttività, che è appunto il rapporto tra costi e benefici.
La questione è chiara, tutti se ne rendono conto tranne che la classe politica la quale dovrebbe rimettere a posto tale disvalore. Ma è sorda perché non vuole sentire.

Articolo pubblicato il 23 giugno 2016 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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