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Pubblica amministrazione, al Sud crolla la qualità dei servizi
di Andrea Carlino

Secondo lo studio della Cgia di Mestre, la Sicilia è al 185esimo posto in Europa, la Campania addirittura quintultima (202). L’indice tiene conto del rendimento dell’offerta pubblica, imparzialità, corruzione e giustizia

Tags: Pubblica Amministrazione, Sicilia, Cgia Mestre



CATANIA - Il forte divario esistente tra il Nord e Sud d’Italia sulla qualità/quantità dei servizi erogati dalla nostra Pa, emerge dall’analisi degli Artigiani di Mestre (Cgia).

Rispetto ai 206 territori rilevati da questo studio, sette regioni del Mezzogiorno si collocano nelle ultime 30 posizioni: la Sardegna al 178esimo posto, la Basilicata al 182esimo, la Sicilia al 185esimo, la Puglia al 188esimo, il Molise al 191esimo, la Calabria al 193esimo e la Campania al 202esimo posto. Solo Ege (Turchia), Yugozapaden (Bulgaria), Istanbul (Turchia) e Bati Anadolu (Turchia), presentano uno score peggiore della Pa campana.  L’indice finale della qualità della Pa è frutto di un mix di quesiti posti ai cittadini che riguardano la qualità dei servizi pubblici, l’imparzialità con la quale questi vengono assegnati e la corruzione.

Indice tiene conto anche di altri servizi più generali (ad esempio la giustizia) includendo alcuni indicatori del Wgi data della Banca mondiale (dati nazionali).

Il risultato del sindacato veneto poggia sulla tesi secondo la quale se la nostra amministrazione pubblica avesse in tutta Italia la stessa qualità nella scuola, nei trasporti, nella sanità, nella giustizia, che ha nei migliori territori, il Pil nazionale aumenterebbe di 2 punti (ovvero di oltre 30 miliardi di euro) all’anno.

Nella classifica generale la Pa italiana si colloca al 17° posto su 23 paesi analizzati. Solo Grecia, Croazia, Turchia e alcuni paesi dell’ex blocco sovietico presentano un indice di qualità della Pa inferiore al nostro. A guidare la classifica, invece, sono le Pa dei paesi del nord Europa (Danimarca, Finlandia, Svezia, Paesi Bassi, etc.). “Dagli inizi degli anni ‘90 ad oggi sono state ben 18 le riforme che hanno interessato la nostra Pa. Sebbene le aspettative fossero molte, in tutti questi anni i risultati ottenuti sono stati deludenti. In molti settori la qualità dei servizi erogati ai cittadini e alle imprese è diminuita e nonostante l’avvento del web ci permetta di scaricare molti documenti dal computer di casa, le code agli sportelli, ad esempio, sono aumentate”.

“L’Istat denuncia che, rispetto al 2015, dopo 20 minuti di attesa presso gli uffici comunali dell’anagrafe, oggi la fila si è idealmente allungata di 11 persone e agli sportelli delle Asl addirittura di 18”. dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo.
Le inefficienze della Pa frenano anche la crescita delle imprese. Per pagare le imposte, le imprese devono “impiegare” 269 ore all’anno: ben 33 giorni lavorativi. Ci supera solo il Portogallo.
In una disputa commerciale sono necessari 1.185 giorni per ottenere una risoluzione (dati Cgia 2016).

Solo in Slovenia e in Grecia la situazione è più critica della nostra. A causa del cattivo funzionamento della nostra macchina pubblica e per l’eccessivo peso della burocrazia, l’Italia è in coda alla classifica europea per quanto riguarda gli Ide: ovvero, gli investimenti diretti esteri.

Solo la Grecia presenta un’”attrattività” inferiore alla nostra. Ciò vuol dire che gli investitori stranieri non vengono da noi perché, ad esempio, la giustizia funziona poco e male, perché il deficit infrastrutturale ha raggiunto un livello critico, perché la presenza in alcune aree del Paese della criminalità organizzata ha toccato livelli preoccupanti, ma soprattutto perché i tempi di pagamento della nostra Pa sono i peggiori d’Europa.

Articolo pubblicato il 10 gennaio 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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