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Quotidiano di Sicilia

Siciliani con le orecchie da somaro
di Michele Giuliano

Commissione europea, Anvur, Censis e Ocse: scuola e università isolane in fondo a tutte le classifiche di qualità. Confindustria: con livelli d’istruzione più alti, in 10 anni 19 mld di Pil aggiuntivi per la Sicilia

Tags: Sicilia, Ue, Confindustria



Anche nell’istruzione la Sicilia non riesce a decollare. Anzi, le scuole e università dell’Isola rimangono sempre negli ultimi posti in classifica per qualità e agganci al mondo del lavoro.
Diversi studi, di importanti centri di ricerca, portano tutti al medesimo, deludente e preoccupante risultato. Primi fra tutti, i dati raccolti nella terza edizione dell’Indice di Competitività regionale pubblicato dalla Commissione Europea, (Regional Competitiveness Index, RCI), che pongono la Sicilia al 256esimo posto tra le regioni dell’Unione, mentre svettano in alto regioni del Nord Europa, in Finlandia, Svezia e Danimarca. Un risultato estremamente deludente, se si pensa che soltanto sette regioni fanno peggio di noi. E i risultati del lavoro del Censis e dell’Anvur non sono, purtroppo, da meno.

L'Agenzia Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca ha da poco pubblicato i dati per l’anno accademico 2015/2016 e ha confermato come, in Italia, le migliori università e facoltà restano al Nord. L’indagine, che analizza i diversi atenei relativamente a 14 aree disciplinari, premia il settentrione, in tutte le categorie. E anche tra le università del Sud, quelle siciliane non spiccano, ma rimangono fanalino di coda. Così, Catania, Palermo e Messina, tra i grandi atenei, si pongono dietro Napoli, Salerno e Cagliari. Enna, classificata come “piccola” per numero di iscritti, rimane dietro Benevento e Napoli Benincasa.

Lo studio del Censis (Centro Studi Investimenti Sociali) non offre prospettive migliori e soprattutto, non lascia una speranza per il futuro. Le Università del Sud sono in declino, e quelle siciliane raggiungono appena la sufficienza, in fondo ad una classifica inesorabile. Se i punteggi vanno da 66 a 110, Catania e Messina arrivano appena, rispettivamente, a 77 e 76.

E il degrado dell’istruzione nell’Isola e nel Meridione va di pari passo con la diminuzione del reddito procapite. Sempre dalla ricerca del Censis si evince che la cifra annua a disposizione del singolo siciliano sia addirittura inferiore a quello di un abitante della Grecia, la nazione più colpita dalla crisi dell’ultimo decennio. Una situazione disperata che si ripercuote sulle istituzioni economiche e culturali, non ultime le Università, che si ritrovano ad avere sempre meno fondi a disposizione per infrastrutture, laboratori, ricerca ed innovazione. Una condizione che porta gli studenti e le famiglie, anche a costo di enormi sacrifici, a rivolgere i propri interessi altrove, dove gli Atenei garantiscono maggiore qualità e una maggiore possibilità di sbocchi nel mondo del lavoro.

Un circolo vizioso, quello tra malessere economico e scarsa qualità dell’istruzione, a tutti i livelli, che dovrebbe essere invertito, per il bene del territorio e il futuro delle nuove generazioni, non più costrette a emigrare, ma risorsa di crescita e sviluppo per il proprio suolo natìo.

Uno studio di Confindustria afferma infatti che una maggiore istruzione può portare, in dieci anni, ad un aumento del Pil del 15 per cento. Innalzare il livello di istruzione a quello europeo ad accrescere il Prodotto interno lordo di 234 miliardi stimati, quasi 3.900 euro in più per abitante. Diciannove miliardi soltanto per i siciliani.
Secondo il Centro Studi Confindustria il tasso di occupabilità tra i laureati, rispetto ai diplomati, è maggiore del 40 per cento, e ciò porterebbe anche grande sviluppo per le aziende, che avrebbero a disposizione forza lavoro competente e aperta all’innovazione e al cambiamento.

Non si nasconde dietro un dito il direttore generale dell'ufficio scolastico regionale Maria Luisa Altomonte: “Il nostro è un contesto sociale ed economico diverso da quello del Nord - ammette-. La nostra è una terra che, seppur bellissima, ha anche zone di degrado profonde e questo si ripercuote sul rendimento scolastico degli alunni. Da famiglie incolte crescono ragazzi con una scarsa attitudine allo studio. Il problema esiste ed è evidente, i nostri parametri di riferimenti sono questi studi che inequivocabilmente inchiodano la scuola siciliana. Noi proseguiremo sulla strada di lottare soprattutto la dispersione scolastico dove tanto è stato fatto ma altrettanto c'è da fare”.
 


