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A Londra il merito. A Palermo i privilegi
di Carlo Alberto Tregua

Politici cialtroni rovina della Sicilia

Tags: Politica, Meritocrazia



L’Italia esporta i suoi giovani migliori per la cui formazione nel percorso scuola-Università spende circa ottanta-centomila euro, ma per compensare questa emorragia importa centinaia di migliaia di immigrati senza arte né parte, che hanno bisogno di tutto e che non possono dare al Paese alcuna prestazione se non di bassissimo livello.
Molti giovani brillanti che sono andati a Londra, dopo un anno di sacrifici lavorando anche come camerieri (ma a 150 sterline al giorno più vitto), stanno percorrendo carriere manageriali sia alla City che fuori e, dopo pochi anni guadagnano già 3-4 mila sterline al mese.
Con la Brexit le cose non cambieranno, perché rimane la convenienza sia per il Regno Unito che per l’Ue di lasciar stare tutto com’è, modificando la parte formale  con la sostituzione di accordi bilaterali al posto delle regole europee.
Cosicché la capitale britannica, che ha già oltre sette milioni di abitanti, si continuerà ad arricchire dell’immenso patrimonio di conoscenze ed intelligenze, mentre l’Italia si arricchirà di nuovi cittadini che impareranno nei prossimi quarant’anni cosa fare.

Se a Londra si progredisce nelle carriere così rapidamente, lo si deve a quel valore importante che è il merito. Non ci sono raccomandazioni, non ci sono favori, non ci sono famigli. Là, chi più sa più vale, e più guadagna. è tutto il meccanismo che funziona così. Anche nelle Università, fra le migliori del mondo, vengono assunti insegnanti per quello che valgono, non per quello che hanno o per le famiglie a cui appartengono.
Per cui vi è una continua crescita delle conoscenze perché prevalgono sempre i migliori, i più capaci e nessuno si offende se fannulloni e incompetenti vengono spinti in coda alle graduatorie.
Intendiamoci, questo non è un inno al funzionamento britannico, ma la fotografia di un Paese che andrebbe imitato perché mette il merito al primo posto di ogni carriera.
Eppure, anche là vi sono i conservatori, come l’attuale primo ministro, Theresa May. Ma conservazione non significa mantenimento dei privilegi, significa attuare una politica che dà pari opportunità a tutti i cittadini, nazionali e stranieri.
 
Quanto descritto non si può calare a Palermo, città che rappresenta per il malfunzionamento delle attività pubbliche (e, in parte, private) l’emblema dei privilegi, dei favoritismi.
Quando un cittadino si ammala, prima di andare in un ospedale, si informa chi è il primario del reparto per sapere se può farsi raccomandare. Quando un britannico si ammala, si informa sulla qualità dei servizi complessivi prestati e non gli importa nulla se il primario è Tizio, Caio o Sempronio.
Due mentalità opposte che fanno funzionare il mondo anglosassone e che tengono la Sicilia agli ultimi posti per qualità della vita, reddito pro-capite ed occupazione.
Eppure, la nostra meravigliosa Isola detiene i più grandi tesori del mondo per qualità e quantità, ha un clima invidiabile per undici mesi l’anno, paesaggi montani e marini di grande attrazione: insomma, non ci manca niente per diventare una delle prime regioni delle 272 europee.

Ma allora, se non manca niente, com’è che la Sicilia resta fanalino di coda? C’è un’enorme voragine rappresentata dalla natura di quella parte del popolo siciliano di estreazione araba (con tutto il rispetto per gli Arabi, che ora stanno correndo),  che è in maggioranza e che elegge una Classe politica a sua immagine e somiglianza. La Classe politica, a sua volta, nomina burocrati dello stesso tipo ed ecco spiegato come non si riesca a crescere mentre il degrado continui a peggiorare ogni giorno .
La parola fa da padrona negli ambienti istituzionali e burocratici. La promessa è facile e facilmente pronunziata da politici cialtroni. I dirigenti non fanno funzionare i servizi a loro affidati, ma in compenso percepiscono premi consistenti per risultati mai raggiunti. I fannulloni non si contano più.
Fa ridere la giustificazione dei dirigenti i cui dipendenti non andavano a lavorare pur registrando i badge, i quali non si accorgevano né della loro assenza né del fatto che i fascicoli non andavano avanti.
Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. Come dire: “I buffoni sono serviti”.

Articolo pubblicato il 15 ottobre 2016 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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