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Il pm Di Matteo lascia Palermo. Va alla Superprocura antimafia
di Redazione

Il Csm gli ha attribuito il massimo punteggio per esperienza e qualità professionali. Orlando: “Ringrazio per l’impegno che ha contribuito a fare luce su anni bui”

Tags: Antonino Di Matteo, Palermo



PALERMO - Cinque mesi fa aveva rifiutato un trasferimento per ragioni di sicurezza per non dare un segnale di resa alla mafia e per poter arrivare alla Procura nazionale antimafia dalla porta principale, come vincitore di concorso.

Un’offerta che gli era arrivata dal Csm dopo che un’intercettazione aveva fatto risalire l’allarme sulla sua sicurezza. Ora il pm di Palermo Nino Di Matteo realizza il suo sogno: all’unanimità il plenum di Palazzo dei marescialli ha decretato la sua nomina a sostituto della Superprocura guidata da Franco Roberti. Una decisione attesa, che sana una vecchia ferita: due anni fa i consiglieri avevano bocciato la sua candidatura per lo stesso incarico, preferendogli altri tre colleghi. E il pm aveva reagito con un ricorso al Tar del Lazio, lamentando di aver subito “un’ingiusta mortificazione”.Il caso si chiude nel modo migliore per il sostituto palermitano, che l'ha spuntata, assieme ad altri quattro colleghi (i pm di Roma Francesco Polino, Maria Cristina Palaia, Barbara Sargenti, e di Napoli Michele del Prete) su un'ampia platea di concorrenti. In tutto i candidati erano 56 e tra di loro c'erano magistrati noti per le loro inchieste.

I consiglieri gli hanno attribuito la valutazione più alta (15 punti) per le “ottime qualità professionali” e il “solido e vasto bagaglio di esperienza” maturato nelle indagini sulla criminalità organizzata e nella gestione dei collaboratori di giustizia (da Giovanni Brusca a Salvatore Cancemi). Un giudizio basato anche sui pareri dati dai suoi superiori che attestano oltre alle “capacità di coordinamento e impulso investigativo”, “l’impareggiabile tenacia” e “l’ineguagliabile spirito di sacrificio”.

Dopo 18 anni continuativi di servizio Di Matteo lascia, dunque, la procura di Palermo, dove è approdato nel 1999, dopo un’intensa esperienza alla procura di Caltanissetta e in particolare nel pool che si è occupato delle indagini sulle stragi di Capaci e di via D’Amelio.

“A Nino Di Matteo posso soltanto, a nome mio personale e a nome di tutta la città, rivolgere un caloroso ringraziamento per quanto ha fatto in questi anni per Palermo e per la sua comunità”. Lo ha dichiarato il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, commentando il voto unanime del Csm che ha nominato Di Matteo , sostituto della Superprocura guidata da Franco Roberti.

“E' stato un impegno assiduo ed importante, che ha contribuito a fare luci su anni e fatti bui della nostra storia. - ha aggiunto - Un impegno, fatto questo ancora più importante, che non a caso è stato a volte osteggiato da chi ha temuto di veder infrante regole di impunità e connivenze che per anni erano state indicibili”.

“Il nuovo incarico presso la Procura Nazionale Antimafia, lo vedrà ancora impegnato su fronti delicati ed importanti; un lavoro che siamo certi Di Matteo - ha osservato - affronterà con la professionalità e la dedizione che ne ha contraddistinto tutta la carriera”.
 

 
Dalla procura nissena alle indagini sulle stragi
 
PALERMO - Palermitano, 56 anni, in servizio dal 1991 in magistratura, dove ricopre sempre il ruolo di pubblico ministero, Antonino Di Matteo comincia la sua carriera alla procura di Caltanissetta. Nel 1994 entra nel pool incaricato di seguire le indagini sulle stragi in cui hanno perso la vita Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. Istruisce il Borsellino ter e il cosiddetto via d'Amelio bis, nei confronti di Salvatore Riina e altri imputati. Sua anche l'inchiesta costata il primo ergastolo al capo dei capi di Cosa Nostra: quella sull'omicidio del giudice Antonino Saetta. Così come sue le indagini che nel 1996 fanno riaprire l'inchiesta sulla strage di via Pipitone in cui perse la vita Rocco Chinnici.

Trasferito alla procura di Palermo nel 1999, Di Matteo si occupa tra l'altro dell'omicidio del giovane collaboratore del Sisde Emanuele Piazza, di quello di Pio La Torre e del procedimento a carico del generale Mori e del colonnello Obinu per la mancata cattura di Bernardo Provenzano, finito con l'assoluzione dei due imputati. Nel corso delle indagini vengono intercettate telefonate tra Mancino e allora capo dello Stato Giorgio Napolitano, che portano a un conflitto di attribuzione tra il Quirinale e la procura di Palermo, risolto a favore del Colle. In relazione a quella vicenda e in particolare alle affermazioni fatte in un'intervista, Di Matteo nel 2014 viene sottoposto a un procedimento disciplinare, concluso con il suo proscioglimento. In quello stesso anno il giorno della commemorazione di Borsellino, il pm dal palco allestito in via D'Amelio, attacca Napolitano, accusandolo di condizionare le scelte del Csm, e l'allora premier Matteo Renzi, reo di far riforme con un politico condannato per "gravi reati", un'allusione rivolta a Silvio Berlusconi. E così finisce al centro della polemica politica.

Al di là di queste vicende, Di Matteo si ritrova più volte all'attenzione della cronaca per le minacce che gli riserva Cosa Nostra e che hanno spinto il Viminale a predisporre a sua tutela un sistema di sorveglianza speciale dotato del bomb jammer, un dispositivo che neutralizza le attivazioni a distanza dei telecomandi. Nel 2014 Totò Riina, intercettato in carcere, dice di volere per lui "la fine del tonno". In seguito il pentito Vito Galatolo parla dell'acquisto di un carico di tritolo da usare per un attentato al pm. L'ultimo allarme è di qualche mese fa: "Lo devono ammazzare" dice di lui un mafioso parlando con la moglie e non sapendo di essere intercettato.
Da ultimo a far notizia sono le voci di una sua candidatura alle elezioni regionali in Sicilia con i Cinquestelle. Ipotesi sinora smentita dal movimento di Grillo.

Articolo pubblicato il 17 marzo 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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