Risultati nei profitti: scuole medie isolane non brillano
 
Non solo le Università, ma anche gli istituti di scuola media superiore e gli allievi siciliani non brillano certo in preparazione. Alle prove Invalsi, test a risposta multipla sottoposti agli studenti quindicenni per valutare la qualità della loro preparazione, strumento di rilevazione dell’indagine Pisa (Programme for international student assessment) promossa dall´Ocse, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Europeo, la Sicilia e il Meridione arrancano, mostrando un quadro dell’istruzione siciliana deludente e preoccupante per il futuro.
In Matematica, ad esempio, il Mezzogiorno e le Isole si pongono ben al di sotto della media nazionale, di circa 22 punti, mentre le regioni del Nord risalgono al di sopra di esso anche di 35-40 punti.  Unica nota positiva per le regioni del Sud e le Isole, i risultati sono discretamente migliorati rispetto ai trienni 2003 e 2006, registrando quindi un piccolo ma incoraggiante miglioramento, sebbene il punto di partenza, rispetto alle scuole del Nord Italia, sia più basso ed evidentemente ancora da colmare in buona parte.
In tutta la Penisola rimane marcata rispetto alla media Ocse anche la differenza di genere: il divario tra ragazzi e ragazze aumenta in matematica e scienze ma si riduce nella capacità di lettura, con le ragazze sempre migliori, sebbene i loro risultati siano peggiorati dal 2009 mentre quelle dei maschi sono migliorate.
Il rettore dell'università di Palermo, Fabrizio Micari, difende però la scuola siciliana: “Attenzione perchè ci sono classifiche - evidenzia - che guardano a parametri che non sono indicativi. Ad esempio l'attrattività, ed è chiaro che la Sicilia per ragioni geografiche non è attrattiva. Oppure il tasso di occupazione: c'è però da tenere conto del difficile contesto sociale regionale che va oltre i limiti di una scuola. Noi come ateneo palermitano ci vantiamo dei progressi fatti, come ad esempio la qualità della ricerca cresciuta del 10 per cento”.
 

 
Tra le pecche: l’edilizia scolastica e la dispersione
 
“Queste varie classifiche mi sembrano un pò come quelle che si vedono ogni tanto sulla qualità della vita e che mettono sempre le province siciliane tra quelle invivibili. Io non cambierei mai la mia terra con quella di nessun altro posto in Italia”. è secco e sferzante il commento dell'assessore regionale alla Pubblica istruzione Bruno Marziano rispetto alle varie indagini i cui indicatori condannano sempre, o quasi, la scuola e le università siciliane agli ultimi posti della graduatoria in Italia per qualità di servizi e apprendimento degli studenti. “Io so solo - aggiunge Marziano - che mi è capitato di premiare personalmente studenti siciliani che nei vari concorsi di specifiche materie come la matematica si piazzano sempre ai primissimi posti. Questo significa che quando ci sono le eccellenze è chiaro che alla base c'è una scuola ottima ed un'importante formazione”.
Marziano però non si tira indietro quando parla anche di pecche della scuola siciliana: “Senza dubbio ci sono, e mi riferisco soprattutto all’edilizia scolastica - sostiene - che è stata abbandonata a causa principalmente della crisi delle soppresse Province. Noi come Regione in 18 mesi abbiamo finanziato quasi 200 scuole adottando anche un sistema del riutilizzo del ribasso d'asta. Ci sono poi i Comuni in difficoltà che non sono riusciti a sfruttare i finanziamenti concessi perchè senza progettazione e senza soldi per garantire il co-finanziamento”.
Un'altra piaga tutta siciliana, che chiaramente è uno degli indicatori più negativi, è l'abbondante fenomeno della dispersione scolastica: “Ma questa è una stortura della società e non certo della scuola - rilancia l’assessore regionale -. La regione attraverso l’Oif ha dato il suo contributo sotto questo aspetto recuperando 20 mila giovani e garantendo loro un corso professionalizzante. Siamo stati i primi poi a dare vita a protocolli d'intesa con organizzazioni e sindacati per concretizzare l'apprendistato di I livello che garantisce altra formazione di qualità”.

Articolo pubblicato il 20 aprile 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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